lunedì 17 giugno 2013

Linus e la saponetta di Marsiglia.

Torno dal tribunale. A piedi. Un paio di chilometri.
Il sole picchia. La camicia celeste secerne sudore che viene secreto da pori opportunamente e per tempo profumati. Nonostante tutto, però, dopo le prime stille, inevitabilmente ne avverto il peso e l'essenza.
In tribunale ho incontrato colleghi. Sul corso, delle persone.
Nonostante ogni mattina ripari la corazza dalle smagliature prodottesi appena il giorno prima, avverto la patina gelatinosa dell'avversione che pur contamina i gangli dell'anima.
Torno a casa. Ho bisogno di una doccia.
Pino Silvestre. Malizia. Badedas....
Pulizia per il corpo. Non basta.
Le mie dita bagnate la cercano. Per un attimo hanno un moto di preoccupazione nel timore che possa non esserci. No, eccola. Il contatto dei polpastrelli con la sua superficie ancestrale mi rimette in sintonia con la mia fetta di mondo.
Chiudo l'acqua della doccia. Me la strofino ripetutamente lungo le asperità del corpo. Poi, non ancora soddisfatto, la faccio salpare lungo le onde appena increspate dei capelli.
Mi copro di una patina di bianco e profumo d'altri tempi.
Accordo, per un paio di minuti, l'apparire al mio essere più profondo.
Rigiro la manopola dell'acqua.
Sorrido.
La saponetta di marsiglia. 
La coperta di Linus contro gli agenti patogeni del mondo.