lunedì 29 aprile 2013

Parafrasando Boccaccio.

Nella III giornata del Decameron, il lettore si trova alle prese con l'ottava novella che vede protagonista tal Ferondo, uomo sempliciotto e credulone. In breve: Ferondo stringe amicizia con un abate, santo in tutto il suo fare tranne che nei rapporti col gentil sesso. Caso vuole che il villico abbia uno schianto di moglie che subito fa gola all'abate "femminaiuolo" che tanto s'adopra e tanto fa da riuscire a entrare in confidenza con lei.
Sotto il sigillo della confessione, la signora si lamenta oltremodo della gelosia di Ferondo e l'abate, convinto di poter sfruttare questo esacerbato spirito di possessione dell'amico a suo vantaggio, comunica  che un rimedio lui ce l'ha a portata di mano per far passare al marito siffatta fisima. E che s'impegna fin da subito a porlo in essere a patto che la donna, una volta liberato Ferondo dal suo demone, acconsenta a giacere con lui. Dopo un'iniziale, scenica resistenza, la madonna acconsente.
Il chierico si mette all'opera: fa bere a Ferondo un po' di vino frammisto ad un potente veleno  del Vecchio della Montagna che ha la proprietà di far sembrare morto chi lo ingurgita. E tutti, per l'appunto, a vederlo senza vita steso a terra, si convincono della sua dipartita. Viene, quindi, celebrato il funerale e il buon uomo seppellito come creanza comanda.
Dopo tre giorni l'abate, con il prezioso aiuto di un suo confratello, lo va a disseppellire e lo porta in una cella oscura del convento dove l'uomo finalmente si sveglia. 
L'amico dell'abate fa credere facilmente a Ferondo che si trova in Purgatorio per via della sua gelosia e affinché questo racconto sia ancora più veritiero, tre volte al giorno lo fustiga. Gli paventa, poi, la possibilità di un ritorno in vita a patto di non dimostrarsi più geloso della sua, tra l'altro, onestissima donna. In tutto questo, ovviamente, il sagace abate si diletta a soddisfare le voglie della moglie dell'amico con tanta veemenza da ingravidarla; ragion per cui, è opportuno che il frate carceriere comunichi a Ferondo che Domeniddio lo farà ritornare effettivamente in vita e gli concederà pure la grazia di un figlio, sempre a condizione che egli non ricada nella deprecabile gelosia.
Morale della storia: Ferondo ritorna in vita da tutti considerato alla stregua di un miracolato, accetta di buon grado il figlio, abbandona del tutto la sua gelosia con somma soddisfazione dell'abate che può continuare a trastullarsi, incontrastato, con il procace corpo della signora.
Fuor di metafora e parafrasando siffatta novella, mi vien da chiedermi: e se noi potessimo disporre dello stesso veleno dell'abate? Ecco, potremmo, ad esempio, prendere un buon numero di politici a cui glielo faremmo ingurgitare. Così addormentatili, potremmo deportarli in massa in un campo di raccolta di pomodori campano a lavorare sotto il sole e con la "paga" che si dà a un extracomunitario. Potremmo, ancora, fargli credere che si trovano in purgatorio, che devono scontare le loro ruberie e che solo dopo un certo tempo di patimenti, se ben si comporteranno, potranno ritornare ad occupare la posizione di privilegio che avevano prima della caduta nel mondo dell'espiazione.
Come come? Non credete in nessun modo che una volta rimessi con le chiappe sul velluto degli scranni di Montecitorio possano fa tesoro di quella esperienza e donarsi anima e corpo al bene comune? Diffidenza fondata. A pensarci bene però, male che vada, ci saremmo almeno divertiti a vederli "buttare il sangue" per un buon lasso di tempo. O mi sbaglio?

venerdì 26 aprile 2013

"Mi piace Masini, embe'?"

"Ho studiato pianoforte."
"E beh, allora ti piace la musica raffinata. La classica? Il jazz? Certo, ci starebbero bene pure i grandi cantautori italiani."
"Già".
"Sono di sinistra."
" E beh, allora avrai, musicalmente parlando, l'imbarazzo della scelta. Dai grandi gruppi pop ai cantautori italiani impegnati, tipo Guccini, per intenderci."
"Già".
"Mi sono laureato con una tesi sull'esistenzialismo di Sartre".
"E allora, figliuolo, caro, la musica per te è un qualcosa di estremamente raffinato."
"Già...anzi no, aspetti: - insufflo un grumo d'aria capace di infondermi coraggio - MiPiaceMarcoMasini!" - confesso tutto d'un fiato come una locomotiva d'altri tempi che attraversa la galleria dell'incomprensione.
Non ho studiato pianoforte, non sono di sinistra, non mi sono laureato con una tesi sull'esistenzialismo di Sartre. 
E pensare che mi piace pure la musica classica, il jazz, Guccini.
Già...ma mi piace Marco Masini!!

martedì 23 aprile 2013

SuperSantòs.



Caracolla il Super Santos sotto il cortile di casa. 

Sono troppo piccolo e scarso per poterlo dominare. Posso solo subirlo…in porta, anche questa volta, a cercar di parare le traiettorie dei guaglioni con le scarpette.

Caracolla il Super Santos sulla spiaggia dell'adolescenza. 

Tra signore unte che biascicano proteste, mi cimento in rovesciate di muscoli incoscienti, strafottente nel volermi piacere e nel catturare l'attenzione.

Caracolla il Super Santos in ogni pallone di cuoio del giovedì di calcetto. 

Una finta, un goal, un dribbling allo stress quotidiano e alla fatica di vivere.

Caracolla il Super Santos lungo i giardini del parco. 

Vedo i primi tiri sconclusionati di mio figlio e mi danno l'anima per la sua inettitudine (Avrà preso sicuramente dalla mamma!).

Caracolla il Super Santos in qualche intercapedine della mente di me, ormai, vecchio morente. 

Rivedo in un campo di luce i guaglioni con le scarpette, le rovesciate irriverenti, i giovedì del calcetto, i teneri approcci del piccolo Antonio.

Caracolla il Super Santos..."Eh no, patti chiari almeno qui: io, in porta, non esiste proprio!”

<Jamm bell', San Matte’, pass' 'o SuperSantòs!>
 

domenica 21 aprile 2013

Sfogo qualunquista.

VOGLIO ESSERE RISARCITO:
- da chi, sanissimo ventenne, faceva incetta di pillole contro l'osteoporosi perchè "tanto non si pagano"; 
- dall'imprenditore che dichiara reddito zero perchè così "mi assegnano la casa popolare"; 
- dal commerciante che si fa passare per nullatenente "perchè così danno la borsa di studio a mio figlio;
- dall'onorevole che promette posti di lavoro nelle municipalizzate perchè in questo modo "mi garantisco la riconferma";
- dal professore che legge il giornale in aula perchè "tanto non ne vale la pena"; 
- dal dipendente che si fa il pieno con il carburante destinato ai mezzi pubblici "perchè ho comprato l'auto diesel apposta";
- dal ciclista che si lascia "trattare" perchè "uno pulito non potrà mai vincere"; 
- dal banchiere che, nonostante la crisi, si riconosce un bonus milionario perchè "se non lo prendo io, lo prenderà qualch'altro fesso"; 
- dall'industriale che scarica i liquami della sua fabbrica nel fiume perchè "se attivo i depuratori il mio guadagno va a farsi fottere";
- dall'elettore che vota il politico corrotto perchè "sono tutti ladri e almeno lui mi fa passare il condono";
- ...
Voglio essere risarcito da chi mi impedisce di vivere dignitosamente in un mondo appena accettabile. Sono pronto, per quanto è in me, a risarcire le prossime generazioni che il seme malato dell'umanità avrà la follia di mettere al mondo. In questo mondo.

venerdì 19 aprile 2013

C'era una volta...

C'era una volta un leone che voleva diventare re. Ora, per riuscirci, avrebbe dovuto imporsi, anche a costo di ucciderle, sulle altre bestie rivali dello schieramento avverso che abitavano la foresta; massimamente, poi, sul vecchio giaguaro che nonostante fosse stato più volte ferito dagli indigeni che volevano fosse fatta giustizia per le continue razzie nei loro villaggi, si era messo in testa di contendere il titolo al leone. Quest'ultimo, dal canto suo, sempre convinto che prima o poi, in un modo o nell'altro, si sarebbe riusciti, se non per il suo tramite, almeno per quello degli indigeni o delle altre fiere che ben potevano avere la meglio sul vecchio e piagato giaguaro, a "smacchiarlo", praticamente ignorò la bramosia di potere del rivale.
Ad un certo punto, dalla foresta vicina, sopraggiunse un branco di tigri che a furia di preoccuparsi del giaguaro, fecero saltare il tafano al naso all'imbelle leone; tanto che il felino in questione cercò di allearsi con i nuovi arrivati per fare finalmente fuori il nemico atavico. Le tigri, però, non nutrendo alcuna fiducia nelle sue intenzioni perchè aveva sempre finto di lottare contro il giaguaro ma non l'aveva mai seriamente affrontato, non ne vollero sapere di stringere un patto con il leone convinte, com'erano, di potercela fare da sole a far assurgere, una di loro, al rango di re della foresta.
Ad un certo punto, però, la tigre-capo detentrice dello ius vitae ac necis (il diritto di vita e morte) sulle altre, non si sa come nè perchè, decise di lanciare un segnale all'infingardo leone e propose di nominare, come spirito protettore della foresta al cui volere anche il re deve sottostare, l'aquila o il cervo; aquila e cervo che da sempre erano schierati più o meno indirettamente con il leone o, meglio, con l'idea di regalità che predetto felino rappresentava. Il nostro miserrimo leone, però, che cosa ebbe mai l'ardire di fare? Si recò dal giaguaro e concordò con lui che il prossimo spirito protettore della foresta avrebbe dovuto essere lo gnu.
Stando così le cose, molti animali che l'avrebbero aiutato per diventare finalmente re della foresta si smarcarono, fino ad indebolirlo, dallo schieramento del leone. Con la conseguenza che  il vecchio e astuto giaguaro, insieme al suo seguito, si trovò a competere con un branco avverso spaccato al suo interno, incapace, così, di opporsi seriamente alla concreta possibilità che ancora una volta il re della foresta diventasse lui. 
L'unica speranza, allora, che restò agli animali di liberarsi finalmente del giaguaro e delle sue odiosissime macchie, era quella di confidare negli indigeni.
Stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che ho detto la mia. 

martedì 16 aprile 2013

Salvuzzo, per non saper nè leggere nè scrivere....

Per non saper nè leggere nè scrivere, dico che ieri sera, amminchiato davanti al televisore, con un cicarone di caffè che mi faceva compagnia, sono rimasto deluso. E la delusione è stata ancora più forte perché proveniente proprio da lui. E già, il buon cumpari Salvuzzo Montalbano stavolta non ce l'ha fatta a farmi dimenticare, per la durata della prima puntata della nuova serie, le seccature, le angustie e le angherie della vita di ogni giorno. Ad un certo punto (vedi che ti vengo a dire), durante il suo stanco raccapezzarsi tra i vari furti dei milionari viziosi di turno, mi è venuto addirittura in mente la prossima scadenza della rata del mutuo. Cosa questa che, quando nelle precedenti edizioni addumavo la televisione e mi catafottevo sul divano a taliare "Il commissario Montalbano, sono!", giammai mi era capitata. La mia attenzione, infatti, veniva completamente adescata da quell'omino apparentemente insignificante, sempre mal rasato, con le gambe arcuate alla Jigen di Lupin; da quella maschera di intelligenza e sensibilità, bonomia e fetusaggine, sincerità e menzogna teatrale.
In questa puntata, l'arguto Salvo l'ho visto troppo spesso ammamaloccuto. Eppure le premesse c'erano tutte per un suo ritorno in grande stile: prima la buona pinsata di far intervenire il fecondo (troppo!) Camilleri, divertito a spiegare il suo incontro con Angelica; poi, una volta iniziate le danze, il simpatico siparietto di Livia che, nel sonno, invocava Carlo, ammonendolo a non "fare qualcosa" da dietro.
Dopo queste prime, incoraggianti, battute d'esordio però, più niente oltre l'avvenenza di Angelica e il videogame "saltato" di Catarella. Financo la denuncia sociale sui tagli del governo e sui poliziotti in bicicletta mi è sembrata del tutto priva di mordente.
Insomma, e con grande disappunto, ho dovuto prodigarmi in uno sforzo sovrumano per non farmi intossicare la serata dalla prossima scadenza.
Speriamo solo che dalla seconda puntata in poi, amminchiato davanti al televisore, con un cicarone di caffè che mi faccia compagnia, possa finalmente ritrovare il mio dolce, camurrioso compagno Montalbano.

sabato 13 aprile 2013

Fabrizio ovvero il "punitore di sè stesso" di terenziana memoria.

A volte appare incredibile come le persone, nel momento stesso in cui riescono a salire in sella all'assai riottoso attimo propizio, si facciano disarcionare, appena un secondo prima della vittoria, con deprecabile alloccagine.
Ma come? Tu, Fabrizio Barca, "hai il piacere" di essere un George Clooney de noantri idolatrato come Immagine imperante richiede da tutto il caravanserraglio delle S.S. (Società Specchio) in cui ci tocca, nostro malgrado, vivere; sei riuscito comunque, tenero virgulto appena (quasi) sessantenne, a entrare nella stanza dei bottoni sia pure in un ministero tecnico che hanno provveduto ben bene a fottere, ex ante e non ex post come normalmente fanno, del portafoglio; sei stato, cum magno gaudio, nomato dal Miccichè (uno che "si porta" nell'affollatissimo partito dell'inciucio) "il Bravissimo"; hai avuto anche l'acutezza di scrivere dei saggi sulla storia del capitalismo che ci ha resi tutti, il capitalismo, aventi diritto ad una partita IVA al sole.... Ebbene, malgrado 'sto po'po' di sciorta (trad. lett. napoletano-italiano: fortuna) che ti è capitato così, tra capo e collo, nonostante  'sti natali illustri, nobilissimi e perfetti da fare invidia a Principi Reali, che mai mi combini, Fabrizietto bello? 
Vai in una trasmissione radiofonica e, alla domanda ("Ma lei è comunista?") di un ammammaloccuto intervistatore che non crede alle proprie orecchie, che minchia ti salta in testa di rispondere?
Come dici? Non ti ricordi? Arisentiti, Fabrì, fammi il piacere!
"Berlusconi (che ha bocciato la tua candidatura per ben tre volte...e ce credo, co' 'sta tara ideologica grande come un sorcio che ti deturpa il pedigree!) mi chiede:<Ma lei è davvero comunista?>
E io, prontamente:<Le confesso, - ammetto - Presidente, che è una malattia di famiglia per la quale non esiste assolutamente cura.>
Eh, no, Fabri', e dillo che sei proprio masochista, allora, e famola finita! 

venerdì 12 aprile 2013

La vitiligine e l'arrivo della primavera.


Nella pupilla ancora irritata dal bagnoschiuma di primo mattino, per un attimo balena il riverbero delle macchie di vitiligine ancora più bianche del solito. 
Dischiudo seccato il palmo della mano e contemplo le sue chiazze acromiche.
Come Marcovaldo di Calvino si accorge dell'arrivo della primavera dalla rinite allergica, allo stesso modo io percepisco il ritorno dell'estate dal contrasto più marcato tra le macchie di vitiligine e la parte di pelle che, malgrado tutto, si ostina a funzionare.
Che poi, di cosa mai di così grave si tratta da meritare di essere definita con un nome così astruso (vitiligine, per l'appunto)? Semplicemente di un difetto della pigmentazione. Ecco, il termine giusto è "malattia autoimmune". 
E per un attimo vedo, sconsolato, furoreggiare in qualche parte dell'iride le truppe di anticorpi voltafaccia che, lancia in resta, si catapultano lungo i pendii della collina all'assalto degli increduli melanociti; a tal punto sorpresi, da starsene lì inermi come dei babbalucchi, prestando il fianco alle truppe degli ormai ex sodali che bellamente li infilzano.
E il colore della pelle, ignominiosamente, porge lo scalpo.
"Mannaggia!"

martedì 9 aprile 2013

Antonio Ingroia e Willy il Coyote.

C'è un filo rosso, un minimo comune denominatore che tiene insieme popolazioni (gli umili di Manzoni, i vinti di Verga, i cafoni di Silone, gli analfabeti meridionali di ogni tempo,...), cartoni animati (!) (Willy il coyote, Gatto Silvestro, Gargamella,...), icone della storia (Annibale, Giordano Bruno, Masaniello...), miti delle fiabe/favole (orchi, streghe, lupi,...), personaggi contemporanei (Roberto Baggio, Antonio Ingroia,...), partiti politici (il P.C.I., il P.S.I.,...): la condizione dell'essere perdenti.
Sia chiaro, non mi sfuggono le differenze tra le diverse categorie e i vari appartenenti ad ogni insieme. Gargamella, per citarne uno, non solo è perdente adesso rispetto ai Puffi ma lo sarà sempre, condannato com'è ad esserlo dal canovaccio della storia data in pasto ai bambini (e non solo). Annibale, invece, lo è divenuto, perdente, dopo aver addirittura vinto (e che vittoria!), con i suoi elefanti mastodontici ai piedi delle Alpi che quando li sognavo mi facevano prendere la "verminara", il fantasmagorico Senatus Populusque Romanus.
Anche e vieppiù  per i personaggi contemporanei, vale la necessaria relativizzazione della definizione. Ed infatti, non mi sfugge la difficoltà di incorporare il Divin Codin nella categoria anzidetta ma se si pensa che Baggio non è riuscito mai a vincere il mondiale, pur avendo innalzato al cielo numerosi trofei, ecco che la definizione di perdente è bell'e giustificata. Così come accade con l'ottimo Antonio Ingroia che non ce l'ha fatta a portare in dote all'asfittica "Stanza dei bottoni" la sua onestà e competenza.
Sì ma, in buona sostanza, perchè proprio l' "elogio" del perdente?
Semplice: a me, i perdenti, mi (anacoluto voluto) piacciono assai. Ma non quelli rassegnati a siffatta condizione (perchè il perdente vero lo è, anche solo nelle intenzioni, sempre momentaneamente) bensì i perdenti che, a prescindere se ce la faranno o meno a ritornare a vincere o a vincere per la prima volta, si battono per crearsi la chance di dimostrare la bontà delle proprie battaglie.
Basta guardarli anche distrattamente: leggi nei loro occhi quella sofferenza, quell'essere vittima sacrificale del fato avverso che sanno o si illudono di poter cambiare perchè solo così riusciranno a proiettare i riflettori della Storia sulla giustezza delle loro convinzioni; convincimenti, guardacaso, che quasi sempre si rivelano esatti.
Graecia capata ferum victorem cepit (la Grecia, conquistata (dai Romani), conquistò il rozzo vincitore).
Già, Orazio ha dato la definizione perfetta del perdente. Colui, cioè, che apparentemente sconfitto, sostanzialmente è il vero vincitore.
Dimenticavo. Se non si fosse capito, anch'io mi reputo un perdente e sono fiero di esserlo.

lunedì 8 aprile 2013

Elogio dell'assegno dell'assicurazione.

O titolo di credito, che io, giovane e spiantato avvocato quale sono, ho atteso con il cuore in mano per ben quindici, interminabili giorni!
O pezzo di carta filigranato, tratto su qualche mirabile banca del Paese di Bengodi,
di cui ho provveduto accortamente a erodere un pezzo sempre più consistente del tuo valore nominale!
O passepartout dagli infiniti fregi che mi consentiranno di guidare ancora il mio macinino fino al prossimo RID!
Ecco, ti ho tra le dita, dopo un mese dall' "accetto la Sua proposta per la chiusura stragiudiziale del sinistro" e quasi non ci credo.
A malincuore ti abbandono nel palmo del cliente disidratato di turno che deve aspettare la valuta. Non ti crucciare, però, piccolino. Non sarà un addio. Ritornerai a me sotto forma di moneta sonante, in ossequio all'acuta osservazione di Antoine Lavoisier per la quale in natura (...) tutto si trasforma.
O gruzzoletto sgusciante come biscia tra le pieghe del mio portafogli dopo altri quindici giorni d'attesa, adesso sei definitivamente mio.
A destra la montagna che serve a tappare le falle, a sinistra il topolino che già gongola per il fine settimana con la sua bella.
Il cellulare.
Mi ha chiamato l'IVA.
O fuggiasco che fosti assegno e che poi diventasti denaro sonante....ma vaffanculo!

venerdì 5 aprile 2013

I miei scritti su www.scrittoriemergenti.it

"http://www.scrittoriemergenti.it/index.php?option=com_content&task=view&id=19142&lang=it&Itemid=27" target="_blank">Tra le pieghe di un sorriso XVII</a><br />Scrittori Emergenti.it - venerdì 05 aprile 2013<br /><div align="right">© <a href="http://www.scrittoriemergenti.it" target="_blank">Scrittori Emergenti.it</a></div></div>
 

giovedì 4 aprile 2013

"La legge non è uguale per tutti: i poliziotti in carcere, i delinquenti in libertà".

A pochi esami dalla già tardiva (un'altra, orgogliosa vittima del fascino della cultura slegata dalla facoltà) laurea, sono stato chiamato a prestare il servizio militare. Nella cartolina di precetto la destinazione che campeggiava era quella di Albenga. Mi scocciava farlo (anche perchè non ne condivido il senso)  ma ero contento, curioso da sempre come una bertuccia, dell'accattivante prateria "lontano da casa" che mi si spianava davanti.
In quei dieci mesi (antropologicamente) interessanti, ho potuto conoscere da vicino l'ambiente "marziale". 
Al netto delle sempre deprecabili generalizzazioni, mi sono imbattuto nell'ideologia fascistoide degli eia eia alalà che allignava massimamente in quelli che erano partiti volontari (all'epoca, V.F.A. e V.F.B.) ma anche in alcuni semplici soldati di leva come me. In due parole, ignoranza machista ammantata da frustrazioni da sfogare su chiunque avesse covato una qualche forma di debolezza.
Dopo la laurea in giurisprudenza, sono stato praticante (per pochi mesi e prima di dedicarmi al civile) di un avvocato penalista.
Al netto (e so' 2!) delle sempre deprecabili generalizzazioni, ho toccato con mano la tracotanza con i piccoli e la riverenza con "quelli che contano" di alcuni poliziotti.
Tutto questo per dire che, anche e soprattutto per esperienza diretta, io sono d'accordo con gli agenti di quel sindacato (provo vergogna finanche ad associare la parola "sindacato" a quella sigla) relativamente allo striscione che hanno sciorinato davanti all'incredula mamma di Federico.
Avete ragione, camerati:la legge non è uguale per tutti dal momento che una legge, eguale perchè non propondera nè da una parte nè dall'altra avrebbe:ex ante, processato per omicidio volontario e non colposo, i vostri commilitoni; ex post, da un lato, non consentito loro, macellai in divisa, di beneficiare dell'indulto che ha addirittura quasi azzerato la pena (da 3 anni e 6 mesi a soli 6 mesi), dall'altro, impedito a voi di manifestare proprio sotto il municio dove lavora la mamma di Federico Aldrovandi. Ma vi è di più. In un Paese appena accettabile, il Corpo di Polizia fin da subito si sarebbe prodigato ad espellere saecula saeculorum, condannati ad una damnatio memoriae imperitura, gli scellerati attori di questa tragedia.
La legge non è uguale per tutti i poliziotti. Almeno per tutti quelli che non sono come Antonio Manganelli.
Scusali e scusaci, Federico. 

mercoledì 3 aprile 2013

Deambulando solvitur...

"Camminando, risolvo, trovo la soluzione". Ecco, questo recita il brocardo latino. Sì ma, per  spostarsi, andare a piedi da un punto a un altro (Treccani), vi è bisogno di un sia pur minimo refolo di energia. Anche l'agorazein della polis greca ("recarsi in piazza per vedere che si dice") presuppone comunque che si "metta mano" alle gambe e vi si influssi un acceno di pneuma vitale.
Assodato questo, il Presidente Napolitano, proprio sulla scorta della considerazione che la "saggicità" (l'idea platonica della saggezza) mal si confà a un pie' veloce qualsiasi, ne ha scelti dieci, di piedi "savi".
"Se il traguardo è cento, è sufficiente cumulativamente che ogni prescelto ne percorra dieci per arrivare alla meta, nevvero?".
Avrebbe potuto sceglierne otto, nove, sette. Nossignore. La divina Tetraktys di Pitagora è salva.
Avrebbe, altresì, potuto attingere a persone più giovani. Niente da fare. Dieci virgulti avrebbero oltrepassato dieci volte e  (forse più) l'arrivo iridato.
Avrebbe, infine, potuto nominarne di altri meno incartapecoriti nella tela del potere. Manco a pensarci. La lottizzazione partitica del pensiero ne avrebbe ricavato un ferale e mortifero colpo.
Ed è con viva e vibrante soddisfazione (Crozza docet) che, nell'ordine:
a) si salva la trascendentale proporzione del 10 coerentemente all'assioma che vuole sempre che se un compito può essere assolto da uno solo, se ne paghino dieci affinchè il risultato (forse) si possa raggiungere (magari da uno solo);
b) si preserva la sindrome politica di Nestore (re di Pilo, con circa trecento anni sul groppone);
c) ci si mantiene inzaccherati nella melma del sistema.
a)+b)+c)= IL CAMBIAMENTO.
Io, per non saper nè leggere nè scrivere (analfabeta del mondo), mi metto in cammino lungo la strada dell'ennesima illusione perchè, se proprio non "risolvo", almeno non morieris in bello (non morirò in battaglia). O no?
Così è se vi pare.