domenica 13 agosto 2017

Che caldo, non si può dormire, non si può lavorare!

<Che caldo !> <Non ho dormito !> <Non si può lavorare !>

Sfido chiunque in questi giorni di canicola africana, dal Manzanarre al Reno, dalle Colonne d'Ercole al deserto del Gibuti, a sentire qualche esclamazione diversa dal <Che caldo !>, etc., etc.
Si lamenta il DirettoreMegagalattico nel brevissimo saltello dalla Porsche Cayenne ipercondizionata all'androne del Ministero refrigerato dagli orsi polari (convocati lì, per l'occasione, dal Mago del Gelo... quello dei Polaretti, sì, proprio lui in persona.)
Si lamenta Don Vitalizio, politico di lungo corso e di panza presidenziale, che proprio non ce la fa a fuoriuscire dall'ombra hawaiana per catafottersi in piscina.

<Che caldo!> si lamenta pure Neymar nel tempo speso per calzare gli scarpini del Paris Saint Germain mentre ancora si chiede se i suoi cinquecento milioni siano la stessa cifra di tutti i bambini delle favelas del mondo.
Eppoi, certo, c'è il rampollo Elkann che (giura e spergiura l'inviato di Chi) proprio non riesce a dormire assillato com'è dal ferale dubbio: è più caldo (ancora caldo!) il ventre di Samantha o quello sui generis di Mandingo?
Ma si sa, il lamento è un diritto che spetta a tutti. E' come il biglietto gratis ai consiglieri comunali per la partita della Salernitana: se non ce l'hai, non conti un cazzo.
E quindi, eccola, la folla biblica del "Che caldo", inframmezzato dal "Non ho dormito (per il caldo)" corretto, per l'occasione, da una spruzzata di "Non si può lavorare (dal caldo)". Certo, si è sentito per un attimo penalizzato Gigino 'a Controra che, nomen est omen, nessun occhio umano l'ha mai visto lavorare nemmeno per un minuto:<E che sfaccimma, - si dice abbia protestato dopo una bestemmia di quelle che farebbero arrossire uno scaricatore di porto - tutti possono lamentarsi delle tre cose, solo io sono escluso dall'ultima ("non si può lavorare")? E questa è 'na nfamità vera e propria!>
Infine, c'è Aisin.
Dopo una laurea immolata sull'altare della famiglia lì, in Tunisia, benedice il caldo a picco del suo solco di pomodori, che ancora gli consentirà di guadagnare dieci euro per dodici ore di fatica.




giovedì 27 luglio 2017

Attenzione, vogliono la nostra attenzione.

L'attenzione, la capacità di concentrarsi per studiare problemi.

E' proprio questo valore, la disamina analitica delle questioni per capirne la genesi, che ci vogliono portare via.
Negli anni 60/70 del secolo scorso, la vulgata, sopratutto di certa sinistra militante, era che la droga, specialmente l'eroina per i suoi effetti maggiormente deleteri, costituiva il cavallo di Troia del capitale: con la droga, le plutocrazie del mondo ottenebravano la mente dei giovani e gli impedivano di acquisire la coscienza di classe per l'assalto al cielo.
Il sistema voleva giovani imbelli, incapaci di prendere atto delle proprie potenzialità. E la droga, appunto, serviva perfettamente allo scopo.
Non disturbare il manovratore, questo era l'imperativo categorico del capitale: l'attenzione della nuova generazione andava sacrificata sull'altare del plusvalore denunciato più di un secolo prima da Marx col suo "Il Capitale".
Veniamo ai giorni nostri.
Niente di nuovo sotto il sole.

Per certi versi l'alienazione, lo sfruttamento dei lavoratori è simile a quella descritta dal filosofo di Treviri.
Ecco, quindi, riproporsi la necessità di uno strumento in grado di irretire la nostra attenzione e sterilizzare, così, ogni presa di coscienza dello status quo.
Anche nel 2017 c'è la droga, con una indubbia prevalenza della cocaina sull'eroina, ma non mancano le cc.dd. "nuove droghe" addirittura più istupidenti di quelle degli anni 60/70.
Ma vi è dell'altro.
Guardiamoci per le strade e sui luoghi di lavoro.
La nostra attenzione è praticamente monopolizzata dai gruppi di whatsApp (quello della palestra, dei colleghi di lavoro, della scuola dei figli, degli amici del calcetto) che c'impongono, per non uscire irrimediabilmente dal giro, almeno il minimo sindacale di un buongiorno e una buonanotte ogni dì che Dio manda in terra.
C'è poi l'immancabile facebook in cui dobbiamo leggere e postare i pensieri più profondi, le foto dell'ultimo luogo visitato, gli scatti di ogni piega della pancia che ospita Bice e poi di ogni nanosecondo della sua vita, una volta sgaiattolata fuori.
Inoltre, sempre con riferimento al cellulare, abbiamo i selfie (i giovani come nuovi "selfie della gleba") senza soluzione di continuità che, una volta a casa e spento finalmente il telefonino, ci faranno sorgere qualche dubbio su dove veramente si è stati e sul perché propria quella sera dovrebbe essere diversa dalle altre.
E come non menzionare la pubblicità? Con il suo feticismo della merce crea bisogno e, molto spesso, frustrazione in chi quel bisogno proprio non può soddisfarlo.
Sì, d'accordo, il bisogno non sarebbe veramente tale, ma dopo dieci interruzioni di un film in cui, puntualmente, ci continuano a ripetere che le lenti Calandrino rendono più belli, pure Gennaro Diecidecimi si convince della necessità di acquistarli.
Infine ci sono la playstation con la sua realtà virtuale aumentata e quegli infernali giochini che ogni anno, una volta sì e l'altra pure, ci affibbiano l'animaletto digitale da accudire o ci sguinzagliano nelle intercapedini delle nostre città a caccia di mostri.
Frattanto il capitale, il sistema, la società continuano a viaggiare lungo i binari della loro inesorabile affermazione.
Noi, per quanto ci riguarda, siamo tutti presi a svendere la nostra attenzione ai whatsApp, facebook, pubblicità, playstation e giochini vari .
Se ne faccia una ragione, una volta e per sempre, il pur simpatico Rocco Hunt con il suo tutti dietro alla tastiera/e mo chi 'a fa 'a rivoluzione: ogni cosa a tempo debito, dopo il whatsApp a mammà e il selfie con il comico di Made in Sud.

lunedì 5 giugno 2017

La Compagnia "La Ribalta" e la "Stella" provocatoria.


Al Teatro "La Ribalta" di Salerno.

Per esorcizzare l'ovvietà di un sabato sera a via Roma; ma anche per saggiare la bontà di un'intuizione. E sì perché questa riscrittura di "Stella" di J. W. Goethe da parte della regista salernitana Valentina Mustaro, che promette di essere provocatoria e rivoluzionaria, incuriosisce. E come sempre accade quando la novità sovverte canoni ben radicati, indispettisce.
<Ma come, - sbotta il classicista benpensante di turno - si ardisce contaminare il Sacro Spirito de Le affinità elettive del Maestro?>
Eppure la Compagnia "La Ribalta", quando il sipario viene giù a lenire le fatiche e le emozioni dei teatranti, invece di essere incenerita dalla folgore della hybris (tracotanza), raccoglie approvazione e consensi.

E se l'Io nascosto di ogni personaggio potesse diventare visibile agli occhi dello spettatore?

Eccolo il grimaldello capace di scardinare il perbenismo manierato dei protagonisti di Goethe!
E allora via alla "messa in scena" dei sentimenti, dei pensieri, in una parola della coscienza che si fa epifania, che si riveste di corpo e sangue: il velo dell'ipocrisia è definitivamente squarciato, il filtro delle convenzioni sociali irrimediabilmente saltato.
In questa brillante rivisitazione, la magnanima Cacilie che dovrebbe rinunciare a Fernando per consentirgli di restare definitivamente con Stella, lo fa, lo dice, ma proprio quando manifesta quest'alto proposito, il suo retropensiero, i rigurgiti del suo subconscio, prendono corpo sul palcoscenico: è un altro personaggio che recita, a fianco e in maniera sfasata rispetto a Cacilie, che si scaglia contro Stella e, vero fino alla crudeltà, vuole Fernando tutto per sé.
A questo punto, ogni azzardo è consentito, ogni altare è pronto a essere sconsacrato: finanche il finale tragico della morte di Fernando diventa pretesto per un epilogo ben più leggero, ambiguo e allusivo quanto si vuole, ma sicuramente più libero e maggiormente spendibile per la psicologia del XXI secolo.
In definitiva, questa rappresentata dalla Compagnia "La Ribalta", è la commedia del canto e del controcanto, dell'enigma e della sua cifratura.
E se, parafrasando JungLa gente farà qualsiasi cosa, non importa quanto assurda, per evitare di incontrare la propria anima, i ragazzi de "La Ribalta" sparigliano le carte, si assumono il rischio: "Signori, al di sotto degli infingimenti ipocriti e dei belletti infingardi, eccola, la vostra anima!"
Per concludere, visto che si parla di anima, come non menzionare la mirabile esposizione di tele, all'interno del Teatro "La Ribalta", dell'artista salernitano Andrea Tabacco? Un toccasana per l'anima, per l'appunto.

giovedì 25 maggio 2017

Il decreto Minniti-Orlando e la vacca di Pasifae.

Da avvocato, mi sono imbattuto nelle nuove norme del decreto Minniti-Orlando, approvato in Parlamento lo scorso 12 aprile con il voto di fiducia.

"Ecco materializzarsi - mi sono detto quasi subito - la vacca lignea di Pasifae!"
E sì perché come Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, per congiungersi carnalmente col toro del quale si era follemente innamorata, si nascose dentro una giovenca di legno, così il Governo si trincera nell'involucro del decreto Minniti-Orlando con le sue storture e pastoie burocratiche, pronto a farsi montare dal razzismo imperante.
Fuor di mitologia, veniamo alla mia esperienza: giurisdizionalizzazione del procedimento amministrativo davanti alle commissioni.
In altri termini e con parole più semplici, dinanzi alle commissioni che decidono sulle domande di asilo, l'immigrato è solo, senza avvocato e alla mercé di una struttura (le commissioni sono venti in tutta Italia) composta da quattro membri: un funzionario di prefettura, un funzionario di polizia, un delegato degli enti locali e un delegato dell'Unhcr.
Il giudice terzo e imparziale? Una chimera.
Si violano così, spudoratamente, l'art. 111 Cost. (c.d. "giusto processo"), l'art. 24 Cost. (diritto di difesa), l'art. 6 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto al contraddittorio).
Nel 2016 le commissioni hanno respinto il 60% dei migranti arrivati in Italia, sulla scorta di domande da telequiz, errori di copia-incolla e fraintendimenti vari.
Non appena, però, è intervenuta la magistratura (c'è un giudice a Berlino!), in tre casi su quattro, sono state ribaltate le decisioni delle commissioni. (giudici comunisti!)
La Convenzione di Ginevra, infatti, stabilisce che le domande dovrebbero essere mirate ad accertare  il fondato timore di subire una persecuzione in patria del migrante. Invece, col decreto Minniti-Orlando, le domande delle commissioni si basano sulla credibilità del soggetto intervistato e, sempre di più, sui positivi segnali d'integrazione dell'immigrato (criterio, quest'ultimo, meramente opinabile e soggettivo).
Senza contare le sviste e gli errori "ignoranti": ci sono commissioni che hanno considerato sicuri la Libia in fiamme del post-Gheddafi, le zone curde militarizzate dai turchi, la Costa d'Avorio in guerra civile.
Le sedute delle commissioni sono videoregistrate, i verbali informatizzati: tutto per evitare il secondo grado di giudizio nel caso di ricorso davanti al giudice. E sì perché nel decreto Minniti-Orlando non è previsto appello contro la sentenza di primo grado, con il risultato aberrante che "su una causa di sfratto puoi proporre appello, sull'esercizio di un diritto fondamentale, no."
E se ci fosse un diniego alla richiesta di asilo dell'immigrato in commissione? Benvenuti all'inferno: l'immigrato ha solo 30 gg. di tempo per trovare un avvocato, per preparare e per depositare il ricorso.
Qualora ci riuscisse, poi, eccolo finito nelle grinfie dell'art. 737 c.p.c., quello, per intenderci, che disciplina le cause senza contenzioso: niente udienza, niente dibattimento, niente comparizione delle parti.
Il giudice può non incontrare mai né il richiedente asilo né il suo avvocato.
E come giudica, quindi, sulle richieste di asilo? O bella, sulla base dei filmini di cui sopra registrati dalla commissione, no?
Benvenuti in Italia, fratelli!
A farne le spese sono sempre loro, il popolo degli immigrati. Ma ne riceviamo un danno anche noialtri, italiani a 24 carati. Perché i diritti sono o di tutti o di nessuno (M. Ainis)

mercoledì 17 maggio 2017

Lontano dalla civiltà, vicino a Mazinga Zeta.


Lontano lontano/molto lontano/oltre l'acqua corrente/e l'elettricità...


Ho fatto il colpo gobbo, classico e addirittura banale nelle modalità, ma sconvolgente quanto alle conseguenze.

"Piero, dammi un gratta e vinci qualsiasi, di quelli da cinque euro, tanto uno vale l'altro."

Eccola la mano unta del tabaccaio che avresti detto più a suo agio tra i pistoni e le valvole di una 1100 che a rovistare, svogliata, tra i cartoncini colorati.

Con un sorriso che già si atteggia a consolazione per un'altra sconfitta, mi fa scivolare un gratta e vinci sulla cinque euro di resto abbandonata sul bancone.

Mi guardo intorno quasi con circospezione. Il far inghiottire il tagliando dalle pagine dell'agenda e il precipitarmi fuori dal tabacchino, è tutt'uno.

Lontano da occhi indiscreti, per quella colpa contadina che ti fa maledire ogni euro speso a coltivare illusioni, mi siedo su una panchina, di spalle alla strada.

Cinquanta centesimi. Gratto, come sempre, prima due miei numeri, e poi ne cerco conferma tra i numeri vincenti. E ancora altri due, e l'ennesima discrepanza mi fa riprendere a grattare.

La cinquanta centesimi, ormai, scarrozza disillusa su macerie argento-sconfitta.

Un numero. Quattro. Due numeri. Entrambi quattro.

Al di sotto del quattro, una strusciata decisa come l'azzardo o lenta come un'agonia?

Basta. Imprimo forza alla circonferenza della moneta, e gratto via deciso.

Cinquecentomila euro. La somma giusta per giustificare un mancamento.

Ok, mi riprendo, tenendo sempre stretto in mano, quasi una seconda pelle, il gratta e vinci del riscatto.

Cinquecentomila euro. La somma giusta per mandare a fanculo le pratiche stitiche, i colleghi spocchiosi, i clienti ingrati: gli ingranaggi della mia snervante "produzione".

Lontano. E' una vita che ci voglio andare. Sì, proprio lì, lontano.

Lontano/Lontano/oltre Milano/oltre i gasometri/oltre i manometri/oltre i chilometri/e i binari del tram...

Sono sul "mare" più esteso del pianeta. Navigo sull'Oceano Pacifico, a bordo dell'Esmeralda, lungo la rotta di Vasco Nùnez de Balboa. Soprattutto, sono lontano da tutto quello che ha a che fare con la civiltà, con le convenzioni sociali, con l'eterna efficienza.

Siamo io, mia moglie e i miei due figli, nudi e in contatto diretto con lo spirito del mondo.

Niente costumi, niente scarpe, niente diaframmi tra noi e la natura (a parte la "coperta" preziosa dell'Esmeralda).

Sulle acque, a mo' di vessillo del consumismo, spunta il Mazinga Zeta dell'infanzia che fu.

Sotto di esso, un continente immenso di lampi e bagliori plastici bianchi, rossi e blu.

Tutto intorno, per chilometri e chilometri, il continente di plastica.

La luna la luna/degli ululati/lascia ai poeti/la classicità/ Là voglio arrendermi/in braccio a una musica/che chiude il discorso/dell'urbanità...

sabato 13 maggio 2017

Le dita del Comandante, di Vincenzo Benvenuto




Adriano, giornalista di un piccolo quotidiano, è continuamente assillato dal suicidio del padre, il professor Norberto Pecci. Dalla Spagna, il collega "abusivo" Gustavo gli racconta di un'altra morte, apparentemente lontana mille miglia dal suo mondo sia per la vittima sia per le modalità dell'uccisione (il cuore sventrato da un machete, le mani amputate, il mignolo troncato di netto e inghiottito dall'oscurità). Adriano sente inspiegabilmente che quella fine può illuminare l'inizio della sua comprensione. Con l'avallo del "fumoso" direttore del giornale in cui lavora, si fa voce, suo malgrado, di un lungo rosario di morte che si sgrana sotto la sua penna. Nelle more della cantilena infernale, ecco Celeste con il suo carico di entusiasmante vitalità e con una gruccia su cui appendere la comprensione di quei delitti: un quadro raffigurante un uccello stilizzato, ad ali spiegate, le cui estremità sono dita conficcate nelle varie nazioni del planisfero. Sarà una scoperta dolorosa che potrà gettare lumi anche sulla morte del padre di Adriano. A patto, però, di trovare il coraggio di "andare a vedere". A reggere le fila, del bene come del male, ci saranno... le dita del Comandante. (Google Libri).

Un prologo, cinquantuno capitoli e l’epilogo.
Diciamo subito una cosa, tanto per iniziare: Le dita del Comandante, anche come prodotto editoriale, è davvero di buona fattura. Ci capita, come redazione giornalistica, di ricevere un certo numero di libri da recensire. Ebbene, nella maggior parte dei casi, si tratta di libercoli graficamente sciatti (non ce ne vogliano i malcapitati autori), più frutto di stampatori che di editori veri e propri.
Il thriller di Vincenzo Benvenuto della Echos edizioni (dinamico editore torinese), invece, ha una grafica, un’impaginazione che non hanno nulla da invidiare alle case editrici più rinomate.
Quindi, pregevole contenitore, senza dubbio.
Veniamo al contenuto. L’autore de Le dita del Comandante ci ha pregato di essere obiettivi e severi (oltre, ovviamente, a non fare spoiler). Essendo infatti, Vincenzo Benvenuto, una penna di Zon, non voleva favoritismi di sorta. E noi, proprio per l’amicizia che ci lega allo scrittore, manteniamo la promessa.
Bello. Sì, davvero un gran libro, questo Le dita del Comandante.
thriller per loro natura devono essere accattivanti, creare suspence ma spesso, per raggiungere questi obiettivi, sacrificano un po’ l’attenzione al testo. Ebbene, nel libro di Vincenzo Benvenuto, non c’è nulla di tutto questo (e conoscendo la sua maniacale devozione per la lingua italiana, non ce ne stupiamo).
Delitti, colpi di scena, mistero ma anche, ad esempio, la poesia del Gelsomino notturno del Pascoli che viene in mente a Michele, amico e collega di Adriano (il protagonista), quando vede la luce nella stanza che si spegne insieme alla sua possibilità di strappare la donna all’amico che la farà sua.
La trama, quindi.
Le dita del Comandante, prende le mosse da una data che ricorda ad Adriano un evento che si è impegnato per tutta la vita a dimenticare: il suicidio del padre, il professor Norberto Pecci, di una cultura e di un’umanità fuori dal comune. Ma si è trattato di vero suicidio?
Le vicende del libro, ben presto, sveleranno che questa data, attraverso un viaggio, rispettivamente per la Spagna, il Marocco, il Senegal, la Costa d’Avorio e l’Angola (prime cinque dita); e poi lungo il Madagascar, la Somalia, l’Iran, la Turchia e infine, Italia (ultime cinque dita, della mano sinistra, stavolta) rievocherà un personaggio storico, il Comandante per l’appunto (Vincenzo ci ha minacciato di pene corporali qualora svelassimo il suo nome), e la sua “maledizione“.
E sì perché il titolo del libro, oltre a far riferimento all’affascinante figura del Comandante, si richiama a quell’aquila che campeggia sulla sua copertina e a quella ancora più suggestiva, all’interno del libro (cfr. foto), disegnata dal valente Andrea Tabacco. Quest’ultima, nello specifico, vuole rappresentare il quadro di Celeste, che tanta importanza avrà per scoprire il serial killer e, soprattutto, per prevedere la geografia delle vittime.
L’omicida usa sempre lo stesso canovaccio: tutte le prede uccise da un fendente di machete al cuore; ad ogni morto, le mani amputate e, per ogni persona uccisa, un dito, dall’indice al pollice della mano destra e poi della sinistra, troncato di netto e inghiottito dall’oscurità.
Toccherà ad Adriano, con l’aiuto determinante di Gustavo, Celeste e Michele, oltreché del mastodontico Brancaleone, dare un senso a questa macabra ritualità.
Ne Le dita del Comandante, però, Vincenzo non dimentica la nostra Salerno. C’è un riferimento, a tal proposito, all’indimenticato Simone Vitale
“un giovane pallanuotista che, ironia della sorte, era morto nell’elemento opposto all’acqua in cui tanto amava trascorrere il tempo; nel fuoco cioè, per aver cercato fino allo stremo delle forze di salvare alcuni passeggeri da quel maledetto incendio che si era propagato troppo velocemente all’intero convoglio.”
Ma la Salerno dell’autore è presente anche nei fuochi di San Matteo e in alcuni costrutti lessicali.
Insomma, una storia, quella di Adriano e i suoi giornalisti, che si viene ad incontrare e a scontrare con la Storia del Comandante. In mezzo a tutto questo, le nove vite e mezzo (c’è spazio, in tutto ciò, anche al richiamo, appena accennato, della vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) che saranno annientare dal serial killer.
Gran bel libro, Le dita del Comandante di Vincenzo Benvenuto. E lo diciamo proprio con quella onestà intellettuale impostaci  dallo scrittore.
Appuntamento alla prossima presentazione del libro, allora. (Zerottonove.it)


Si è tenuta mercoledì 19 presso il Salone dei Genovesi della Camera di Commercio di Salerno, la presentazione del libro Le dita del comandante di Vincenzo Benvenuto

È stato presentato ieri mercoledì 19 a partire dalle 17.00, presso il Salone dei Genovesi della Camera di Commercio di Salerno, il nuovo libro di Vincenzo Benvenuto Le dita del comandante. Nel corso dell’incontro sono intervenuti il Presidente Confcommercio l’Avv. Giovanni Marone, il  consigliere comunale Avv. Antonio D’AlessioMarco Galdi docente di Diritto pubblico dell’Università degli Studi di Salerno e la dott.ssa Valeria De Pascale Teatro Stabile “La Locandina”. Ha moderato la dott.ssa Germana Giardullo Zerottonove.it. Le conclusioni sono state affidate all’autore Vincenzo Benvenuto.
Delitti, colpi di scena, mistero ma anche poesia: questi alcuni degli elementi di cui si serve l’autore per tessere la trama di un avvincente thriller.
Sinossi
Adriano, giornalista di un piccolo quotidiano, è continuamente assillato dal suicidio del padre, il professor Norberto Pecci. Dalla Spagna, il collega “abusivo” Gustavo gli racconta di un’altra morte, apparentemente lontana mille miglia dal suo mondo sia per la vittima sia per le modalità dell’uccisione (il cuore sventrato da un machete, le mani amputate, il mignolo troncato di netto e inghiottito dall’oscurità). Adriano sente inspiegabilmente che quella fine può illuminare l’inizio della sua comprensione. Con l’avallo del “fumoso” direttore del giornale in cui lavora, si fa voce, suo malgrado, di un lungo rosario di morte che si sgrana sotto la sua penna.
Nelle more della cantilena infernale, ecco Celeste con il suo carico di entusiasmante vitalità e con una gruccia su cui appendere la comprensione di quei delitti: un quadro raffigurante un uccello stilizzato, ad ali spiegate, le cui estremità sono dita conficcate nelle varie nazioni del planisfero. Sarà una scoperta dolorosa che potrà gettare lumi anche sulla morte del padre di Adriano. A patto, però, di trovare il coraggio di “andare a vedere”. A reggere le fila, del bene come del male, ci saranno… le dita del Comandante.

L’autore

Vincenzo Benvenuto è nato a Salerno, dove tutt’ora risiede, nel 1977. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Salerno, esercita la professione di avvocato, con studio legale a Salerno. Curatore del blog  deambulandosolvitur.blogspot.it, dal 2014 collabora con la testata giornalistica ZON. Nel 2010 ha pubblicato un romanzo di narrativa, Tra le pieghe di un sorriso Davide Zedda – La Riflessione editore. (Zerottonove.it)


venerdì 7 aprile 2017

Fenomenologia di Dries Mertens.


Dries Mertens e la sua fenomenologia.

Come fenomenologia era stata, nel lontano 1961, quella di Mike Bongiorno scritta dall'inarrivabile Umberto Eco. Con l'unica, sostanziale differenza però, che del presentatore che furoreggiava sugli schermi televisivi, si esaltava la mediocrità, a tal punto che "egli rappresenta - chiosava Eco -  un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello."
La fenomenologia di Mertens, invece, è di tutt'altro genere e può essere racchiusa nel secondo goal del Napoli contro la Juventus, nel precedente turno di Coppa Italia.
Siamo al 60° minuto. Dries Mertens entra al posto di un Arkadiusz Milik da ritrovare.
Napoli contro Juve, una squadra di calcio contro un'altra sì, ma anche i Borboni contro i SabaudiMasaniello contro Camillo Benso Conte di Cavour, la catena di montaggio contro l'amministratore delegatol'espediente contro il rigore (nella doppia accezione di intransigenza e di penalty spesso concesso ai bianconeri), l'insurrezione contro il potere.
Dries Mertens, dicevamo.

Entra in una qualificazione praticamente impossibile da riagguantare per il Napoli. Il risultato della partita di ritorno infatti, unito a quanto successo all'andata, è traditore come solo sa esserlo il comportamento di chi fino a ieri era il tuo Mosè pronto a liberarti dalla schiavitù e che invece oggi, proprio lui, ha deciso di abbandonarti alle stesse piaghe d'Egitto prima inflitte ai nemici.
Ma eccolo, Dries Mertens.
Il tempo di varcare la linea del fallo laterale oltre il quale c'è finalmente la partita, la trepidazione di un popolo esagerato in ogni esternazione, che il folletto belga si fionda verso l'area avversaria.
Il difensore juventino passa la palla al suo portiere. Nel novantanove per cento dei casi, quel pallone sarò stoppato dall'estremo difensore e rinviato alla bell'e meglio senza conseguenza alcuna.
Nelle scuole di calcio, insegnano all'attaccante sì di pressare il portiere, ma anche di farlo con la convinzione che il suo pressing potrà solo innervosire l'estremo difensore e quindi, magari, fargli sbagliare il rinvio.
Nulla più di questo.
E invece...Mertens si butta su quel pallone necessariamente innocuo. Mentre corre c'è in lui, che napoletano non è, la fame atavica di Totò nell'agguantare gli spaghetti di Miseria e Nobiltà, il furore cieco del pazzariello de L'Oro di Napoli che ha finalmente saputo della malattia di Don Carmine, il boss del Rione Sanità, la dignità degli scugnizzi Pasquale e Giuseppe nel lustrare le scarpe ai signori di Sciuscià.
Mertens sfida la logica e la logica, per una volta sola, si va a prendere un caffè al Gambrinus.
Neto, il portiere della Juventus, vorrebbe stoppare il pallone passatogli dal compagno di squadra ma se lo fa scivolare oltre. E in quell'oltre lontano dal concetto di appartenenza e molto vicino, invece, a quello di conquista, si è appostato Dries Mertens, epigono del popolo cencioso che rovescia finalmente il tiranno.
Manco il tempo di esultare per la rete appena segnata che il calciatore riporta, instancabile come se ancora ci fosse qualche possibilità di superare il turno, il pallone a centrocampo.
La logica del potere però, rientra. C'ha ancora in bocca il gusto vellutato del caffè.
Estasiata per il retrogusto avvolgente, concede un altro poco di ammuina al Napoli; poi, ritorna in sé e decide di rimettere le cose al proprio posto.
La partita la vince il Napoli, ma la qualificazione è della Juventus.
Mertens esce tra gli applausi di un universo, quello napoletano, che sa accontentarsi anche del sogno. In attesa, ovviamente, del prossimo miracolo, di un altro Diego Armando Maradona che lo liberi da ogni male.
Amen.