martedì 4 giugno 2013

A Massimo Troisi.


Sul display del PC, appollaiato sulla scrivania, occhieggia una mail. 
Mittente: Ananke. 
Oggetto: cessazione attività. 
Cloto, contenta di non essere costretta a filare un altro Fuso (quel giorno, le nascite erano state fin troppe), inoltra frettolosamente la mail a Lachesi. Quest’ultima, che a forza di avere a che fare con i numeri ( misura difatti, la lunghezza del Filo ) ha diluito ogni emozione nel calcolo, destina la mail, indifferente, alla diretta interessata. Atropo, dal canto suo, richiamata al PC dal borbottio triste della posta in arrivo, dopo aver soffocato in gola un impercettibile sospiro, apre la mail e legge la seguente sigla: 191953MTxy. Si reca mesta, nella stanza dell’archivio: 191950…191953L…eccolo lì. Prende il Filo.  Quasi mai legge il nome del predestinato e anche stavolta non è intenzionata a farlo; tuttavia, nel momento in cui s’accinge a incolonnarlo per ordine di chiamata, il Filo le cade a terra. La targhetta identificativa si sgancia e rivela il nome: MASSIMO TROISI. Un’angoscia profonda, una fitta al cuore. Atropo allora, fa catapultare nel suo ufficio Cloto e Lachesi.  Gli rivela, affranta, l’identità del morituro.  Nella mente scossa delle Moire, a sentire quel nome, affiora un caleidoscopio sterminato di battute, di gags, di sketchs. A loro non è concesso il lusso di commuoversi eppure, al ricordo del “tormentato” Gaetano di Ricomincio da tre, del “dubbioso” Vincenzo di Scusate il ritardo e di tanta semplice ma, nello stesso tempo, grande umanità rappresentata nei suoi films, non possono sottrarsi a quella disperazione sorda, sottile che attanaglia le viscere e semina nell’animo immalinconito, frange di sconforto. <E pensare che proprio tra due giorni esatti - chiosa Lachesi costernata – avrebbe terminato Il Postino…!><Già - di rimando, Cloto – proprio quel film pregno di poesia che avrebbe consentito al nostro Massimo di raggiungere l’acme del suo genio!> La recisione del Filo è prevista alle h 14,56’e 35”. Mancano più di tre ore. Quel tempo che divide Atropo dall’ingrato compito, le tre Moire,  decidono di impiegarlo nel ricordo tutte le gags più esilaranti del mitico Massimo, iniziando dalla Smorfia. A causa di contrasti sulle esatte parole utilizzate in alcuni sketchs, Lachesi propone di proiettare la summa delle sue opere sull’immenso schermo troneggiante in mezzo alla sala. Ovviamente, la proposta è accolta  E allora, ben presto, dimentiche della sciagura che loro malgrado avrebbero contribuito a creare di lì a poco, vengono pervase da un moto di ilarità dolce e profondo. E così, ammaliate dalle gesta dell’antieroe Massimo, le tre Moire, finiscono col dimenticare le loro incombenze; a tal punto che, per un po’, non ci sono nuove nascite né morti novelle. Questa situazione di stallo però, è destinata a durare poco. L’inflessibile Ananke, avvertita con colpevole ritardo ( per questo, il controllore responsabile viene folgorato vivo ) della situazione che si è venuta a creare, decide di recarsi di persona nell’ufficio delle Moire, per conoscere le cause di quell’insubordinazione. Alla vista della terribile Ananke, i dipendenti sprofondano in un tremendo stato di prostrazione. Ella, la cui rabbia è appena mitigata dal sottile piacere dell’esemplare punizione che di sicuro avrebbe inflitto alle Moire, s’accinge a percorrere, con passo sicuro e ineluttabile, il lungo corridoio che la separa dall’ufficio. Man mano che si approssima alla meta, sente provenire, sempre più nitidi, i risolini di gioia delle tre sorelle entusiaste. Sta per aprire la porta rimasta socchiusa, quando decide di fermarsi: ha proprio voglia di conoscere la causa di tanto irritante buonumore! Sguinzaglia allora, lo sguardo tra la fessura e lo rende spettatore di quegli spezzoni di films. Alla scena dei complessi di Robertino, si trova ad abbozzare un mezzo sorriso; a quella della pioggia torrenziale in cui Vincenzo cerca di consolare l’amico lasciato, le estremità delle labbra finalmente si sollevano fino a poi sbocciare in una vera e propria risata nel momento in cui Ananke osserva la scena della lettera a Savonarola in Non ci resta che piangere. All’improvviso, quel clima di divertita spensieratezza, è interrotto da Lachesi: <Per Zeus, le Nascite…le Morti…i Fili…!> Basta mezz’ora di lavoro frenetico, per rientrare nei parametri fissati per quell’ora. 14,53. 14,56. Atropo ordina mestamente a Lachesi di misurare il filo, impugna le lucidi forbici e appena biascica, in un profondo sospiro:<Peccato, bastavano soltanto due giorni per consentirgli di finire il Postino, l’ultimo suo capolavoro… 14h, 56’e19”: la grande Ananke, ancora accarezzata dall’ironia composta e geniale del Nostro, eccezionalmente intenerita dalla sua verve comica, decide. Con un accenno di sorriso, ripercorre il lungo corridoio verso l’uscita. 14h, 56’ e 34”: Atropo chiude gli occhi. Soffoca l’amarezza. Divarica le cesoie. Taglia…no! Il Filo resiste.  Uno scampanellio. Una mail: causa disguido, morte posticipata al 4 giugno 1994; 14h, 56’e 15”.   
Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;
è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.
E quanno s’è stutata ‘a lampetella 
significa ca ll’opera è fernuta 
e ‘o primm’attore s’è ghiuto a cuccà                                                                     
 ( A. De Curtis )