venerdì 31 maggio 2013

Erostrato e Facebook.


Nel 356 a.C., infatti, le possibilità per un quisque de populo di diventare personaggio pubblico, erano pressoché nulle. A meno di accoppiarsi con qualche dea, magari sotto le mentite spoglie di un muflone selvaggio, o di uccidere il tiranno di turno che, bontà sua, decideva di farsi trovare a taglio di lama.
Scartate queste due possibilità, cosa rimaneva al nostro Nessuno per poter assurgere agli onori della cronaca? Per esempio, compiere uno sproposito; ma non uno qualsiasi, nossignore. Per raggiungere lo scopo serviva, piuttosto, un'azione talmente eclatante da farlo diventare una star non solo tra i confini delle varie polis, ma addirittura di permettere al suo nome, di secolo in secolo, di arrivare fino ai nostri motori di ricerca. Cerca che ti ricerca, ecco trovato il gesto spettacolare. Perché, checché se ne voglia dire, cosa può rendere più famoso un uomo del 356 a.C. che mettersi, bell'e buono, ad appiccare il fuoco al tempio di Artemide alias una delle sette meraviglie del mondo antico?
Certo, compiuto il fattaccio, poi c'era bisogno della pubblicità che tutto immilla. E già perché fin dal IV secolo a.C., a una distanza siderale, quindi, dalle televisioni del Biscione, era chiara l'equazione avvenimento non raccontato=avvenimento non avvenuto. Quindi, malgrado l'umile pastorello fosse convinto di averla fatta davvero grossa, gli mancava il passaggio successivo che solo avrebbe potuto imprimere il suo nome a lettere di fuoco nella mente scossa dei concittadini.
Quale modo migliore, a ben pensarci, che mettersi a urlare, mentre le fiamme divampavano all'impazzata, il proprio nome ai quattro venti in maniera tale che Erostrato, da quel momento in poi, venisse per sempre associato all'incendio del tempio di Artemide?
Portato a compimento il gesto extra-ordinario poi, di siffatto soggetto, inteso come persona fisica, si persero le tracce. 
Passano gli anni. I secoli. I millenni. Arriviamo alla nostra epoca. Si va su Facebook. Per l'appunto, "s'accende" Facebook. C'imbattiamo, così, in un esercito di erostrati. Una masnada di carneadi che, per uscire dall'anonimato delle loro vite mediocri, non trovano di meglio da fare che sciorinare tutta la loro esistenza sui fili pruriginosi del più diffuso social network. E dopo aver incendiato la piazza virtuale con milioni di megabyte di fotografie, video, stati personali, fottuti dalla paura di non riuscire comunque ad ammantarsi della veste della notorietà, li vedi pubblicare le cose più svariate. E fosse solo questo!
Addirittura, in più di un'occasione, anziché usare il social network per testimoniare qualcosa d'importante, e quindi degno di essere condiviso, si arriva alla follia di creare un evento, vivere una situazione, al solo scopo di poterla pubblicare su Facebook. In altri termini, è il social che genera l'accadimento e non viceversa. Per non parlare poi di chi, finalmente consapevole delle figuracce a cui l'ha esposto la sua grammatica deficitaria, si sfoga condividendo pensieri e aforismi (preconfezionati, ovvio) che farebbero arrossire lo stesso La Palisse. Infine, come non accennare agli untori di zucchero e miele che t'inondano la pagina con zaffate di sdolcinerie azzeccose dirette ai vari "Cuore", "Battito", "Trottolino", "Puccy" e (sigh!!) "Ai capelli (di Gennaro da parte di Mariassunta, ndr) che sembrano volare con ali d'angelo in un barlume di emozioni cerulee"?
E pensare che in un'era di sovraesposizione mediatica come la nostra, per diventare finalmente personaggio, basterebbe avere l'originalità di declinare il proprio nome nella fattualità delle cose reali, hic et nunc. Certo, non sarebbe come incendiare il tempio di Artemide, ma almeno servirebbe a farci capire che chi cerca ossessivamente la ribalta non è nulla di più dell'ennesimo sempliciotto che tra clangor di buccine s'esalta.

lunedì 27 maggio 2013

Il figlio dell'operaio e la "Critica della ragion pura".

E' arrivato Gustavo. Dopo tre chiamate andate a vuoto come, d'altronde, le altrettante riparazioni fai da te dello sciacquone, finalmente la sua presenza si è materializzata. Qui e ora.
Gustavo è mio coetaneo. Ma vi è di più. E' più o meno l'esempio negativo che, una volta addidatoti come miserevole approdo a cui può portarti l'ennesimo quattro in greco, ti spinge a suffumigi disperati di versioni e ottativi.
E io me la ricordo ancora, gli possino, la sequenza corporea di papà. Dapprima il mento spianato sul malarnese appena tornato da lavoro, di poi l'indice fracristoforesco accompagnato dal “Verrà un giorno...” che mi prospettava la fine ingloriosa e sudicia di Gustavo se solo non avessi colmato quell'insufficienza.
Indi per cui, eccomi a sobbalzare nel cuore della notte; ad immaginarmi sporco, con la chiave a pappagallo arrugginita tra le mani.
Sta di fatto che la mia pigrizia mentale, stroncata da quell'infausto presagio, ci mise ben poco a lasciare il posto ad un iperattivismo capace di un fulmineo approdo alla sufficienza. Anzi, c'è da credere che se l'agghiacciante scenario mi si fosse prospettato qualche mese prima, probabilmente avrei addirittura oltrepassato la fatidica soglia del sei, tanta era la disperazione in cui il mio animo cadeva nell'istante stesso in cui osava anche solo immaginare una vita da Gustavo.
La stessa vita che adesso, in questo preciso istante, mi trovo mio malgrado a guardare con altri occhi. Quali? Beh, quelli dell'evidenza, per esempio.
Da una parte il Suv BMW con il quale è arrivato l'idraulico, uscito dal parco della sua villa e il costo della riparazione durata non più di dieci minuti; dall'altra, la mia fiat 600 cointestata con la mamma che sgaiattola fuori da casa dei miei e la parcella miserrima per una messa in mora “già fatta nel pc” e di durata analoga alla riparazione..
I fallimenti si generano dalla comparazione di dati. Il resto è aria fritta.
<Ma tu non pensi alla cultura, all'istruzione!> sembrano scusarsi gli occhi “pigliati collera” di papà.
Io pur andando fiero, nell'ordine, della mia laurea rigorosamente fuoricorso, dei miei esami al netto di pelose sponsorizzazioni, di quel pizzico di cultura che mi contraddistingue, non posso non sentirmi leggermente frustrato.
Lo sciacquone riprende a funzionare. Il costo della chiamata, calmierato da una conoscenza ventennale, e il prezzo della riparazione, vengono pagati. 
Gustavo s'accinge a lasciarci con la magra consolazione, mia e di papà, del nostro investimento sulla conoscenza e sulla cultura.
Risorse queste, santo Iddio, che mai e poi mai baratteremmo con la chiave a pappagallo di Gustavo.
In parte rinfrancato, sorveglio debitamente occultato dalla tenda celestina l'uscita del Suv bianco affronto. Sortita ritardata che alimenta la suspence. Troppo ritardata.
Suonano al citofono. Mi vien da sorridere pensando che Gustavo possa aver dimenticato la chiave a pappagallo. Io, per parte mia, non sarò mai costretto a ritornare sul luogo di lavoro per riprendere un oggetto smarrito. Non avrò mai la necessità di recuperare il classico ferro del mestiere senza il quale la mia operatività è nulla.
Pregusto già la soddisfazione nel vedere la sua mano callosa alla ricerca dello strumento della sua scienza. Anzi, dell'aggeggio che è, in pratica, la sua arte.
<Scusatemi, avevo dimenticato il libro. E domani ho l'esame.>
“Critica della ragion pura”. Ovviamente, Kant.
Mio padre s'affloscia sulla poltrona. Io mi aggrappo alla tenda.

Sul salotto zio Giorgio con Anita in grembo sorride. Di un sorriso plasmato dal rosso riverbero che il figlio dell'operaio deve poter essere messo nelle condizioni di raggiungere i più alti gradi di istruzione. A patto però, vorrei aggiungere al pensiero astrattamente condiviso, che non si discosti dal cliché del giovane istruito sì, ma anche squattrinato. 
Il rombo dell'irriverente Suv e le volute della tenda divenute improvvisamente soffocanti,  però, me l'impediscono.

martedì 21 maggio 2013

Avvistamenti.

Mi sporgo giusto quel tanto che basta per scorgerne un altro. Da stamattina, è il terzo che vedo. Uno, mi è stato a latere per la durata del rosso di un semaforo appena scattato. Era a bordo di una potente macchina. I nostri sguardi si sono incrociati per un paio di secondi: il tempo sufficiente per consentirmi di riconoscerlo.
Il secondo avvistamento, invece, mi è capitato di farlo in tribunale. Era uno dei testimoni che il difensore di controparte aveva citato. Mi è bastato guardarlo mentre recitava la dinamica dell'incidente mandato a memoria per capire. "Eccone un altro!" mi sono detto.
L'ultimo della serie mattutina, è lui. Passeggia con la moglie e la figlioletta di un paio d'anni. 
In un primo momento sono stato io a doverlo cercare. Ora, quasi attratto dalla iattura della sorte comune ("ma poi, - mi vien fatto di chiedermi sempre - davvero loro possono riconoscere me come io loro? O non si tratta, piuttosto, di una fisima solo ed esclusivamente personale?"), lo vedo dirigersi decisamente verso di me. Mi guarda e passa oltre, allietato dai capricci dell'amata bambina.
Eppure non ne siamo tanti. Chi siamo? Uomini e donne. Basta. Non c'è alcuna condizione sociale nè caratteristica fisica; così come non vale ad irregimentarci nessun dato anagrafico.
Semplice. Basta fermarsi e apparire indifferente. Al momento opportuno, poi, alzare lo sguardo verso i passanti. Guardarli fissi negli occhi. Quando si riceverà, nel momento in cui le traiettorie dovessero aver la fortuna di incrociarsi, una piccola scossa, allora si sarà al cospetto di uno in più. Di un'altra persona, cioè, che pur (magari) pienamente inserito in questa società, ha ancora negli occhi un barlume rivoluzionario che gli impone di dissociarsi dalle nostre dinamiche; di credere, cioè, che un'altro mondo sia davvero possibile. Anche se poi, quasi sicuramente, smorzerà il suo anelito di cambiamento facendo finta di farsi bastare il SUV, l'essere utile per l'amico, il calore della famiglia.

martedì 14 maggio 2013

Sir Tommaso Moro e la mia estate.

E mi trovo, alle due di dopopranzo, su questa panchina cullata dal mare. 
Mi porto un libro, così, tanto per ingannare lo snervante senso di colpa che "non sia mai che qualcuno passi di qui e possa anche solo minimamente pensare che me la stia scialando, oziando come un pensionato rincitrullito o alla stregua di com'è solito fare il "tardo" Pasquale del bar di fronte". 
Nossignore, non sia mai detta una cosa del genere del sempre impegnatissimo (per copione) io.
Inizio a leggere. Mi ci vuole appena un minuto per convincermi dell'inadeguatezza al contesto "spiaggesco" della mia lettura. 
Per quanto affascinante, infatti, un libro sul processo di Tommaso Moro, letto sotto un sole accecante e non potendo fare a meno di ammirare il tuffo carpiato del ragazzino di fronte, difficilmente ti consente di concentrarti sulle segrete cupe della Torre di Londra in cui fu rinchiuso. Senza parlare, poi, della difficoltà di partecipare emotivamente al momento in cui l'illustre umanista (e non solo) si accinge a offrire il collo al boia per farsi decapitare.
Poco male. Tanto il mio libro è solo una copertura per rilassarmi vicino al mare e per assecondare la voglia matta delle mie membra di farsi permeare dal sole clemente di maggio.
Poggio il Processo di Tommaso Moro sulla panchina. Chiudo gli occhi. Per un paio di minuti forse dormo. 
Oddio. 
Mi desto di soprassalto guardandomi subito intorno per assicurarmi che nessuno abbia notato la mia deprecabilissima debolezza. Riprendo subito, turbato, in mano il libro. D'altro canto, tra un paio di minuti devo ritornare allo studio e quindi, ben vengano le atmosfere cupe del "Socrate cristiano"!
Come come? "Moro amava l'umorismo, negli scritti come nella vita; la festivitas era un tratto saliente del suo temperamento". E più avanti: "E proprio sui gradini del patibolo, dopo aver pregato uno dei funzionari dello sceriffo di dargli una mano per aiutarlo a salire, aggiunse:<Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi alla meglio da solo." E infine: "E quando gli fecero posare la testa sul ceppo, egli, che aveva una gran barba grigia, scostandola da un lato disse al carnefice:<Ti prego, lasciami scostare la barba dal ceppo, chè non succeda che me la tagli!>".
Chiudo il libro sorridendo. Mi arrotolo le maniche della camicia. Allargo le gambe e mi struscio scompostamente la schiena alla spalliera. Inizio perfino a fischiettare.
"Se fin un attimo prima della morte un grand'uomo come sir Tommaso Moro non ha avuto paura nemmeno della scure del boia, che timore posso avere io che qualcuno pensi che stia oziando?" Sì, sì. Se avessi il costume mi butterei anche a mare. Anzi, adesso mi permetto addirittura di pensare, ora che siamo in pieno orario di studio, alla profumata scodella di caponata, al caraffone di birra ghiacciata alla spina e alla fetta d'anguria da spolpare con tutti i semi. Ecco, questa è la mia estate, da spiluccare rigorosamente in canottiera. 
Ovviamente, sul trespolo di una terrazza a mare.

giovedì 9 maggio 2013

Pane e mortadella e premio Nobel

Ci sono miliardi di motivi per cui uno desidera abbeverarsi alle invitanti acque della notorietà. Si va dalle motivazioni dello sborone tatuato, bramoso di incastonare il suo culo palestrato nei sedili in pelle umana della Jaguar ruggente cafoneria a tutto spiano; passando dal fighetto messo a mollo negli effluvi moreschi delle lampade abbronzanti capaci di attirare la letteronza pronta a svendersi per un affaccio subito dopo i cruciverba per bambini cerebrolesi; fino ad arrivare al politico voglioso di acquistare consenso con il solo scopo di pavoneggiarsi in Transatlantico e di scansare, disgustato, il proletarissimo Bertazzoni.
Io, vi confesso, vorrei sguazzare nella fama, tuffarmi a cufaniello nei suoi affascinanti viluppi, per fare un'unica cosa. Memore dell'impresa dell'impareggiabile Einstein che osò affidare alle sue stupende mutande il ruolo di anfitrione per gli ospiti della serata di gala organizzata a casa sua, io desidererei bearmi della notorietà per compiere una boutade di pari grado di rivoluzionarietà.  E sì perchè se un colpo di testa lo compie un pincopallino qualsiasi, gli viene da subito e senza colpo ferire affibbiato l'epiteto di pazzo. Dopodichè...buonanotte ai suonatori! Caso archiviato. Uno sciroccato in più. 
Se invece a rendersi protagonista del gesto irriverente è uno che conta, in uno degli innumerevoli campi in cui la specie umana può fregiarsi del titolo di celebrità, ebbene le cose cambiano; e di molto, pure. La follia viene sdoganata fino a trasformarsi in originalità.
Come dite? Le mutande di Einstein sarebbero addebitabili alla sua proverbiale distrazione? No, non mi fregate. Anzi, sapete cosa vi dico? Che se pure la poesia di quella stonatura fosse dovuta a una stralunatezza momentanea, ebbene anch'io sono disposto ad addebitare il mio sogno di fama ad una distrazione. Purchè mi facciate addentare in santa pace questo benedetto pane cafone pieno zeppo di mortadella mentre mi accingo a iniziare la prolusione per l'assegnazione del premio Nobel.

sabato 4 maggio 2013

Il furto e i"Quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum per conforto!".

Un ex dirigente di azienda di sessant'anni è stato sorpreso a rubare. Riportata così la notizia ha ben poco di originale. Massimamente, poi, in un periodo in cui i mezzi economici sono ridotti al lumicino e quindi le giustificazioni di un furto sempre più a buon mercato. Eppure vi devo confessare che se una ruberia, di per sé ovviamente deprecabile, potesse essere "abbuonata" e/o addirittura considerata degna di encomio, ebbene, sarebbe proprio questo uno di siffatti casi. E sì perché il Lupin in questione non è stato sgamato a sgraffignare soldi, rolex, autovetture o portafogli. Nossignore. L'impunito è stato colto in flagranza mentre portava via....dei libri. Già, proprio di libri si tratta. Ma vi è di più: alla domanda delle allibite forze dell'ordine, a tal punto (immagino) da bruciare la prima (perché rubi?) e passare direttamente alla seconda domanda (per quale motivo dei libri?), il contrito ex dirigente ha candidamente risposto:<Perché ho sete di cultura da libri e non riesco, avendo perso il lavoro, a soddisfarla!>
<Eureka!>
<Eppur si muove.>
<Verrà un giorno...>.
<Obbedisco.>
Ecco, del tutto inconsapevolmente, il ladro in questione ha partorito un'altra frase memorabile degna di essere inserita in un similare elenco per la correlazione tra sete, come bisogno insopprimibile dell'uomo, e cultura, libri.
O arguto fuorilegge intento, novello Paperone, a tuffi corroboranti nei mucchi di caratteri stillanti vita e sangue umano, chi è più accorto di te che hai capito come il più importante capitale sia quello racchiuso nella nostra calotta cranica? Anche, infatti, nelle angustie sferzanti della povertà; pure se fossi inchiavardato nell'immobilità più assoluta; perfino se il tuo corpo fosse passato dallo stato animale a quello vegetale, ebbene, stanne pur certo che sempre, in qualche rimasuglio della mente, si proietterà qualcosa che assomigli alla distesa di un oceano solcato dalla vociaccia dei pirati che intonano un "Quindici uomini sulla cassa da morto, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum per conforto!"