lunedì 30 dicembre 2013

(discorso alcolico su) Il Tempo, il consumo e Ungaretti.

Nella notte dei tempi, il Tempo scorreva anonimo. La Misura, difatti, non era ancora stata inventata perché sul globo terracqueo non era discesa, con le sue manie ordinatrici, la Mente. E anche quando l'uomo, custode spesso ignaro della Mente, si affacciò sul palcoscenico della vita...ebbene, anche allora, il principio vitale venne ravvisato in elementi che nulla concedevano alla Misura. E quindi, l'Acqua, l'Aria.
Il primo embrione che invece fece presagire un cambio di rotta, fu l' "apeiron" di Anassimandro. Oddio, non che prima non si fosse diviso il Tempo in frazioni più o meno lunghe; anche perché, se così non fosse, sarebbe stata, per certi versi, addirittura impossibile la vita, in special modo quella "relazionale". Ergo, la Misura, la scansione temporale è nata con l'uomo. Solo che, a quel tempo, ancora era legata, solo ed esclusivamente, al campo della necessità.
Poi venne Anassagora con il suo "Nous" (la Mente, per l'appunto) e si aprì il vaso di Pandora del tempo inteso anche come orpello; alla stregua, cioè, di porzioni di durata da sfruttare per scadenzare pure i momenti non strettamente legati al necesse est.
Cibo della Mente, infatti, non può e non deve essere solo il binario troppo spesso monotono del dovere ma anche il firticchio della passione, del passatempo, del piacere slegato dai dogmi della quotidianità.
E quindi eccoci, attraverso un volo pindarico di secoli e secoli, arrivare alla disamina, ancora seriosa, del Tempo da parte di Sant'Agostino: "Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima ('distensio animi'). Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un'istante inesistente di separazione tra passato e futuro."
Poi sul proscenio della Storia ci siamo affacciati noi che abbiamo iniziato ad appioppare ad una data sì, e all'altra pure, la misura confacente al nostro animo aggiogato al demone del Consumo. Ed ecco, quindi, l'Armani per capodanno, il Lindt per l'Epifania, il Versace per San Valentino,  la 1a Classe per Pasqua, il Sony per Natale. Senza contare, ovviamente, le strenne di denominazione varia per i compleanni, gli onomastici, gli anniversari e compagnia cantando.
Tutto buono, tutto giusto. Tutto intrinsecamente commisurato e valutato sulla scorta della nostra capacità di consumo, con buona pace di Marx e sodali.
(E con questo...ih...siamo al quarto calice di Ferrari).
Come concludo...ih....?
Ah, già, ecco:tanti auguri di un megagalattico capodanno con l'unico...ih....avvertimento di non "consumare" tutto il capitale. Tra poco, infatti, tra capo e collo ci arriverà la befana, poi S. Valentino, poi....hi,hi....insomma, il Tempo chiederà il tributo di altre misurazioni a cui non possiamo per nulla al mondo sottrarci.
Felice...hi...anno nuovo!

NATALE

di Giuseppe Ungaretti



Non ho voglia

di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Napoli, il 26 dicembre 1916

venerdì 27 dicembre 2013

Nascere il 04 gennaio.


Parafrasando il titolo di un libro…:“nato il 04 gennaio”!

Troppo tardi per lasciarsi rapire dai festoni natalizi, troppo presto per capire che, ancora una volta, bisogna riprendere la mano. Fuori tempo per credere ad una rinascita, appena in tempo per capire che un’altra illusione si è infranta.

Nascere il 04 gennaio è una scorpacciata di regali che ti piovono addosso senza soluzione di continuità, che non ti lasciano il tempo di apprezzarli e che quando sei nell’animo giusto per farlo, proprio allora…blitz, ecco che sono bell’e svaniti.

Chi compie gli anni in questi giorni, è abbacinato da troppo “lume di chiesa” per credere veramente in un’alterità, da troppa officina dell’animo per illudersi ancora che qualche “sol dell’avvenire” ce la faccia a nutrire le appassite speranze.

Il 04 gennaio non è una data. E’ una frontiera troppo vicina al divino e al magico ma troppo distante dai rigori ferrosi di un impegno serio.

Compiere gli anni il 04 gennaio vuol dire guardare al futuro troppo lontano, con la zavorra di un passato troppo presente per dimenticarsene del tutto.

Nascere il 04 gennaio, insomma, è un bel problema e io…”lo nacqui”.

Auguri!   

mercoledì 11 dicembre 2013

Intercettazione di 2 particelle inquinanti nella Terra dei Fuochi.



A:<E’ la quarta volta che te lo ripeto, ma tu…>


B:<Sì, ma che posso fare?>

A:<E beh, a pensarci bene, semplici sostanze inquinanti siamo, mica possiamo decidere noi la destinazione?!>

B:<Per questo ti dicevo. Anche se il faccendiere napoletano…>

A:<Bingo!>

B:<Già, è venuto pure su in Trentino, non solo alla Per.Co., ma pure alla La.To. S.p.A.>

A:<Ah,ah,ah, lasciami indovinare:all’udire la somma che avrebbe risparmiato nello stoccaggio se solo avesse firmato il contratto, il dottor Giacchetti…ah,ah,ah, già me lo vedo con i polpastrelli sudaticci per l’emozione…oddio, che risate…>

B:<Eh,eh,eh. Quindi, se tanto mi dà tanto…>

A:<Oh, stanne pur certo, amico mio:anche tu e la tua famiglia farete parte degli eletti; pure a voi toccherà in sorte il privilegio di avere un ruolo da protagonisti nella contaminazione della Campania Felix.>


B:<Amen!>

A:<Sicuro come la morte. La presenza dell’avvocato napoletano è il passepartout per la mitica Terra dei Fuochi….tatààààààààà. Te l’avevo detto, no?>


B:<Sì, sì, solo che abituato a quei quattro trogloditi che a spiaccicare una parola d’italiano…!>

A:<Eh, bello mio:trattasi di rivoluzione copernicana. Si è passati dal guappo con la testa di Gesù Cristo affondata nella peluria del petto…>

B:<…all’avvocato con la cravatta di Marinella di un blu appena accennato.>

A:<Ah, vedo che stai già studiando gli usi e costumi, eh?>

B:<Eh,eh,eh, sai com’è, il desiderio di contaminare il paese del sole e del mare è tanto che…a proposito, ma davvero è una terra così bella questa in cui tu e i tuoi sgherri avete messo radice?>

A:<Porca puttana!>

B:<Che è stato?>

A:<Senti, patti chiari e amicizia lunga. Sono disposto a dirti tutto, ma ad una sola condizione: non usare più il termine "radice" con me, ok?>

B:<Ma…>

A:<Vuoi che ti descriva il posto o no?>

B:<Va bene.>

A:<Ecco. Io sono intombato qui, a poca distanza dal mare. Alla mia destra, c’è una distesa sterminata di campo di pomodori. A sinistra, diversi appezzamenti di terreni coltivati alcuni a zucchine, altri a broccoli, altri ancora a insalata. Ad una spanna dal mio capo, poi, l’aranceto.>

B:<Le Bucoliche!>

A:<E non è tutto. Ogni tanto, in particolari condizioni climatiche, anche da qui sotto riesco a sentire l’afrore d’o mare…>


B:<Romanticone! Ma non è che mi ti stai diventando un po’ troppo smielato?>

A:<Già, proprio come la diossina al cospetto di una masnada di corpi pronti ad ospitarne l’essenza…ahahahaha.>

B:<Che meraviglioso figlio di puttana! Ma sto’ fatto della radice?>

A:<Ahhhhhhhhh!>

B:<Dai, sono o non sono il tuo compare di contaminazioni?>

A:<Non puoi capire quanto solo parlarne mi dia sui nervi!>

B:<Suvvia!>

A:<Ma no perché è proprio ‘sta fottutissima radice di quercia, che non secchi in questo stesso momento, che impedisce alla nostra colonia di arrivare alle falde acquifere.>

B:<Addirittura?>

A:<Già. Hai voglia di sforzarci a sprigionare tutto il nostro potenziale inquinante. Niente da fare. E, se proprio t’interessa saperlo, è da lei che sento ‘ste cazzate del mare, del sole e via dicendo.>

B:<Ih,ih,ih, lo dicevo io che la cosa puzzava!>

A:<Eh, ci vorrebbe solo….>

B:<Ma che è sto’ rumore?>

A:<Aspe’…sì, sì, vai. Ancora. Di più. Urrà!>

B:<Caspita…>

A:<Che goduria, mi sa che con quest’ultimo carico…>

B:<Ma ancora scaricano?>

A:<E’ il terzo sversamento da stanotte alle due.>

B:<Eddai, speriamo che anch’io ti possa venire al più presto a darti una mano.>

A:<La dobbiamo bruciare fin nelle nervature più profonde, ‘sta zoccola di quercia.>

B:<E una volta raggiunta la falda acquifera….>

A:<Zitto. A parlarne, le cose belle non si avverano.>

B:<E allora non diciamo niente! Si sta così bene nel corpo dei napoletani!>

A:<Peccato il soggiorno duri troppo poco.>

venerdì 22 novembre 2013

Vincenzo De Luca e le facce di San Matteo.

La Preistoria è stata divisa in ere geologiche. La Storia, almeno fino all’Epoca Moderna, in secoli.
In seguito, si è iniziato a percepire in maniera meno lunga questo arco di tempo fino a parlare, per quanto riguarda quello scorso, di "secolo breve".
La chiave interpretativa dei fatidici 100 anni è data da un acronimo. O meglio, da due: “a.C.” (avanti Cristo)” e “d.C.”(dopo Cristo).
Per la ridente (mi si passi l’aggettivo scontato) cittadina di Salerno, oltre, ovviamente, a questa summa divisio, ve n’è un’altra. Per l’esattezza, da circa una ventina di anni, “a.D.L.” e “d.D.L” (da non confondere, quest’ultimo, con il d.d.l. disegno di legge).
Qual è questa divinità così potente da addirittura mettersi in competizione con il Cristo? Semplice, Vincenzo De Luca. Esagerazione? Venite a farvi un giro il 21 settembre alla processione di San Matteo, santo patrono  della città campana!
Il giovane compagno “Vicienz’”, con alle spalle la fiammante falce e martello della cospirativa sezione, abbaiava come un ossesso contro le magagne del governo cittadino; poi, si sa, la responsabilità imborghesisce, il fervore si prende la patente di diplomazia.
Da Masaniello (per carità, però, non lo apostrofate mai in maniera da ricordargli l’odiata Napoli), duro e puro, alla carica di vicesindaco.
Che insinuate? Ciucci: la rivoluzione del Sol dell’Avvenire si può portare avanti, oltre che dall’esterno (e parliamo di ribellione) anche dall’interno del Sistema (sovversione).
Da vice a Sindaco, il passo è stato breve.
In estrema sintesi, lungo l’arco di un ventennio…sì, proprio ventennio, embe’?...dicevo, lungo l’arco di un ventennio, abbiamo avuto le seguenti metamorfosi (ndr, non si segue, nell'elenco, un rigido ordine di successione cronologica), tutte cristallizzate dal soprannome via via appioppato all’illustre concittadino: 1) “Vicienz’ ‘a funtana”: il De Luca della realizzazione dei lussureggianti giardini, dell’abbellimento dell’arredo urbano, del recupero delle aree dismesse,  della rivendicazione dell’Orgoglio Salernitano in contrasto con il “napolicentrismo”; 2) “Vicienz’ Frullino battito d’ali”: il moralizzatore che ogni venerdì, su un’emittente gemella di TeleKabul, digrigna improperi e invettive contro i cafoni che insozzano la città con scritte, per l’appunto, del tipo “Frullino sei il mio battito d’ali”; 3) “Vicienzo ‘e sicchie”: il sindaco riciclone che ha avuto il merito  di portare ad una apprezzabilissima percentuale la raccolta differenziata in città; 4) "Vicenz' e 'e figli delle chiancarelle", come, con spocchia sprezzante, il Nostro definisce tutti coloro che sono refrattari alle magnifiche sorti e progressive dei suoi ripetuti "miracoli" amministrativi; 5) “Vicienz’ ‘o pinguino”: l’ideatore delle luci di artista che attirano folle entusiaste di turisti da ogni parte d’Italia e d’Europa;
In conclusione, ma chi è Vincenzo De Luca?
Come tutte le persone complesse, è uno spettro a diverse tinte, a volte anche l’un contro l’altre armate. Per intenderci, e a solo fine esemplificativo: è il realizzatore del Parco Mercatello, della Villa Comunale, del Parco Pinocchio/Valle dell’irno (…) ma è anche colui che si ostina a concepire la grande opera solo come un agglomerato di cemento capace di immortalare la grandeur salernitana.
E’ un politico con uno spiccato senso dell'etica quando si tratta di pontificare sul cursus honorum degli altri politici, ma è anche quello che sguazza nell’incompatibilità di due funzioni di per sé inconciliabili.
E’ un convinto democratico quando parla (il fine dicitore) in tv, ma poi ama circondarsi, nelle cariche importanti e che potrebbero costituire un contraltare al suo dominio, di mezze calzette che mai potranno succedergli o, almeno, mettergli i bastoni tra le ruote.
E’ un fervido difensore della legalità salvo essere indagato per diversi e vari reati.
E' l'artefice del "centro" rutilante ma anche il gestore pavido e balbuziente delle periferie trascurate.
In conclusione, una domanda: ma non è che De Luca riscuote tanto successo a Salerno (ogni volta che si presenta in qualche elezione, sono pronte per lui percentuali bulgare bramose di tributargli preferenze) proprio perché, come e più del suo patrono (che ne ha solo due), anche il sindaco è dotato di un buon armamentario di “facce”?




 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 




lunedì 18 novembre 2013

Il Rosso del sipario e la sua essenza (da "Tra le pieghe di un sorriso")

Non ho bisogno dell’accompagnatore. Per orientarmi, è sufficiente che qualcuno suoni anche poche e semplici note fino alla mia entrata in scena.
La platea, il loggione, li sento strabordare di curiosità ammirata.
Ecco, mi dicono di prepararmi. Prendo le giuste distanze dal sipario che so di essere di colore rosso….già, rosso: alla mia ancestrale domanda, mi hanno risposto: “sì, insomma…del colore del sangue” oppure “lei ha presente il semaforo…?” o ancora “basta pensare a una tinta più chiara di quella della maglietta della Salernitana”. Eppure, mi viene da pensare in questo momento, io saprei spiegare benissimo cos’è l’oscurità! E qui mi sorprendo a sorridere perché, come sempre, anche questa volta l’origine di tutte le incomprensioni s’annida nell’imprecisione delle mie domande. D’altra parte, quando l’infanzia s’azzardava, impertinente, a porre quesiti di tal genere, non era ancora a conoscenza del mondo delle idee di Platone; giocoforza, non avrebbe potuto chiedere, malgrado già l’intuisse, una cosa del tipo: “Sì ma… qual è l’essenza, l’idea della… rossità? Insomma, della rossezza a cui mi devo rifare?” Troppo tempo ormai, è stato perso.
Ecco, ci siamo. Alessandra centellina le ultime note di una fuga di Bach. Mi aggrappo ad esse e mi lascio sospingere al di là del sipario rosso.
Un applauso intenso circonda i miei sensi. La mia unica preoccupazione però, è quella di stare attento a rimanere nella scia del “do maggiore” a cui, tra una manciata di secondi, Ale darà voce. Eccolo qui. Affretto il passo. Un quarto, due quarti, tre quarti…il salto. Afferro il pianoforte. M’oriento grazie ad esso.
M’inchino al pubblico. Artiglio le dita affusolate di Ale con la destra mentre la mano sinistra è sempre lì, piantata sul mio mondo. Con il piede cerco lo sgabello. Lo trovo leggermente spostato a sinistra (probabilmente, Alessandra si sarà emozionata alla fine dell’esecuzione), lo sistemo e mi ci siedo. Apro e chiudo tre volte la mano destra e poi, di seguito, quella sinistra.
Poggio le dita tremanti sulla tastiera. Animo i polpastrelli.
Un’ottava, altre ottave per poi ritornare alla prima.
Un mare di tasti bianchi solcato da una miriade di delfini neri.
La mia anima esplode e vedo finalmente il rosso del sipario e la sua essenza.

martedì 12 novembre 2013

La Vecchia Signora bastona e la Nocerina s'infortuna.


Bianco-Nero, Bianco...Nero, Nero?
Sabato, cinque minuti prima della partita. Il borbonico piagnone, sporco (lo gridano pure loro, no?), con l'atavico, strisciante senso d'inferiorità, se ne sta davanti al televisore, pregustando il riscatto.
Llorente che segna in fuorigioco ("e ti pareva, non potendoci superare in bravura, ricorrono, com'è loro tradizione, alle ruberie...rubentini!!), sarà solo il pretesto per dimostrarci ancora più violenti nella reazione ("teutonico, m'hai provocato? E io me te magno").
Una magaria di Pirlo e una staffilata di Progba, interrompono la metamorfosi. Quella da borbonico piagnone, con il senso d'inferiorità incorporato, a borbonico che mette sotto il giogo dello "scuorno" la Vecchia, con il culo alla fossa, Signora. E come se non bastasse, si ritorna pure ad essere sporchi, perchè la rivendicazione sul primo bidet ("strano oggetto a forma di chitarra" per i “Savoiardi”) installato nella Reggia di Caserta, non ha più diritto di essere fatta.
Si è perdenti, e ancora una volta non si a diritto di replica.
Il giorno dopo, a Napoli sconfitto, una testata giornalistica campana apre con il dilemma della Terra dei Fuochi.
Ma vuoi vedere che la bastonata della Vecchia Signora potrebbe essere addirittura salutare per la risoluzione degli atavici (quelli sì) problemi della (fu) Campania felix?
Oddio, almeno fino al prossimo big-match, s’intende.
 
Rosso-Nero, Rosso…Nero, Nero!!
In Lega Pro, La Nocerina abbandona lo Stadio “Arechi” di Salerno. “’O fatto è chist’, statemi a sentire”: i “Molossi”, come molto opportunamente vengono definiti i giocatori della compagine rosso-nera, per scongiurare le mazzate promessegli a piene mani da un manipolo di ultrà (la rima con “quaquaraquà” sorge spontanea)  nel caso avessero disputato la partita senza la loro eccellentissima presenza, decidono di anticipare (figata!) le conseguenze di quelle mazzate. Ed è un florilegio di infortuni da cinema muto di Chaplin. Fino a quando l’arbitro si vede costretto a interrompere la partita perché la Nocerina è  rimasta con un numero talmente esiguo di molossi in campo che pure un Chihuahua avrebbe potuto mettegli paura.
Una sola cosa, seriamente. Questi giocatori dovrebbero vergognarsi perché, dall’alto della loro “fama”, dei loro soldi (elementi, questi, che gli avrebbero sicuramente assicurato l’incolumità e, comunque, nel caso peggiore, una protezione degna di un capo di Stato) hanno fatto passare il messaggio che pure il teppistello più sprovveduto può condizionarli. Con l’ovvia conseguenza che tutti saremo portati a pensare, ancora una volta, che il calcio fatto da codesta genia di ignorantucoli arricchiti, può e/o potrà tradire, per l'ennesima volta, la passione di milioni di bambini.
Vergogna!
 
 

lunedì 4 novembre 2013

"Sole a catinelle" e qualcosa "della Che Guevara".

Metti una domenica pomeriggio qualunque. Vai a prendere la ragazza. Cincischi un attimo per prefigurarti un approdo diverso.
Niente gelato, che il tempo non gli si addice.
Niente pizza, che per digerire il pasto con la nonna ti ci vorrebbe un caterpillar a manetta giù per lo stomaco. 
Niente approcci acrobatici lungo le pareti scoscese del ribaltabile, che "l'ovulo lo sento scendere proprio adesso, ohì!".
Guardi con lo sguardo distratto la tua metà e butti lì un cinemino.
La proposta viene vagliata e stancamente approvata.
Qualche dubbio sulla sincerità delle reazioni mostrate viene: a te, quando lei ti raggiunge all'ultimo minuto lamentandosi che non "c'è un posto per parcheggiare nemmeno a pagarlo oro" nonostante insieme ne abbiate visto almeno una decina liberi appena un minuto fa; a lei, quando non si capacita come, malgrado la fila chilometrica solo per "Sole a catinelle", tu gli comunichi con l'ufficialità tipica dell'accertamento fiscale che "c'erano solo i biglietti per questo film".
Comunque stiano veramente le cose, la parte, entrambi, la recitate alla perfezione.
Con il cipiglio infastidito di chi si "involgarisce" solo perchè costretto, ti metti in fila.
Riandando, con manifesta nostalgia, lungo le vette amene del cinema pasoliniano, ti accingi ad entrare.
In segno di plastica protesta, ti castighi nella posizione più defilata per evitare di compromettere il tuo intellettualismo di solide radici.
Inizia il film.
Il curioso lavoratore d'albergo, affascinato dal mito tutto berlusconiano della partita iva, decide di licenziarsi e di mettersi in proprio. Inizia il galoppo lungo le praterie sconfinate degli acari dell'arricchimento che lui cattura con le poderose scope elettriche da appioppare alla sterminata famiglia.
La moglie rischia il licenziamento ma lui ingrana a tal punto da diventare il venditore dell'anno.
Inebriato dal successo, si scapicolla lungo i dirupi dell'acquisto a rate, delle cambiali, degli assegni postdatati, fino a incasellarsi alla perfezione nella sagoma famelica dello "shopping-man".
Ma i guai non tardano a venire. Ogni membro della famiglia, ormai, ha acquistato la scopa. Lo stesso oggetto che ha benedetto l'ingresso trionfante di Zalone nel mondo dei pagherò, subisce l'onta del superamento tecnologico. Se poi a tutto questo aggiungi un figlio che prende tutti dieci in pagella per meritarsi il fantasmagorigo viaggio promessogli dal papà solo a questa condizione, ebbene, non c'è altro da fare: portare il dotato pargoletto in Molise, vuoi per tentare almeno di mantenere uno scheletro di promessa, vuoi allo scopo di incontare gli ultimi parenti rimasti a cui poter vendere la scopa elettrica.
Da qui in poi, un caleidoscopio di battute intelligenti, irriverenti, recitate con l'italiano sgrammaticato del nostro tempo ma, insieme, con la causticità di un profondo lavoro di scavo nei gangli di questo perduto Paese.
Tra perle di saggezza ("Ricordati, a papà, che se hai un debito piccolo con le banche, ti tartassano. Se ne hai uno grosso, le banche ti apprezzano"), paure inveterate (al figlio che gli prospetta una possibile omossessualità:"Meno male - sbotta sollevato il Checco nazionale -pensavo che eri comunista!"), e messaggi contro l'anoressia e l'eutana"zia", c'è pure il tempo per un ravvedimento esistenziale necessario alla riconquista dell'amore.
Alla fine del film, tu e la tua ragazza siete veramente contenti  per  l'operazione di forzata convergenza (portata a termine in solitaria, inconsapevolmente l'uno dall'altra) degli eventi verso quel felice, inconfessabile esito: andare a vedere l'ultimo film di Checco Zalone.
Vi accingete ad abbandonare la sala con l'unica preghiera di non incontrare mai qualcuno che come il protagonista possa chiedere alla commessa fuori campo:"scusa, hai solo queste della Che Guevara?" Il tempo di pensarci che un Suv si pianta  lungo lo scivolo per i portatori di handicap.
 

giovedì 26 settembre 2013

Maledetto, benedetto Sassuolo!

Eccomi qui.  Fustigato, da tifoso napoletano, dalla sferza mefistofelica che non ti aspetti; o meglio, che non può brandirsi perchè potenzialmente incapace dell'abbrivio necessario a procurarti dolore.
Un attimo dopo il 93esimo, stai lì come inebetito a pensare che il record delle cinque vittorie consecutive è rimasto imbrigliato negli striscioni del tutto esaurito del San Paolo.
Ti si sparapanza, allora, davanti agli occhi la classifica (
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?)
che vede la tua squadra del cuore intrippata al secondo posto.
 
 
"Maledetto Sassuolo!" - ti viene da digrignare a mezza bocca, deluso e incazzato.
Poi, una luce.
Golia e Davide. Leonida e Serse. Che Guevara e Batista.
Il rosso ideale vomita cavalloni sul lago delle sicurezze quantistiche.
Il credo egualitar-rivoluzionario che ha ispirato tutta la tua vita ruggisce indomito.
"Il Napoli comunque vincerà lo scudetto."
"Benedetto Sassuolo!"

martedì 24 settembre 2013

"Il Castello del Tondo Sacro".


Il Castello del Tondo Sacro

 

Ed è arrivato il giorno dell’ultimo Consiglio Comunale prima delle vacanze estive.

Nonostante i mastodontici condizionatori verde pisello appollaiati sulla testa dei Dioscuri ( le buone cose di pessimo gusto ), l’Aula del Consiglio appare refrattaria a qualsiasi, pur insistito, anelito di frescura.

I problemi sono tanti. Le forze scarseggiano. La voglia di risolverli sta già spaparanzata su qualche spiaggia da 40 € a lettino. Ciononostante, l’esimio signor sindaco Allagricoltura Braccia Rubate deve pur scioglierli ‘sti nodi gordiani che lo separano, ultimi di un lungo rosario di grattacapi, dall’approdo patinato alle isole Free Scura. Ora, non che si pretenda che vengano affrontati e risolti tutti e cinque i problemi che ingolfano l’agenda politica, ci mancherebbe, ma almeno di uno, il principale, non può essere rinviata la trattazione: la “questione monnezza” che attanaglia la città di Castellanea.

Dopo quattro ore e passa di Consiglio, le proposte sono appena tre.

Il cav. Grossa Làsparo, paonazzo in viso e sudaticcio, s’affanna a caldeggiare la trovata, a suo dire geniale, consistente nell’intombare i rifiuti cittadini in tante fosse scavate proprio accanto alle tombe dei cari estinti;  ciò quasi a voler significare che come ogni uomo, durante tutta la sua vita, porta seco pene ed affanni allo stesso modo, al sopraggiungere dell'Eguagliatrice che numera le fosse, si fa accompagnare dalla sua bella porzione di rifiuti. E già perché se i cittadini di Castellanea si rifiutano di accollarsi il peso della propria spazzatura, qualcuno dovrà pur farlo. E chi meglio dei loro defunti che sicuramente nulla potranno obiettare in proposito? Da non sottovalutare poi, l’allusivo messaggio spirituale dell’accostamento blasfemo di tale poltiglia maleodorante con la purezza dell’anima dei castellaneti.

L’ing. Perco Lato, più semplicemente, se n’è uscito con la proposta di utilizzare i rifiuti, opportunamente trattati, per asfaltare le strade della città.

Anche perché, in questo modo, si potrebbe avviare a soluzione un altro annoso problema che tormenta i sonni degli abitanti di Castellanea. Come quale? Quello della moltitudine di piccioni e gabbiani che insozzano la cittadina, no? E già perché questi uccelli fetenti, attirati dal fetore che esala dai rifiuti, sicuramente verrebbero investiti e spiaccicati al suolo dalle auto in corsa non appena si decidessero a planare sulle strade.

L’ultima idea è quella appena accennata dal dott. Uto Pista. Ben a ragione si utilizza il verbo “accennare” perchè il meschino ha avuto solo il tempo di tratteggiare la sua proposta prima che un branco inferocito di risate e di pernacchie aggredisse il suo già scarso senso di autostima.

“Chi va per questi mari…”. Come si fa, infatti, a proporre come soluzione della “questione monnezza” la raccolta differenziata? Mica si può scambiare i nobili castellaneti per porci costretti a sguazzare, tra le mura linde e candide della propria casa, nella poltiglia nauseabonda di rifiuti addirittura da differenziare?

Pazzia allo stato puro. 

Uno stanco moto d’impazienza del sindaco:<Signori, di riffa o di raffa, il problema lo dobbiamo risolvere. E che diamine, mica possiamo seppellire la spazzatura sotto le mura del Castello del Tondo Sacro?>

Silenzio lungimirante.

A momenti sarebbe stato possibile avvertire lo sferragliamento della cervicale dei Dioscuri alimentata dalle zaffate dei condizionatori verde pisello.

In seconda fila, s’erge imperioso l’avv. Zione Specula, già proprietario della catena alberghiera Legibusolutus Hotel.

Un sorriso ammaliatore. La favella ispirata. E dopo un discorso intriso di “interesse generale”, “salute pubblica”, “senso di responsabilità”, la proposta.

Negli occhi magri e segaligni dell’avvocato, s’incarna l’ennesimo business: un altro albergo, il più bello e lussuoso, che svetta sparluccicoso sulle rovine del “castello della monnezza” che dovrà necessariamente essere abbattuto non appena le sue sature mura saranno contaminate dal tanfo pestilenziale.

<La proposta ai voti.> Così sentenzia il sindaco Allagricoltura  Braccia Rubate.

L’inclito consesso approva all’unanimità.

Afa gelatinosa che paralizza i collegamenti neuronali.

L’opposizione, la cittadinanza tutta non profferiscono parola.

Si trivella alacremente la collina, proprio lì, sotto la cinta muraria del castello. E così ( miracoli dell’ingegneria avveniristica! ), tempo un paio di mesi, si scava un profondo abisso a forma di imbuto. Alla popolazione ora stregata dalle magnifiche sorti e progressive del progetto, sembra quasi che il vertice di questo cono origini ( a tal punto appare profondo ) dal centro della Terra. Proprio lì, il punto più lontano dal Paradiso dove, come opportunamente fa notare la professoressa Ura Kult, l’eccelso Consiglio Comunale pare aver confinato il lume della ragione.

E così, tra i tornanti riottosi della collina che porta al castello, ogni mattina, si arrampicano i tir baldanzosi per il prezioso carico. Ed è un sabba infernale di miasmi, rumori, gasolio bituminoso.

Per le strade della città, manco uno straccio di rifiuto. E pazienza per il fetore acre della fermentazione che, sebbene compresso all’interno dello scavo, pur riesce a trovare qualche varco per sgaiattolare via; pazienza pure per la crescita esponenziale dei carcinomi registrata in tutta Castellanea. Degna di poco conto poi, è anche l’invasione di gabbiani che coronano il nobile capo del maniero.

Oddio, non che non ci sia, al di fuori della città, qualche pseudo-intellettuale che appari scandalizzato dalla geniale soluzione trovata alla “questione monnezza”. E, d’altra parte, come meravigliarsi? E’ risaputo, infatti, che ogniqualvolta il dito indica la luna, sono proprio gli imbecilli quelli che s’attardano a guardare il dito.

Così è stato, così sarà in saecula saeculorum. Amen.

Che poi, se proprio non bastasse a convincere della bontà della scelta effettuata, ci sono pur sempre i dati che parlano chiaro: consenso al 90% per Allagricoltura Braccia Rubate & C. in vista delle imminenti elezioni comunali; articolo sparato in prima pagina su PecuniaOlet, il più importante quotidiano della città ( il rilievo mosso dalla professoressa Ura Kult, ancora lei, che a più riprese ha fatto presente come si tratti di un giornale il cui editore sia proprio l’avv. Zione Specula, s’appalesa come un’insinuazione a tal punto gretta e meschina da non meritare alcuna considerazione ); prevista esportazione, dietro pressanti e continue richieste, del modello “ammazza-rifiuti” anche in altri borghi limitrofi.

Insomma, e non poteva essere diversamente, successo a trecentosessanta gradi.

Qual è il male del mondo? Il limite, la misura. Se non ci fosse il vuoto che diventa pieno, la distanza destinata ad essere raggiunta, le ore condannate a passare, probabilmente tutto sarebbe sospeso ed imperituro.

E così, finanche l’abissale voragine di Castellanea sta per essere colmata.

Urge un altro Consiglio Comunale.

L’avv. Zione Specula, inoculato il bacillo pernicioso dell’angoscia nell’animo degli astanti, con cipiglio severo, così conclude:<E’ l’unica: fa d’uopo sfruttare il castello come contenitore. Da calcoli effettuati con certosina precisione, tenendo conto dell’altezza della sua cinta muraria, della superficie del maniero e di numerose altre variabili che non sto qui ad elencarvi risulta che, adottando siffatto sistema, la popolazione di Castellanea sarà sollevata dall’angoscia dei rifiuti almeno fino alla fine dell’inverno.>

Ipse dixit.

<Ma…!>. Una congiunzione. Per di più, avversativa.

Il varco è qui?

I Dioscuri, frastornati dalla spada di Damocle dei condizionatori verde-pisello che continuano a vomitare aria calda, per un attimo trattengono il respiro.

<La proposta ai voti.> Così sentenzia il rieletto sindaco Allagricoltura  Braccia Rubate.

L’inclito consesso approva all’unanimità.

Il freddo pungente intirizzisce i collegamenti neuronali.

Ai primi di dicembre, le possenti mura del Castello del Tondo Sacro appaiono come quella carta spessa che avvolge il cilindro del panettone appena prima che questi si gonfi a formare la capocchia.

La tenace professoressa Ura Kult, la cui mente è tetragona ai colpi dell’afa così come del freddo pungente, riesce finalmente ad organizzare un timido movimento di opinione che si oppone allo stato di degrado e d’imbarbarimento del glorioso Castello del Tondo Sacro.

Nel frattempo, la stomachevole cappella diviene sì sproporzionatamente grande che basterebbe il peso di una decina di gabbiani che vi si posino per farla franare.

Urge un ennesimo Consiglio Comunale che puntualmente si tiene.

Ancora una volta, a monopolizzare la scena, trovasi l’esimio avv. Zione Specula. E’ consapevole, il legale in questione, come manchi davvero poco affinché sulle macerie della coniugazione perifrastica passiva di tutta una vita ( castrum delendum est ) sorga un rifulgente perfetto ( castrum deletum est ). Un progetto, il suo, che ha mirabilmente sfruttato un’esigenza collettiva, quella di liberarsi dal materiale di risulta della società consumistica, fino a farla diventare il sostrato su cui erigere le fondamenta del suo tornaconto personale.

Oramai ci siamo, manca davvero poco. Giusto il tempo di prelevare dalla scarsella gli inveterati strumenti della sopraffazione e il suo sogno scellerato, iniziato con lo scavo di quell’immensa voragine nella collina, proseguito poi con l’imbottitura parossistica del castello con tonnellate di monnezza, troverà il giusto coronamento.

L’avv. Zione Specula si alza con flemma ieratica dal suo seggio, inforca gli occhiali, s’aggiusta il nodo della cravatta a pois e così esordisce:<Carissimi concittadine e concittadini. Ormai, com’è ben chiaro a tutti, la misura è colma. Il prestigioso Castello del Tondo Sacro sta per essere annientato dal peso dei nostri rifiuti. Una perdita importante, senz’ombra di dubbio. Ma com’è prerogativa dei migliori, il suo sgretolamento non sarà vano. Allo stesso modo dell’Araba Fenice infatti, risorgerà dalle sue ceneri a memento non solo del suo illustre passato ma anche di un difficile ed ugualmente importante presente; e già perché è in questi giorni che codesto nostro castello si è trasformato nell’ultimo baluardo contro la tirannia della monnezza. Ed è allora, proprio ad ideale continuazione di cotanto passato e di sì prestigioso presente, che vengo a tracciare le linee guida di un fulgido futuro per il nostro amato maniero. Ebbene sì, care concittadine e cari concittadini: fa d’uopo edificare, sulle sue autorevoli fondamenta ormai corrose dal tarlo del degrado, lungo il suo inclito perimetro già irrimediabilmente violato dal peccato originale, un novello tempio pagano…già, carissimi, un grande albergo, il più lussuoso e avveniristico che, a suo modo, possa perpetrare i fasti del fu Castello del Tondo Sacro.>

Appena il tempo di ultimare il suo intervento che, dalla porta istoriata dell’Aula del Consiglio, spuntano una serie di cartelli di protesta coraggiosamente issati da un nutrito manipolo di manifestanti. A capo di questa protesta, manco a dirlo, la professoressa Ura Kult.

I Dioscuri, indegnamente addobbati per le imminenti festività natalizie, si sorprendono a commuoversi, increduli spettatori di questa sollevazione popolare.

La speranza, però, ha appena il tempo di fare capolino dall’aula che una schiera di poliziotti, armati di tutto punto, si catapulta sui manifestanti, disperdendoli in quattro e quattr’otto.

Dopo qualche “ma…”, “forse…”, “non sarebbe…”, tutto ritorna all’assurda normalità.

<La proposta ai voti.>

Castore e Polluce, ormai prevedendo l’esito di quella votazione, dopo aver sopportato e malvolentieri tollerato, nell’ordine, zaffate di aria fredda, vampate di calore artificiale, ridicoli festoni e imbarazzanti bardature natalizie, al pensiero che saranno costretti ad assistere all’ennesimo, sciagurato scrutinio, non intendono farcela. Si guardano complici per l’ultima volta e si lasciano cadere, l’uno sull’altro in una ideale ics, quasi a voler apprestare l’estrema difesa al castello, in ossequio ad un’intesa connaturata al loro stesso essere.

Dopo una breve sospensione durata il tempo necessario a liberare la sala dai detriti delle due statue, il Consiglio Comunale riprende.

L’inclito consesso approva ancora all’unanimità.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donne di  povincie ma bordello!

E’ la vigilia di natale. La professoressa Ura Kult, così come una trentina di altri abitanti di Castellanea, non se la sente proprio di festeggiare. La finestra gelida racchiude una luna innaturalmente gonfia, costretta a sopportare lo scempio di quelle sinistre pale meccaniche ferme proprio lì, lungo le mura del Castello del Tondo Sacro.

La nonna Ura Kult si sforza di apparire serena al nipotino. E, come ogni sera che il buon Dio manda in Terra, s’accinge a leggergli una favola, vivamente speranzosa che stavolta possa alleviare, oltre il sonno del piccolino, anche il suo.

I bambini di oggi, si sa, sono estremamente sensibili ed il piccolo Uro Fut non fa certamente eccezione. Non gli risulta difficile, infatti, notare come in un’altra occasione mai la nonna avrebbe mancato di sfruttare la magnifica luce della luna per leggergli la favoletta serale così come si ostina a fare stasera, pervicacemente voltata di spalle alla finestra che dà sul castello. Ed allora capisce che non può esimersi dal porre questa domanda:<Nonnina…- e indicando con la manina il satellite tumefatto – perché….il castello?>.

A questo punto nonna Ura Kult si rende conto che non ne può fare più a meno. Piange e sorride. Sorride e piange. Chiude il librone verde delle favole ed inizia a parlare al nipotino ed alla sua coscienza.

<Vedi, piccolo Uro Fut, questo – e non appena si volta verso il castello assediato, le lacrime scorrono più copiose – che noi chiamiamo il Castello del Tondo Sacro, in realtà, ha sempre avuto una storia estremamente umile. Mai una legge è stata promulgata in questo maniero. Nessun personaggio importante vi ha fatto giammai visita. Non c’è traccia di qualche poeta,  scrittore o artista che abbia frequentato la sua corte. E questo perché pare che, fin dai tempi più antichi, ci si fosse persuasi che il castello portasse sfortuna. Sai com’è i grandi, a volte, ne dicono di stupidaggini. E il bello è che poi, spesso, ci credono pure. Comunque, questa fama di castello maledetto sembra essere stata alimentata da diversi accadimenti poco piacevoli avvenuti tra le sue mura; ultimo dei quali, attorno all’anno 1345, la morte dell’intera famiglia reale a causa della peste. Da quel giorno, nell’intento di esorcizzare questo nefasto destino che sembrava accanirsi contro il nostro maniero, si decise di attribuirgli la denominazione “del Tondo Sacro”, laddove il termine “tondo” sta per zero, nullità assoluta.

Il piccolo e accorto Uro Fut, bisbigliando qualcosa tra sé e sè, spiana il pollice, poi l’indice e il medio e resta un attimo interdetto. Guarda la nonna e chiede:<Saccro?>

<Già, – sorride Ura Kult – hai proprio ragione. Il termine mancante, l’aggettivo “Sacro”, vuole essere una sorta di assicurazione preventiva contro altri lutti che potrebbero colpire la città di Castellanea. E’ come se i nostri antenati avessero detto: “Voi asserite che il castello non vale niente, che il suo prestigio è pari a zero? Ebbene, noi castellaneti lo chiamiamo sì il “Castello del Tondo” ma ci affibbiamo pure l’aggettivo “Sacro” perché la sacertà, foss’anche riferita al nulla, attesta pur sempre la presenza protettrice del divino.” E così, caro Uro Fut, è nata la denominazione “Castello del Tondo Sacro”>

Il piccolino, estremamente attento ad ogni parola di questa insolita ma affascinante favola, chiede curioso:<E il castello….per te?>.

Ed allora la nonna, trovando il coraggio di voltarsi per l’ultima volta nella direzione del maniero, osando ripercorrere con lo sguardo le possenti mura seminascoste da cumuli di rifiuti, brandisce un sorriso carico d’amore:<Per me, dici, cosa significa il castello? Praticamente la presenza costante, la testimonianza autentica della vita della nostra famiglia. Con la complicità delle sue ruffiane merlature, infatti, ho amato tuo nonno. Cullata dalla sua poesia, ho messo al mondo tua mamma. Nutrito dall’eternità delle mura del castello, sei cresciuto tu, piccolo Uro Fut . Al riparo dei suoi burberi bastioni infine, ho pianto la morte del mio adorato sposo e avrei voluto trovare la morte anch’io>.

Pianta un bacio sulla fronte meditabonda del piccolo. Gli rimbocca le coperte. Smorza la lampada. Chiude il librone verde. 

Adesso, con le lacrime impreziosite dal chiarore lunare, si congeda dal nipotino:<Come vedi, per me, il nostro castello è il più prestigioso di tutti. E pure tu, anche quando sarà violato definitivamente, vanne sempre orgoglioso.>

Quella notte, sullo schermo immaginifico della mente di Uro Fut, vengono proiettate immagini fantastiche ed avventurose: cavalieri, re, dame, cavalli bianchi lanciati al galoppo per combattere l’ennesima ingiustizia. Un microcosmo variegato e multicolore che trova la sua origine nell’anima del Castello del Tondo Sacro. Ed è proprio l’anima o, per dirla con Platone, l’idea stessa della castellaneità ( tutto avviene lì dove solo alligna il segreto dell’Universo: la fantasia di ogni bambino del mondo ), a ingenerare la deflagrazione della barriera storica, la liberazione dei topos letterari. Ed eccoli allora, presenze evanescenti ed invincibili, ectoplasmi della storia e delle arti documentati da studiosi ed eternati dalle pagine della letteratura, convogliati in quel castello dall’Idea della Rotondità per antonomasia, anch’essa nata nelle mura di un famoso maniero: lo Spirito della Tavola Rotonda ( la democraticità, l’uguaglianza ) di re Artù e dei suoi cavalieri.

A mezzanotte in punto quindi, proprio mentre il sindaco Allagricoltura  Braccia Rubate, l’avvocato Zione Specula e tutti i membri del Consiglio Comunale stanno issando i calici della disonestà e del malaffare per un brindisi propiziatorio, un caravanserraglio pantagruelico e pestilenziale di rifiuti esplode in aria dalle viscere del Castello del Tondo Sacro e ivi rimane, per un attimo sospeso, in trepidante attesa. E ciò fino a quando lo Spirito della Tavola Rotonda, stavolta divertendosi ad abdicare alla sua millenaria funzione eguagliatrice, non si decide a dividere il puzzolente carico in relazione al grado di stoltezza ed imbecillità dei singoli protagonisti della vicenda.

E’ Natale. La città si sveglia e guarda sulla collina. Il Castello del Tondo Sacro sparluccica in tutto il suo ritrovato splendore. Dei cumuli di monnezza, manco l’ombra.

Passato il piacevole stupore, gli occhi ritornano a guardare il contado di Castellanea.

Lo stupore continua.

La città si scopre turrita. Quindici pilastri di varia grandezza si innalzano verso il cielo. Quelli tremendamente grossi e lunghi, addirittura oltrepassanti le stesse nuvole sono, guardacaso, proprio quelli che s’innestano sulle case dell’avvocato Zione Specula e del sindaco Allagricoltura  Braccia Rubate.

Evento strano, stranissimo. Ancora più strano perché queste colonne, che sembrano sorreggere il cielo, sono fatte di monnezza compressa.

Si consultano scienziati. S’interrogano indovini.

All’interno del prestigioso Castello del Tondo Sacro è spuntata una tavola, ovviamente rotonda. Ah, dimenticavo: non si sa come né perché ( d’altra parte, se si sapesse sempre tutto non ci sarebbe spazio per le favole! ) i Dioscuri, dati ormai per spacciati dopo la rovinosa caduta, siano ritornati a presenziare, finalmente contenti e beati, la Sala degli Arazzi del castello da cui furono sfrattati per abbellire l’Aula del Consiglio.

Su ciascuna delle loro teste, campeggia una feritoia.

Da qui, ogni mattina, la brezza porta i colori ed il profumo del mare.

 


 
 
 
 
 
   
 


 

 

 

 

 

 

   

 

mercoledì 3 luglio 2013

Odio il cemento.

Mio padre faceva l'imprenditore edile. Mio nonno era muratore. Il mio bisnonno lavorava la calce.
Non ricordo cosa facessero gli altri antenati. Eppure son sicuro che se facessi una ricerca genealogica, tutti quelli che hanno qualche cromosoma che si può, anche de relato, collegare a me, abbiano avuto a che fare con le pietre, la calce, il cemento, le costruzioni.
E invece io adesso sto qui. Rinchiuso in queste pareti asettiche dell'ospedale a causa di un incidente. Tutti i miei cari stanno al mio capezzale. Ognuno di loro, finanche la piccola Assuntina che sembra chiedermelo con gli occhi, vorrebbe sapere quale sia stato il motivo che mi ha spinto a sorpassare in curva la betoniera. La fretta? Il bisogno di risentire uno di quei brividi adolescenziali della cui mancanza tante volte mi sono lamentato con mia moglie? No. Ovviamente nulla di tutto questo.
Per fortuna il medico con la testa a pera ha raccomandato ai miei di non chiedermi niente in merito all'incidente. E' da poco, infatti, che ho finito di "commuovermi" cerebralmente.
Si apre la porta. L'infermiera vichinga ordina di uscire tutti fuori. 
Dopo che la stanza riprende a respirare a pieni polmoni, mi si avvicina per la puntura.
L'ago s'infilza nella mia carne come se un ago non potesse fare altro che bucare il culo delle persone.
Mi sorride. Va via.
Mi ricompongo. Ho voglia di affacciarmi alla finestra.
Fuori, un palazzo in costruzione.
Il puzzo di cemento l'avverto nonostante i vetri chiusi.
"La betoniera l'ho sorpassata perchè mi fa schifo il cemento. Perchè il cemento non è neutrale. Nossignore. Il cemento è formato da compromesso, speculazione, arrivismo. Odio il cemento, la calce, l'involucro che lo racchiude, il secchio che lo contiene, il mezzo che lo trasporta. Non sopporto il cemento nonostante lo senta scorrere e inzaccherare i miei vasi sanguigni. E' per questo che lo odio e, - rivolto sconfortato al comodino silente - a volte, mi odio anch'io."

giovedì 20 giugno 2013

L'Avvocato indagato.

Gigino è stato sempre un ragazzo determinato. Anche e soprattutto quando la sua voglia di diventare avvocato si veniva a scontrare, ogni giorno che Iddio manda in Terra, con le condizioni economiche della sua famiglia che a definirle precarie si pecca di generosità. Poco male. Lavorava come cameriere in una pizzeria nei fine settimana. In estate, per qualche mese, si scorticava la schiena nei campi di pomodori. Negli occhi, sempre la fierezza di inseguire il suo sogno senza dover mai dire grazie a chicchessia. 
A chi di noi, con le palpebre sonnolenti delle undici di mattina che avevano appena finito di inzuppare la brioche nel latte e caffè di mammina, gli faceva presente che così facendo non avrebbe mai potuto avere una ragazza, lui rispondeva con un sorriso accompagnato da un'alzata di spalla. E a Gilberto che alludeva alla possibilità di buscarsi, ogni tanto, qualche euro rendendo una testimonianza "a comando" al giudice di pace, lui rispondeva sempre allo stesso modo; apparentemente alla stessa maniera, perchè si vedeva lontano un miglio, per chiunque lo conoscesse bene, che Gigino alla sola idea di tradire il suo ideale di giustizia, si avvampava come la capocchia di un fiammifero. Poi venne Emanuela. 
Dopo una settimana lo lasciò perchè non la faceva mai divertire e per il fatto che, secondo quanto riferito alla comitiva dalla sua migliore amica, non ci aveva manco ancora provato.Per questo motivo, nel nostro gruppo, la noia di un'interminabile pomeriggio d'estate partorì la calunnia che Gigino potesse essere ricchione. 
Lui quando venne a conoscenza delle illazioni a tal proposito? L'ennesimo sorriso e la solita, disarmante alzata di spalle.
Venne il giorno della sua laurea in giurisprudenza. Bruciante, fulminea; addirittura urticante, perchè tutti sapevamo che la velocità con la quale era stata conseguita, mai e poi mai sarebbe potuta essere imputata alla raccomandazione che troppo spesso serviva a giustificare la nostra ignavia.
Gigino, due anni fa, ha aperto il suo studio legale. 
Una persona, suo ex cliente, è venuto scandalizzato da me, più comprensivo, perchè si è visto messo alla porta non appena il suo legale si è accorto che uno dei testi che aveva portato per perorare la causa era falso.
L'ho incontrato una settimana fa. Tra il suo solito sorriso e la consueta alzata di spalle, ha fatto trapelare l'inquietudine per la sua situazione economica, aggravata, come sappiamo tutti senza che lui ce l'abbia mai detto, dalle continue spese mediche per la sua malattia.
Dal barbiere, dopo aver "trattato" un sinistro simil-vero, apro il giornale alla pagina locale. A caratteri troppo generosi leggo: Indagato "l'avvocato comunista" per truffa alle assicurazioni.
Alzo gli occhi dal quotidiano, spaesato . Esco fuori dal salone ancora con la schiuma da barba che soffoca il mio mento.
Ho un conato di disgusto verso il mondo. 
Verso me stesso.