martedì 14 maggio 2013

Sir Tommaso Moro e la mia estate.

E mi trovo, alle due di dopopranzo, su questa panchina cullata dal mare. 
Mi porto un libro, così, tanto per ingannare lo snervante senso di colpa che "non sia mai che qualcuno passi di qui e possa anche solo minimamente pensare che me la stia scialando, oziando come un pensionato rincitrullito o alla stregua di com'è solito fare il "tardo" Pasquale del bar di fronte". 
Nossignore, non sia mai detta una cosa del genere del sempre impegnatissimo (per copione) io.
Inizio a leggere. Mi ci vuole appena un minuto per convincermi dell'inadeguatezza al contesto "spiaggesco" della mia lettura. 
Per quanto affascinante, infatti, un libro sul processo di Tommaso Moro, letto sotto un sole accecante e non potendo fare a meno di ammirare il tuffo carpiato del ragazzino di fronte, difficilmente ti consente di concentrarti sulle segrete cupe della Torre di Londra in cui fu rinchiuso. Senza parlare, poi, della difficoltà di partecipare emotivamente al momento in cui l'illustre umanista (e non solo) si accinge a offrire il collo al boia per farsi decapitare.
Poco male. Tanto il mio libro è solo una copertura per rilassarmi vicino al mare e per assecondare la voglia matta delle mie membra di farsi permeare dal sole clemente di maggio.
Poggio il Processo di Tommaso Moro sulla panchina. Chiudo gli occhi. Per un paio di minuti forse dormo. 
Oddio. 
Mi desto di soprassalto guardandomi subito intorno per assicurarmi che nessuno abbia notato la mia deprecabilissima debolezza. Riprendo subito, turbato, in mano il libro. D'altro canto, tra un paio di minuti devo ritornare allo studio e quindi, ben vengano le atmosfere cupe del "Socrate cristiano"!
Come come? "Moro amava l'umorismo, negli scritti come nella vita; la festivitas era un tratto saliente del suo temperamento". E più avanti: "E proprio sui gradini del patibolo, dopo aver pregato uno dei funzionari dello sceriffo di dargli una mano per aiutarlo a salire, aggiunse:<Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi alla meglio da solo." E infine: "E quando gli fecero posare la testa sul ceppo, egli, che aveva una gran barba grigia, scostandola da un lato disse al carnefice:<Ti prego, lasciami scostare la barba dal ceppo, chè non succeda che me la tagli!>".
Chiudo il libro sorridendo. Mi arrotolo le maniche della camicia. Allargo le gambe e mi struscio scompostamente la schiena alla spalliera. Inizio perfino a fischiettare.
"Se fin un attimo prima della morte un grand'uomo come sir Tommaso Moro non ha avuto paura nemmeno della scure del boia, che timore posso avere io che qualcuno pensi che stia oziando?" Sì, sì. Se avessi il costume mi butterei anche a mare. Anzi, adesso mi permetto addirittura di pensare, ora che siamo in pieno orario di studio, alla profumata scodella di caponata, al caraffone di birra ghiacciata alla spina e alla fetta d'anguria da spolpare con tutti i semi. Ecco, questa è la mia estate, da spiluccare rigorosamente in canottiera. 
Ovviamente, sul trespolo di una terrazza a mare.