sabato 18 ottobre 2014

Pensieri su “Il dottor Zivago”, di Boris Pasternak (rinvio a link)

Pensieri su “Il dottor Zivago”, di Boris Pasternak (rinvio a link)

http://www.zerottonove.it/pensieri-su-il-dottor-zivago-di-boris-pasternak/ via @Zerottonove

lunedì 15 settembre 2014

A Salerno, sostiene una fontana.


Questa è la testimonianza di…una fontana! Sì, proprio così, di una fontana. C’è qualche problema? No perché pontificano i ciucci, declamano i volponi, parlano i muri, e quindi non vedo il motivo per cui una fontana, perlopiù di un certo lignaggio vista la sua stretta parentela con il Grand Hotel Salerno, non sarebbe legittimata a parlare.

Basta. Parlano pure le fontane, lo decido io. Lo stesso io che, da cronista democratico (quel che fingo d’essere e non sono), l’ascolta. E raccogliendo la sua esperienza, ve la trasmetto.

La fontana in questione è, dicevo, quella allocata nei pressi del Grand Hotel Salerno, nel piazzale Salerno Capitale.

Orbene, dovendo intervistare una fontana, mi sono abbigliato di conseguenza. Per la precisione, stivali fino al ginocchio e impermeabile a sette strati con cappuccio.

Grande è la mia sorpresa allorché, così “concertato”, ho assistito alla materializzazione di un controsenso: una fontana che non scorre.

<Eh,  per l’appunto. – si lamenta l’intervistata con l’ultimo rantolo di voce che le resta prima di tramutarsi in stagno d’infima specie (acque melmose costellate da barattoli di coca cola, cartoni di pizza, confezioni di preservativi ritardanti , etc., etc..) – E pensare che quando mi hanno comunicato che sarei stata costruita a Salerno, sono zampillata fino all’iperuranio per la felicità.>

<E perché mai, di grazia?>

<Perché? Beh, semplicemente perché è opinione comune che Salerno è la Città Turistica. Ma vi è di più. Fedele al mio scetticismo inveterato, all’epoca, presi pure le dovute informazioni da altri attori del risorgimento architettonico della città. Nella fattispecie concreta, dal Parco Mercatello e dalla Villa Comunale. Ebbene, non ci crederà, ma mi diedero, al proposito, delle rassicurazioni a prova di bomba. A sentir loro Salerno è la manna dal cielo per parchi, ville, rotonde e, soprattutto (sigh!), per le fontane pubbliche. “Pensa che addirittura – ebbe a confidarmi il Parco Mercatello (e ben gli sta che gli hanno prosciugato il corso d’acqua interno, a quell’infame!) – il nostro massimo esponente cittadino lo chiamano ‘A Funtana!”

<Beh, - provo a capire – almeno all’inizio andava tutto bene, no?>

<Benissimo, direi. Sentivo fin nelle particelle d’ossigeno di essere una fontana monumentale, a cascata, disegnata nientepopodimeno che da Bohigas! E quindi, per il periodo immediatamente successivo all’inaugurazione del 2007, piena soddisfazione mia e dei tanto decantati turisti. Fino ad arrivare allo stato in cui sono ridotta adesso. – e qui non può fare a meno di guardarsi abbrutita dal proprio abbandono - Ma io, ormai giunta alla fine dei miei rivoli, mi sono sentita in dovere di fare qualcosa per il prossimo affinché non si ripeta quello che è successo a me. Ho avvertito, infatti, un’opera pubblica che dovrà essere costruita per l’imminente festa di San Matteo…a proposito, - mi guarda tristemente allusiva - sa che anch’io sono stata inaugurata per quell’evento?>

Un brivido di freddo mi corre lungo la schiena. Mi sforzo di non “cogliere”. E, per fortuna, non mi devo impegnare troppo perché lei, da vera signora, non infierisce: <Le dicevo che ho provato a mettere in guardia una struttura in procinto di essere inaugurata, e sa cosa si è permessa di dirmi?>

<Cosa?>

<Non ha trovato di meglio che spiattellarmi sul grugno che sono un’invidiosa e che dico solo bugie. “Non l’hai letta – mi fa con la sua vocina stridula – il sondaggio di Artribune, rivista culturale tra le più importanti d’Italia, in cui Salerno risulta essere la city europea più vivace nel campo dell’architettura?>

<E lei?>

<E che potevo ribatterle? Avrei voluto consigliarle di chiedere informazione, chessoio, alla Fontana di Falcone e Borsellino, alle spiagge imbrattate di rifiuti di Torrione. Ma, probabilmente, sarebbe stato tutto inutile. Il fatto è che…, - e tra la fatica delle sue parole si acquatta l’Eguagliatrice che numera le fosse che reclama la quota d’acqua per rimpolpare l’Acheronte – finché non si capirà che è inutile, se non per la propaganda, inaugurare cinque nuove opere (meglio, parti di opere pronte ad essere interessate da una nuova inaugurazione, e da un’altra ancora) quando non si manutengano dieci di quelle vecchie, ebbene, fino a questo momento, dicevo, Salerno non diventerà mai definitivamente una città turistica. Il saldo, infatti, sarà sempre negativo di cinque unità perché un’opera lasciata all’incuria vale almeno, se non addirittura di meno per il senso di sciatteria civica che s’insinua nel turista, quanto un’opera non realizzata. E poi…>.

A questo punto, da un’auto in corsa, viene lanciato un pacchetto di sigarette che viene a cadere, ironia della sorte, proprio sull’ultimo sbuffo d’acqua, affogandolo del tutto.

Intristito e consapevole di non poter far nulla per rianimare la mia fontana annegata nel sudiciume, me ne vado con la curiosità di quell’ “e poi” che mi rimbomba in testa, suggerendomi suggestivi rimandi; comunque soddisfatto, in fin dei conti, per aver dato voce a quella disgraziata fontana dai natali illustri, nobilissimi e perfetti.
 
 

sabato 6 settembre 2014

Chi ama Napoli?

Il carabiniere al posto di blocco, di qualsiasi regione d'Italia ma anche di Napoli, avverte il freddo del grilletto che gli s'ingigantisce nell'animo.
Lui non ama Napoli perché chi è in servizio a Napoli, con i nervi tesi come lame di rasoio e i sensi pronti a deflagrare al primo barrito di marmitta, si convince che è lì per una colpa da scontare. E non si può amare una città che ti fa sentire colpevole.
Il ragazzo con lo zaino in spalla, asfissiato dalla rassegnazione di persone e strutture, cerca il senso del libro per le vie di fuga dei vicoli bui.
Lui non ama Napoli perché chi studia a Napoli, tra guadagni facili di vie diverse e difficoltà nel declinare la propria dignità, capisce che dovrà cullare i suoi sogni lontano da Napoli. E non si può amare una città che sai già che non avrà scrupoli ad espellerti dal suo seno.
Il disoccupato onesto, che non vuole seppellire la sua intelligenza sotto la coltre di mitra e di morti frantumati in polvere, forza le sue esigenze a pretendere sempre meno.
Lui non ama Napoli perché chi non ha lavoro a Napoli sa che potrebbe trovarlo da qualche altra parte. E non si può amare una città che pretende di tenerti senza lavoro per poi buttarti nel tritacarne dell'espediente.
L'avvocato non calcificato ancora dalla rassegnazione, laureatosi in legge per contribuire ad una società migliore, si scopre a dover chiudere lo studio perché, per quante direzioni possa giustificare la sua coscienza, le rette per giungere al punto devono essere sempre rette, non curve.
Lui non ama Napoli perché chi persegue un briciolo di legge a Napoli, con la conseguenzialità degli articoli e i dogmi dei tribunali, scopre che c'è sempre un amico degli amici al di sopra del diritto. E non si può amare qualcosa che sfugge ad ogni regola.
Il salernitano come me, rincoglionito dalla grandeur di Salerno dei miracoli ad ogni pie' sospinto, costruisce il suo bel muro perché "noi non siamo Napoli" (salvo, poi, inorgoglirsi per la storia, gli artisti, le tradizioni di Napoli).
Lui non ama Napoli perché, a passeggio schifiltoso lungo via Roma o sulla panchina stanca vista Crescent, "io sono di Salerno e a Salerno non abbiamo problemi". E non si può amare una città dalla quale ci si difende.
Chi ama Napoli?
La camorra, il cemento selvaggio, la mala politica, il grasso che deve sempre ungere le stramaledettissime ruote.
Insomma, molti di loro ma anche molta parte di noi.
 
 

venerdì 5 settembre 2014

Pensieri su "Vivere per raccontarla" di G.G.Marquez.

Compri un libro del genere, e ti aspetti la genesi e il disvelamento di un talento letterario puro.
C'è anche questo, beninteso, nel romanzo Vivere per raccontarla, ma solo come tassello di uno stupendo in quanto magico mosaico; ancora più magico perché, questa volta, reale. E vieni a scoprire, così, che è reale proprio perché magico, il sacco di ossa dell'antenata che segue gli spostamenti della famiglia; magico perché reale, il quartiere di filo spinato della zona bananiera che in Cent'anni di solitudine "proclamò con bandi solenni l'inesistenza dei lavoratori"; e ancora magico e allo stesso tempo reale il colonnello Marquez che assumerà il nome di Buendia dal personaggio della copertina di un libro.
Poi la povertà, vissuta come un'opportunità, che sembra cullare il talento di Marquez che solo relativamente tardi riesce a conservare qualche "barca a remi" oltre che per la famiglia, anche per sé; e ancora il viaggio sul fiume Magdalena per recarsi al Liceo che, se tutto filava liscio, durava tre settimane ma che non appena iniziavano le piogge torrenziali, poteva prolungarsi anche mesi, tra alligatori sbadiglianti e avvoltoi con occhi di brace.
Gli amici di una vita, la musica al suono del tiple, i reportages giornalistici, i primi racconti.
Gli amori a rischio della vita, i vestiti improbabili che riconquistano la primigenia funzione di stoffe anonime per coprirsi
Il tutto sullo sfondo di una Colombia universo-mondo troppo complessa per esaurirsi in una guerra seguita da una pace; uno stato nello stato che deve nutrirsi del conflitto perenne per far sbocciare la rosa delle proprie contraddizioni.
E' questo l'universo di Gabito in cui può orientarsi solo l'anima semplice di un genio della letteratura appesa all'amaca di dieci fratelli e all'ombra di una madre espressione della "grandeur" di tutte le donne.
Questo e tantissimo altro ancora, fino a una lettera spedita che avrebbe dovuto essere il lasciapassare di una nuova vita ma a cui c'è stata la risposta della vita, lì e già.
Un difetto? Paragrafi un po' troppo lunghi.
Da leggere.
 

martedì 26 agosto 2014

La secchiata virale.

Eccoci dal ritorno dalle ferie.
<Parla per te, testa di mammalucco, che io sto ancora qui a sollazzarmi l'ombelico in riva al mare!>
<Mmh...> deglutizione di conato di rabbia.
A uno così vorrei far notare (Calma e gesso): a) che anche se ancora in ferie, la mente, ammesso ne abbia in dotazione una, anche di bradipo aterosclerotico, non dovrebbe sforzarsi troppo a riandare al lavoro col vedere la faccia via via più incazzata del gestore del lido; b) che "Verrà un giorno..." - mi sorprendo a profetizzare con l'indice ammonitorio.
Ebbene, dicevo, rieccoci di nuovo saldamente ancorati sulla nave ormai in preda al cuoco di bordo.
La lista delle vivande che ha soppiantato bellamente la rotta prevede, al primo posto, l'ice bucket challenge.
Dopo essermi atteggiato a fine dicitore anglofono (quello che fingo d'essere e non sono), osservo sul punto: le secchiate d'acqua per beneficenza...eh, di questo si tratta. Chest'è, né più né meno.
Quando capirò dove nasce il bisogno di complicarci terminologicamente la vita con l'aggravante, per il caso specifico, dell'ennesima prova di sottomissione alla perfida Albione (oddio, mi scopro sciovinista!), capirò forse anche le mode del momento. Già, proprio di moda si tratta, per quanto riguarda l'ice etc. etc (ah, il latino!).
Dicevo che questa voglia irrefrenabile di buttarsi secchi di acqua gelata in testa (a condizione imprescindibile  di essere rigorosamente ripresi, fotografati, postati...insomma, eternati tecnologicamente) nasce ad inizio agosto. Il primo a sottoporvisi è stato una ex promessa del baseball americano, tale Pete Frates, 29 anni, malato di Sla. L'obiettivo, assolutamente meritorio, è quello, per l'appunto, di raccogliere fondi per la ricerca su questa terribile malattia.
Bene. Quando lo scopo è cosa buona e giusta...! Certo, qualcuno potrebbe obiettare che anche il fine degli americani (quello di avviare a conclusione la Seconda Guerra Mondiale) era cosa buona e giusta quando armarono l'Enola Gay con la bomba atomica ma...non stiamo qui a sottilizzare!
Dunque iniziativa bella, costruttiva, edificante
All'inizio circoscritta a qualcosa come i proverbiali venticinque lettori del Manzoni, poi estesasi anche ai volti noti. E più l'iniziativa cresceva, più i soldi donati aumentavano.
Cosa fatta, capo ha.
Niente di tutto questo (sigh!).
Dopo la partecipazione sincera di chi non aveva bisogno di farsi pubblicità, ecco la disperata salita sul carro mediatico di giocolieri, saltimbanchi, prestidigitatori di cui manco l'archivio di YouTube conserva più memoria.  E ognuno di loro eccolo nominare, in ossequio ad una strategia mediatica pianificata fin nei minimi dettagli, un'altra selva di malati cronici di popolarità. Con l'aggravante che molti di questi, ormai lontani da ere geologiche dal Jet Set catodico, non hanno nemmeno un euro da poter donare (gli ultimi li hanno spesi in qualche clinica psichiatrica alla ricerca disperata del proprio io).
Poco male. Almeno abbiamo concesso l'oro un'altra, forse l'ultima occasione (fino a nuovo tormentone virale) di riaffacciarsi alla ribalta.
Infine c'è il personaggio colto, refrattario ad ogni tendenza modaiola, che fa un video (!) per spiegare che lui no, lui non si sottoporrà al gioco puerile delle secchiate ma che, comunque sensibile come e più degli altri al problema Sla, provvederà a vergare di suo pugno un assegno per la nobile causa.
"Fermati qui".
Lo vedo, sempre nel video, far cenno a qualcuno.
"Fermati qui, ti dico!"
Il qualcuno di cui sopra gli porta un assegno ("Te l'avevo detto di fermarti, bestia che non sei altro!") che lui firma a beneficio di telecamera e di cui, non appena il primo piano è assicurato, mostra orgoglioso l'importo.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. (Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18).
E questa è la storia della degenerazione di un fenomeno ab origine edificante.
E pensare che c'è chi non sceglie di buttarsi l'acqua gelata in testa e pur tuttavia ci cade, con tutto il corpo quindi, nell'acqua...salata, stavolta.
Non c'è, in questo caso, nessun fine meritorio da poter immortalare, postare, riprendere. C'è solo l'ennesima morte da documentare con fastidio.
Ma questa...è un'altra storia.
Buon rientro.
 
 

 
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/politica/frase-24554>

sabato 23 agosto 2014

"L'isola di Arturo" di E. Morante ("a me mi" pare...).

A distanza quasi di vent'anni, ho voluto riprendere in mano un libro che mi aveva lasciato, in prima lettura, delle sensazioni acerbe.
Inizio a rileggerlo, e le prime pagine sembrano premiare la mia scelta; e ciò sebbene fin dall'inizio ci si imbatta in errori (cosa che non riesco a spiegarmi in una scrittrice inspirata come la Morante) che appaiono essere troppi e troppo gravi per giustificarli con l'assolutoria perifrasi "errori di stampa".
In un primo momento, mi riesco a immedesimare con Arturo Gerace, padrone dell'Isola e purtuttavia anima sola.
Salpato, ormai, oltre le promettenti acque della riva, la disillusione: l'annichilente déjà-vu.
Mi figuro, da qui in avanti, il solito romanzo sdolcinato del figliuol incompreso. Genere, quest'ultimo, ovviamente a me inviso.
Contrariato ("ho riletto un libro per il quale una prima lettura era più che sufficiente!"), continuo, imperterrito e in ogni caso speranzoso, a leggere.
Quando la navigazione è ormai in mare aperto, ecco apparire l'amico del padre di Arturo e, d'incanto, i germi di una prolissa noia si mutano in un accattivante inizio della fine.
La mia adolescenza, per fortuna mai del tutto abbandonatami, l'avverto (ri)prendere il largo da me nel momento stesso in cui Arturo, ormai sul vapore che lo porterà sulle rive di una maturità piena, prega il balio Silvestro di avvisarlo quando finalmente il ventre caldo delle sue estati interminabili sarà inghiottito definitivamente dal mare. Solo in presenza di quell'assenza, infatti, potrà bagnarsi nelle acque di una maturità necessariamente lontana (per sempre?) dall'isola, la sua isola: quella, per l'appunto, di Arturo Gerace.
"Non si descrivono situazioni ma solo passaggi" (Montaigne).
 
 

lunedì 18 agosto 2014

Il Bambin Gesù e le spiagge libere.

Steso sul lettino sotto il cono d'ombra dell'ombrellone, prendo sonno. Il rivolo di saliva, appena accennato perché comunque rispettoso della visuale altrui, mi trascina in un sogno ai limiti dell'eresia.
Siamo ai giorni nostri. Da lontano, due persone abbigliate in maniera ridicola, si avvicinano alla mia visuale. Mi oltrepassano bellamente, quasi non mi vedessero.
L'uomo, che dalla dolcezza con cui guarda la donna al suo fianco presumo ne sia il marito, chiede qualcosa al gestore del Lido Marinella. Ricevutane una risposta evidentemente non soddisfacente, invita la moglie a riprendere il viaggio.
Ad un tiro di schioppo dal primo lido, il viandante si rivolge al parcheggiatore del secondo lido. Gli chiede qualcosa. Dopo aver ascoltato la risposta scocciata dell'omino delle macchine, con una dolcezza d'altri tempi, invita la consorte a fare un ulteriore sforzo, riprendendo il cammino.
Incuriosito, decido di seguirli. Mi affianco praticamente a loro e sfrutto il fatto che sembrano non vedermi.
Stavolta sono alla giusta distanza per sentire quello che stanno chiedendo a quest'altro personaggio.
<Buon uomo, potreste indicarmi dove si trova una spiaggia libera?>
<Come? Ahe, capo: spiagge libere, non ce n'è....se vuoi farti un bagno garbato e sistemato, puoi venire al nostro lido. Paghi la discesa e...>
<...Scimunito, perché non glielo dici che c'è la spiaggia della pineta a cinquanta metri da qui? Non vedi che la signora è incinta?>
<Ahó, ma perché non ti fai i cazzi tuoi?>
Il marito, soddisfatto di aver saputo che lì vicino possono finalmente trovare quello che hanno invano cercato fin lì, amorevolmente invita la moglie gravida a seguirlo.
Eccoli qui. Si guardano intorno.
<Maria, - chiede, scettico, Giuseppe - ma sei proprio sicura che l'Angelo del Signore ti ha predetto di partorire sulla spiaggia pubblica?>
<Sì, mi ricordo benissimo. Solo che... - e così dicendo, guarda perplessa la sporcizia che regna sovrana sulla sabbia.>
<Mari', sai che ti dico? Sarò pure il padre putativo, ma 'a creatura, in questo schifo, col rischio di fargli buscare una vagonata di malattie, non la faccio nascere. Vieni, jamm, fatti persuasa: andiamo al lido. Tanto, sempre alla riva del mare nasce, no?!>
Mi sveglio all'improvviso. Mi asciugo il rivoletto di saliva e guardo a terra: tutto pulito.
Sposto allora lo sguardo appena oltre il reticolato dagli ombrelloni variopinti, e vedo i resti della bestia umana.
Triste, cerco di riprendere sonno.
 
 

lunedì 11 agosto 2014

Il me medesimo del web.

Ora, sia chiaro: non è che scopro la pietra filosofale se affermo che il web ha imparato a conoscerci. Come? Dalle ricerche e, più in generale, dalla navigazione che ogni giorno, più volte al giorno, intraprendiamo sui suoi procellosi mari.
A chi, infatti, non è mai capitato di voler risparmiare sulla polizza auto rivolgendosi ad uno dei tanti siti strombazzati da giornali e tv? No? Delle due, l'una: o state bene a soldi oppure viaggiate col tagliandino farlocco.
Nel caso invece, come me, non vi troviate in nessuna delle due condizioni di cui sopra, è facile sperimentare, qualora vi registraste su uno dei motori di ricerca specializzati nel settore, quello che si innescherebbe nella vostra casella di posta elettronica.
In soldoni, il web registrerà, saecula saeculorum, la scadenza della polizza che si preoccuperà di ricordare ogni anno (o ogni semestre, se semestrale), esattamente a partire da 10 gg. prima e fino al dì stesso dell'evento, con l'invio una solertissima mail. Ma vi è di più: siccome quando vi siete registrati avete inevitabilmente inserito anche il tipo di automobile che possedete e l'anno di immatricolazione, da quel momento in poi siete "attenzionati" (sempre tramite mail), oltre che dalla casa automobilistica "vostra" che vi allerta non appena si paventa soltanto l'uscita del modello successivo, anche da quelle più svariate e improbabili che vi propongono di trasferire il vostro deretano dallo scassone di macchina che guidate attualmente all'automobile avveniristica che potreste guidare se solo vi decideste a dar retta alla mail.
Senza considerare, poi, gli immancabili "effetti collaterali" alla vostra innocente, iniziale ricerca di un prezzo più conveniente per la polizza. A che mi riferisco? Basti pensare alle mail che vi ricordano, prima della scadenza del secondo anno e fino al giorno stesso dell'evento (sigh!), l'appuntamento con l'immancabile revisione che sarebbe un delitto non fare al centro "TaldeiTali".
Potrei continuare (gli "effetti collaterali" sono milioni di milioni), ma mi fermo qui.
Data questa premessa, immaginiamo (gioco estivo?), per un attimo, di perdere la memoria.
E' noto a tutti che, chi non ricorda il presente, deve mettersi alla ricerca del tempo perduto; in altri termini, deve sintonizzarsi con le requenze del suo passato.
Immaginiamo ancora di essere in vacanza su un'isola deserta e di avere solo un computer e una connessione internet a disposizione (non troppo deserta, quindi); mettiamo, infine, che nostro figlio, per un'incredibile botta di culo (francesismo), abbia azzeccato un post-it sul monitor con l'indicazione della nostra e-mail corredata  da rispettiva password.
Ebbene, che faremmo?
Ma sì, mi assumo la responsabilità (c'ho le spalle abbastanza larghe): che farei io stesso?
Dopo essere entrato nel mio "regno altro", cercherei di farmi un'idea su chi io fossi veramente. Come? Ovvio, spulciando le mail che mi sono arrivate.
Al netto delle mail "da" e "a" persone fisiche con cui evidentemente ho qualche rapporto, mi soffermo su quelle automatiche che t'invia il sistema negli orari più disparati (sarà per questo che sono automatiche?).
Ordunque, dando credito solo a queste ultime, il me medesimo alla cui ricerca sono spasmodicamente proteso, risulterebbe corredato dalle seguenti caratteristiche:
1) Operatore del diritto  (numerose newsletter "legali" lo attestano) poco convinto e/o scoglionato, visto il numero di mail di concorsi e "offro lavoro" in miriadi di branche che stanno al diritto come la cipolla sta all'aglio nell'insalata di pomodori;
2) studente perennemente fuori corso che lo si invoglia a ogni pie' sospinto a darsi una mossa per concludere 'sto benedetto percorso di studi;
3) desideroso di apprendere l'inglese, in considerazione dei vari corsi on-line che mi si propongono;
4) alla continua ricerca di serate cool, sulla scorta di frequenti mail su eventi esclusivi per il fine settimana;
5) decisamente impotente (ebbene sì!), tenuto conto delle vagonate di viagra e pillole con analoghe funzioni che mi vengono propinate un giorno sì e l'altro pure.
E potrei continuare al punto da avere un puzzle della mia personalità pressoché completo.
Ora, a parte le cantonate che prenderei su me stesso se fossi costretto ad affidarmi al solo vaticinio delle mail automatiche, vi è da dire anche che, per altri versi, riuscirei veramente a conoscere delle caratteristiche salienti del mio essere.
Raggiunto lo scopo, la curiosità si sposterebbe sul capire come faccia, il web, a venire in possesso di queste notizie e, soprattutto, se abbiamo la certezza assoluta che siffatti dati sensibili non vengano portati a conoscenza di terzi. Nella sciagurata ipotesi questo avvenisse, infatti, e se, in particolare, questo terzo avesse dalla sua anche una considerevole potenza economica, mi sa che ci sarebbero molti motivi di preoccupazione.
Ma questo è un interrogativo troppo impegnativo da porsi nella settimana di ferragosto.
Buone vacanze!

martedì 5 agosto 2014

Rimpianto al di là dell'angolo.

In queste sere d'estate, quando cammino sull'asfalto intento a scrollarsi di dosso i demoni dell'afa del pomeriggio, mi accade di pensarci fin troppo spesso.
Basta sguinzagliare lo sguardo lungo i pendii delle montagne grigie, per sentirmi assalito ancora una volta dalla identica curiosità: chissà cosa ci sarà dall'altra parte?! Chissà cosa staranno facendo gli altri in quell'altro mondo che prescinde dalla mia presenza?! 
Ho parlato di curiosità ma forse, questo utilizzato, non è il sostantivo giusto. E già perché, almeno per sentimento diffuso, si è curiosi di qualcosa che si ipotizza bello, avvincente. Dell'elemento negativo, invece,  più che curiosi, si è intimoriti.
Il timore, infatti, contrariamente alla paura, lascia lo spazio per "andare a vedere", sia pure con una predisposizione d'animo che presagisce qualcosa di spiacevole; e pur tuttavia, però, ci si sente in animo di dis-velare, di squarciare quel velo che c'impedisce la comprensione.
Quindi, tornando a me, non curiosità ma, a ben pensarci, nemmeno timore perché, se è vero che immaginare l'alterità non mi rende felice, è altrettanto vero che non mi spinge a ipotizzare scenari foschi.
Rimpianto, questo è il termine giusto.
Beninteso, un rimpianto sgangherato, senza senso.
Come altrimenti definire, infatti, cotal sentimento riferito a qualcosa di cui non potrò mai venirne a capo definitivamente? E sì perché, se pure giungessi lì dietro, dove il mio occhio, in questo momento, può solo immaginare un mondo, sicuramente troverai un altro angolo che m'impedirebbe di vedere dall'altra parte che succede. E una volta superatolo per un incantamento prodigioso, ce ne sarebbe un altro, e poi un altro, e un altro ancora, di angolo, che sempre rimarrebbe estraneo alla mia vista fino all'infinito. Già, l'infinito.  
...quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
E quasi come il Poeta, al cospetto di questa impotenza, per poco il cor  non si spaura.
Purtuttavia mi rianimo subito al pensare come questo mio stesso rimpianto, magari arricchito di sfumature diverse,  sia alla base del continuo bisogno dell'uomo di conoscere, di andare oltre le comode pantofole del già visto.
Pazienza poi se,  per seguir virtute e canoscenza, corriamo il rischio che  qualche dio invidioso, per punirci della nostra hybris, si comporti con noi come fece con il grande Ulisse. (Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.)
 
 
Se questa pena è il prezzo da pagare per non tradire il nostro essere più genuino e profondo, allora, e solo allora, il naufragar m'è dolce in questo mare.  


 

domenica 27 luglio 2014

La cultura del sospetto.

Un ristorantino in riva al mare da fare impallidire la casa a Marinella di Montalbano.
E' la prima volta che ci vengo.
Ci sono arrivato come piace a me: sbagliando strada, confondendo una traversa con un'altra, confidando sul punto di riferimento a destra che si trova, invece, irrimediabilmente dalla parte opposta.
Tant'è, il posto è assai piacevole e per il momento mi basta.
Ordino uno spaghetto a vongole.
Un cameriere segaligno e severo, dopo aver trafficato per un po' in cucina tra ordinazioni varie e improperi coloriti dello chef, porta sul mio tavolo affamato la pietanza.
Su un trespolo alquanto distante da me, un televisore acceso che si affanna a trasmettere immagini.
Alla mia destra, il mare. Alla mia sinistra, un casermone di cemento e ferro per un immaginifico popolo di vacanzieri dozzinali.
Mentre annuso il piatto, come ancora mi ostino a fare, alla ricerca di una genuinità che dovrebbe pur scaturire da quello che mangio, l'occhio cade sull'odiato apparecchio.
Le immagini che irradia la televisione sono quelle di Vincenzo Nibali che domina i Pirenei.
Dopo aver buttato giù una forchettata di spaghetti, mi scopro a sorridere amaramente.
L'ultima volta ci ero cascato con Pantanì, come lo chiamavano i francesi.
Io a trepidare, a soffrire per il Pirata, e poi venire a conoscenza della brutta faccenda del doping: una delusione che mi fa ancora male al solo pensarci.
E ora un altro italiano che trionfa al Tour. Già, e chi mi dice a me che anche 'sto ragazzo dalla faccia pulita, dal sorriso genuino...genuino un paio di balle! 'ste vongole sembrano di plastica tanto sono gommose. E poi, troppo olio. Carluccio, il mio amico chef, mi ha sempre invitato a diffidare da chi fa uso eccessivo di condimento perché "al novantanovevirgolanovepercentoperiodico, lo fa per dare un tono all'altrimenti anonimo, se non di pessima qualità, piatto."
Che poi, pure l'olio! Proprio ieri i Nas hanno smascherato una mega frode alimentare di oli riciclati  venduti come extravergine.
Alzo la testa dal piatto. Mi è passato l'appetito.
Dietro di me si sono sedute due persone di cui una, per sua espressa ammissione, è il costruttore del casermone di cui sopra. Mi volto a guardarlo: chissà quante tangenti avrà pagato per aggiudicarsi l'appalto!
Mi sta montando la rabbia. Una rabbia sorda, apparentemente senza motivo.
Entra un ragazzo sordomuto. Mi guarda anche con una certa dignità prima di poggiare sul tavolo l'oggettino cinese e il cartellino giallo che attesta il suo handicap.
Mi metto le mani nella tasca posteriore dei jeans. Estraggo il portafoglio...un momento! Lo rimetto di nuovo dentro e decido di guardarmi attorno.
Non si sa mai, tra camerieri troppo secchi per infondere fiducia e imprenditori troppo ricchi per non far sorgere qualche sospetto.
Decido, dopo un'ultima perlustrazione visiva, che l'operazione può essere fatta abbastanza tranquillamente. Apro il portafogli e prendo due euro. Li soppeso in attesa del ragazzo che sta iniziando le operazioni di ritiro.
Ma che fa, sorride? Ma chi ha un handicap non deve necessariamente essere triste?
Mi riguardo intorno. Ripongo il portafogli nella tasca.
Quando finalmente il truffatore sta per giungere al mio tavolo, mi alzo e vado in bagno.
La rabbia, ora, mi provoca un violentissimo mal di testa.
Mi guardo allo specchio, torvo.
Il mal di testa potrebbe anche passarmi (adesso lo so) se acconsentissi a dirmi quello che penso da una vita.
Esco fuori dal bagno. Pago il conto. Entro in macchina e metto in moto: preferisco farmi scoppiare la testa piuttosto che ammettere che anch'io, come tutti, sono figlio della cultura del sospetto che ha generato il mio (anche il mio!) dio: Sua Maestà, il Denaro! 

lunedì 21 luglio 2014

Gambe, stantuffi inesauribili!

Un mattina come tante, troppe, nell'ultimo periodo. La noia, quel senso di occasione sprecata ancora una volta, che si sveglia appena un minuto prima della tua stanchezza.
Il solito sbuffare che fischietta il motivo di un ulteriore giorno perso.
Qualcuno, al posto mio, affiderebbe lo spleen di questa mattina a qualche divinità affinché possa squarciarne il velo. Io, semplicemente, mi metto in borsa l'abusato maalox.
Una curva, un manifesto di morte che svogliatamente riconosco diverso. Mi fermo.
Lo stronzo dietro di me mi manda a fanculo e mi sorpassa. Io capisco che teoricamente sarei capace anche di farlo a pezzetti, e il pensiero (orrore!) delle sue membra disseminate per casa, mi fa affiorare un ghigno truce sulle labbra.
Faccio retromarcia. Quel nome e cognome rivestito di caratteri indifferenti appena un attimo prima mi aggredisce alla gola. Il respiro si smorza fino a dare fondo alla riserva di ossigeno.
Mi aggrappo all'omonimia. E nel ritornare in vita, la morte è più cruda: 55 anni. Non avevo mai riflettuto su quanto l'età possa essere "identificativa".
Rimango fermo lì, davanti al palo di cemento su cui si stende la carta gelatinosa troppo piccola per contenere i ricordi che mi legano a lui.
La settimana scorsa l'ho visto, a questo punto, per l'ultima volta.
Da lontano, malgrado avesse il casco protettivo e gli occhiali, l'ho riconosciuto. E come fare a non riconoscere chi è stata la causa del mio abbandono dell'attività agonistica? Troppo forte con quelle gambe che di umano avevano solo la conformazione. Troppo inarrivabile sulle vette più impervie dei sentieri d'alta montagna.
Prima di dargliela definitivamente vinta, comprai una bici ultraleggera. Consapevole di un gap incolmabile a parità di condizione, provai la carta del disperato.
Sulla salita, dopo avermi concesso un leggero vantaggio, diede energia alle gambe, stantuffi inesauribili alimentati da un discendente di Efesto in persona. Non ci fu più storia. Il solito sorriso che si faceva beffe dello sforzo fisico, ed era di nuovo lì, sul cocuzzolo della montagna, a certificare la sua indiscutibile superiorità.
So che era caduto circa un anno fa dalla bici e che si era fatto davvero male. Era stato fermo cinque mesi. A causa di questo riposo forzato (questa era la sua versione a cui solo io potevo credere senza batter ciglio), aveva avuto un ictus. Il suo raffinatissimo motore, insomma, era andato in panne; e non solo quello. Si era separato dalla moglie. Aveva perso il lavoro. Gli era morta la madre, l'unica persona che davvero amava quell'essere (Umano, troppo umano!) impastato di sudore e gambe portate allo spasmo.
Alcuni amici, anche su consiglio del medico, lo avevano esortato ad abbandonare la bici. Io, conoscendolo, mi guardai bene dal proporgli un'eresia del genere.
La settimana scorsa, a detta di Ugo, il Dr. Foscari gli ha fatto la domanda che avrebbe voluto salvargli la vita:"Ma che fai, vuoi morire sulla bicicletta?"
Chi era lì, mi hanno raccontato, ha visto una luce improvvisamente esplosa nei suoi occhi.
Alle sedici del pomeriggio del venti luglio di quest'anno, l'hanno trovato morto in groppa ad una salita.
Dicono che il suo viso era contratto in una smorfia strana, quasi un sorriso.
Le sue mani, tenaci nella risposta postuma al medico curante, non ne volevano sapere di staccarsi dal manubrio della sua malandata Legnano.

mercoledì 16 luglio 2014

Come un rivoluzionario in un collegio di seminaristi.

Sto alla finestra e lo guardo rincasare dopo una giornata di duro lavoro, così sporco di calce da sembrare essersi messo d'impegno a non lasciare manco una fibra pulita della sua maglietta. A tal punto che Carmelina, sua moglie, lo sfotte accusandolo di insozzarsi apposta in modo così assorbente, per convincere la famiglia della sua completa dedizione al lavoro. E come sempre, immancabilmente dopo queste dolci accuse, a Luigi scappa da ridere mentre abbraccia Valentina e Luca.
Rientra  a casa. Si sentono le grida divertite dei bambini. Poi l'odore caldo delle patatine, fritte apposta per la ghiotta Valentina. Ancora l'acciottolio delle posate abbandonate ai lati del piatto.
Infine la luce riempie la finestra e il televisore traghetta verso il sonno l'intera ciurma familiare.
La domenica mattina, invece, li puoi incontrare, Luigi, Carmelina e i pargoli, in giro con le bici che furoreggiano per il Parco Mercatello.
Luigi sta lavorando davvero sodo, lo conferma pure Tonino il barbiere, qui all'angolo. Il fatto è che, finalmente, la banca gli ha concesso il mutuo e lui vuole quanto prima comprarsela, questa casetta col giardino. E giù sacrifici, piccole rinunce, pur di raggiungere lo scopo della vita. Che poi, a dirla tutta, tutto 'sto sacrificio non è che gli pesi eccessivamente. A lui, infatti, piace lavorare. Tanto che, nei dì di festa, si sente un po' spento, alquanto perso. Gli manca il "concreto operare", il sudore della fatica.
Non concepisce attività diversa dal faticare e dallo stare con i suoi cari.
Io, da parte mia,  sto qui, come sempre affascinato da questa rassicurante normalità di Luigi e della sua famiglia. Sì, ad esser sincero, dovrei parlare di banalità (almeno questo è il termine che, perfidamente, si affaccia per primo alla mia mente). E sia, banalità! Ma com'è assorbente, com'è rassicurante tutta questa rinfrancante banalità!
La mia intelligenza artata, da intellettuale (quello che fingo di essere e non sono!) schiavo dei mille bisogni del suo cerebro che si trova costretto ad alimentare e ad accudire, la capisce. La brama. La reputa il senso profondo della vita. Ciononostante, però, si sente incapace di sentirsene appagato in maniera totalizzante.
C'è quel libro, quello scritto lì sulla scrivania che attende di essere completato. E poi, l'esercizio di pianoforte per superare finalmente l'esame. Il viaggio tanto atteso che è venuta l'ora di intraprendere.
 
«Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno di essere poeta!».

E nonostante siffatta vergogna della mia condizione, malgrado l'inadeguatezza del rivoluzionario barricato in un collegio di seminaristi, amo, in una sorte di perversione masochista , la mia indole sferzata dall'inesauribile curiosità.
Sono ammaliato dallo spirto guerrier ch'entro mi rugge e che non la smette di darmi tregua. Allo stesso modo, sono convinto, in cui amava la sua condizione l'ottimo Gozzano.



mercoledì 9 luglio 2014

In morte della democrazia.

 
La democrazia! Pure i politici in carica (!), ormai, conoscono l'etimologia di questo termine: governo del popolo, potere della maggioranza.
"È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora".
E', questo, il commento del caustico Churchill che dall'alto della sua sagacia politica, ancora una volta, ha colto nel segno. Ebbene sì perché, sia pure tutti siamo in grado di denunciare i limiti di questa forma di governo, nessuno (e parliamo di insigni costituzionalisti, filosofi politici, storici) è stato capace di trovarne un'altra più "etica" e, perché no, maggiormente funzionante e/o più efficace nella selezione della classe dirigente.
L'unica cosa su cui tutti hanno convenuto e continuano a convenire, quindi, è l'esistenza di limiti che depotenziano la democrazia. Limiti, quest'ultimi, che diventano ancora più evidenti in epoche di decadenza culturale, morale, valoriale, in cui sguazzano i nostri rappresentanti che proprio noi, alla fine, eleggiamo.
In altri termini, una cosa è scegliere tra Berlinguer, Moro e Spinelli; tutt'altra, è scervellarsi su chi sia meno peggio tra Salvini, Alfano e Gasparri. Ma vi è di più: la decadenza di cui sopra, ovviamente, non risparmia nemmeno quel corpo elettorale che dovrebbe scegliere i suoi rappresentanti.
Eletti e elettori, quindi, accomunati da un identico destino di mediocrità. E, d'altra parte non si dice, assai opportunamente, che la classe dirigente è fedele specchio del corpo elettorale che l'ha votata? Certo, ma così, a ben vedere, il cortocircuito diventa inevitabile: Renzi al posto di Berlinguer e l'ex partigiano al posto del concorrente di Uomini e donne. Alea iacta est.
E l'uscita di sicurezza (c'è sempre una via di fuga!), il filo d'Arianna capace di farci uscire indenni dal labirinto, se proprio non ci si vuole cimentare nell'improbabile, al netto di esperimenti da Jurassic Park, riesumazione di Garibaldi, Che Guevara, Madre Teresa di Calcutta e via di questo passo? 
La butto lì: la soluzione, ancora una volta, potrebbe essere data da una forma di governo. Sia chiaro: niente esperimenti di ingegneria costituzionale che infiniti lutti addussero ai cittadini. Nossignore. Il rimedio potrebbe essere ricercato nel passato. Precisamente, nell'Antica Grecia.
Signori e signore...l'Aristocrazia ovvero il Governo dei Migliori!
Tadàààààààààààà.
Attenzione, però, Governo dei Migliori sì, ma con i dovuti correttivi. Nell'Antica Grecia, i "migliori", gli aristoi per l'appunto, erano i nobili per nascita e per censo. Oggidì, invece, non ci dovrebb'essere (e ci mancherebbe!) niente di tutto questo. L'essere migliore dovrebbe dipendere da alcuni parametri indefettibili. Quali? La drittura morale, la cultura, la capacità di governo testata, magari, anche sul campo. Si potrebbe, a tal fine, addirittura indire un concorso per titoli ed esami.
Solo quelli che fossero in possesso di queste virtù, comprovate e certificate, potrebbero varcare la soglia dei Palazzi del Potere.
E a chi spetterebbe il compito (da far tremare le vene ai polsi) di far parte della Commissione d'Esame? Personalità al di fuori di ogni sospetto. Sì, sì, i nomi li faccio, non mi sottraggo agli strali sempre venefici della critica: Umberto Eco, Gino Strada, il Papa (questo papa, ovviamente), il contadino che in qualche paese scordato dal mondo offre l'ultimo pezzo di pane a chi glielo chiede, etc..
Insomma, gente così, persone che per cultura, competenza, onestà possano contribuire a selezionare, nei limiti di una discrezionalità minima (si tratta pur sempre di un concorso che si basa soprattutto su titoli e requisiti), la futura, finalmente capace, classe dirigente del Paese.
E a quel punto, non ci resterebbe altro da fare che incrociare le dita.

 
 

giovedì 3 luglio 2014

Il footing "sgarrupato".

Come tutte le sere da un paio di settimane a questa parte, mi accingo a mordere il chilometro e mezzo scarso che depura il mio fegato ingrossato dalla routine quotidiana.
Eccomi qui, con le spalle ridicolizzate da una pettorina troppo gialla e il pantaloncino eccessivamente floscio per essere credibili.
Pronti, via. Il mio sguardo fiero, impettito, si cristallizza sui contorni delle colline morenti di sole. Ed è una ricerca delle magnifiche sorti e progressive che di sicuro staranno acquattate lì, ad una spanna dal cielo. In ogni caso, mi dico tronfio, alla mia portata.
Purtuttavia, però, abbasso lo sguardo ad altezza d'uomo e c'è un nugolo di alberi che mostrano le radici sconfitte dalla porzione di terreno comunque franato; un cane nero che vorrebbe darmi la corsa, come impone il codice deontologico di ogni cane che si trovi nella scia di un tizio che corre, ma che non c'è la fa a muoversi neanche di un millimetro. E come non notare poi, il pallone piatto che invece di assolvere alla gioiosa funzione rotatoria, se ne sta goffamente appiattito sul ciglio di un marciapiede?
M'impongo, per rifuggire a questa impropria sequela di immagini, di riappendere lo sguardo alle grucce delle colline e del loro cielo. Niente da fare: una coltre di oscurità annulla la prospettiva. Mio malgrado, allora, ritorno a guardarmi attorno. E vedo una strada troppo piena di buche per poter essere attraversata dai mezzi. Un bambino troppo grande per poter indossare la maglietta di Peppa Pig. Una moto troppo scassata per poter credere che qualcuno abbia l'ardire di salirvi sopra.
Purtroppo, anche il mio chilometro scarso, questa sera, non riesce ad entrare appieno nei miei muscoli anzitempo sfiniti.
Decido di tornarmene a casa.
Mi precipito sotto la doccia che ora è troppo calda, ora troppo fredda.
Mi asciugo con l'accappatoio eccessivamente inumidito dalle precedenti docce.
Distrattamente, do vita ad un canale televisivo, uno qualsiasi.
Un poeta d'amore-cuore-sudore-malore. Un politico della riforma costituzionale con la maggioranza semplice. Una distesa d'acqua cristallizzata in un mare di plastica.
D'istinto mi viene d'innalzare lo sguardo in su: l'ennesima macchia di umidità che scolora il mio stucco veneziano.
La mia casa è tutta sgarrupata,
i soffitti sgarrupati,
i muri sgarrupati,
il pavimento è tutto sgarrupato,
a volte mi sento sgarrupato anch'io.

venerdì 27 giugno 2014

Melodramma italiano.

Il sipario si alza promettente.
La loggia, il loggione, le gallerie, così come i salotti, le piazze, i bar, straripano di spettatori ansimanti per l'emozione; ma pure, non risulta difficile crederlo, per i quaranta gradi all'ombra impreziositi da una umidità da Duello al sole.
Mezzogiorno ( o giù di lì ) di fuoco!
Qui, a Natal ( ironia della sorte! ), l'unica neve che cade, è quella filigranata degli sponsor che impongono di giocare alle tredici perché il fuso, l'incasellamento con le altre gare, gli italiani che si lamentano ( lo dice pure Pif nello, lupus in fabula, spot della Telecom ) delle nottate in bianco.
Sulla scena, ventidue Argonauti alla ricerca spasmodica della Coppa d'Oro. Undici da un lato, undici dall'altro, in perenna e sanguinosa competizione tra di loro.
L'impresa, come da copione, è una di quelle capaci di far tremare le vene ai polsi o gli incisivi nel colletto dentale.
A dirigere il tutto, Lui: il possente Drago immortale, dalle mille spire inchiavardate in un pantaloncino da direttore di gara. Il suo compito è quello di far la guardia alla Coppa d'Oro, deciso a consegnarla in dote solo alla compagine che saprà irretirlo meglio con i suoi incantesimi.
Poco male: noi, nelle nostre fila, abbiamo la Medea Barbuta e, se non bastasse, la Medea Nera, pronte, entrambe, ad ammaliare i nemici e la bestiaccia e a far perdere loro la bisboccia ( chiedo venia, troppo accattivante era la assonanza! ).
Nel canovaccio della storia, però, si inseriscono le variabili indipendenti che nessuna magarìa può mai prevedere.
E così, nell'ordine, ci imbattiamo nella Medea Nera che, fedele alla sua natura che pure aveva promesso di cambiare (almeno per l'occasione), scambia le formule magiche e, anziché far appisolare il Drago, percuote il cartellone pubblicitario che soffriva per un bernoccolo proprio al centro, riportandolo all'antica piattezza.
Poi vi è l'eroe delle fila avverse, anch'esso mago sopraffino, che non riesce a non mordere il freno della sua esuberanza fattucchiera parcheggiata, inavvertitamente, sulle spalle di un nemico che gira in tondo a mostrare orgoglioso il dono dell'avversario.
E ancora il Drago che, a seguito di una congiuntivite monoculare, piglia fischi per fiaschi e guarda ( male, oh quanto male! ) quasi esclusivamente nella nostra parte di campo.
Infine, e come se non bastasse, un avversario che arriva, lancia in testa, per primo a ghermire la Coppa.
Nel nostro campo di battaglia, pianto e stridor di denti.
Colpa del monocolo del Drago, del freno non morso (eppure morso!), del mago esuberante, dell'ingarbugliamento incantesimale della Medea Nera, del partente lancia in testa, e di mille altri annessi e connessi.
Peccato che i nostri, per quella sfida, miravano alla lucentezza dell'oro che in quanto luce, si sa, non fa scorgerne la fonte.
Gli altri, invece, avvezzi alla concretezza, non si lasciano abbagliare la vista e tirano dritto verso la Coppa che, almeno per questa sfida, fanno inevitabilmente propria.
Oh, les italiens!
 

sabato 21 giugno 2014

"Giovane? E io metto mano alla pistola."

Nell'antica Roma, la vita media era appena di 18 anni; nella Francia del '700, di soli 30.
Oggidì, grazie all'enorme sviluppo della medicina, della scienza, della tecnica, e di una serie molto corposa dei saperi più disparati, siamo arrivati ad un'aspettativa di vita di circa 80 anni.
Sicuramente un bel traguardo, non c'è che dire; eppure, a ben vedere, non sufficientemente "alto" per giustificare la perniciosa abitudine che ha ormai minato dalle fondamenta il funzionamento del nostro orologio biologico (la bussola va impazzita all'avventura): estendere, allargare fino all'inverosimile che non può, per ciò stesso, non sconfinare nel ridicolo, la fascia dell'età "giovane". 
Non molto tempo fa, le "ere anagrafiche" erano all'incirca le seguenti: fino a 10 anni, la fanciullezza; da 10 a 16 anni, si parlava di "ragazzi"; dai 16 e fino, al massimo, ai 20 anni, di adolescenza. Dopodiché, c'era poco da fare: si entrava a pieno titolo nel mondo degli adulti.
Seguendo questo canovaccio, a 30 anni si sarebbero dovuti avere un lavoro, una moglie e dei figli.
Ed infatti, la stragrande maggioranza delle persone di quell'età, possedevano proprio tutto ciò. Anche per questo, probabilmente, a nessuno, se non per celia, sarebbe venuto mai in mente di considerare "ragazzo" un trentenne.
Oggi, invece, c'è stata la rivoluzione copernicana che ha piazzato, al centro della nostra vita, il sole dell'eterna gioventù.
Certo, la precarietà, il tempo sempre maggiore trascorso sui libri, e una serie di altri cento motivi potrebbero spiegare il fenomeno. Non del tutto, però.
Per capire appieno questa deleteria tendenza, difatti, bisogna guardare tra le pieghe della nostra società
E' qui, infatti, che si annida l'inganno, la grande operazione mistificatrice del nostro tempo.
Da piccolo ricordo che la maestra, sul pullman della gita scolastica, mi si fece vicino e m'implorò, a me che ero il più "saggio" di tutti, di contribuire a tenere buoni i miei compagni.
Quando mi sentii definire saggio, quasi mi venne da piangere.
E certo, perché per la mia mente di allora, il saggio era per forza di cose un vegliardo con la barba lunga e i denti gialli che si metteva in riva al fiume a pensare alla morte, armato dell'immancabile bastone nodoso. 
Ecco, la cosa che più mi rendeva ripugnante quell'accostamento, era proprio la vecchiaia. Lo stato, cioè, che più rifugge l'uomo di ogni tempo. E del tempo attuale, più che mai.
Ma perché ho parlato d'inganno e di operazione di mistificazione? E' presto detto.
Il deus ex machina della nostra società è il mercato.
Per potersi alimentare, questo Minotauro mefistofelico, ha bisogno di convincerci della nostra giovinezza, anche a dispetto degli anni che nel frattempo esigerebbero una qualifica diversa. Ed ecco che necessariamente giovane diventa bello, produttivo, funzionale. Già, proprio funzionale è l'aggettivo giusto.
Un tempo si produceva un frigorifero senza pensare alla morte industriale dello stesso, anzi, lo si fabbricava proprio perché lo si voleva pressoché eterno.
Comprate adesso un qualsiasi elettrodomestico, e vedete un po' quanto vi dura. Nella migliore delle ipotesi, una decina d'anni.
Ma vi è di più. La gioventù sbandierata ai quattro venti anche a sprezzo del ridicolo, ha un'altra funzione di primaria importanza: quella di farci sentire continuamente disponibili.
Il giovane, difatti, può aspettare, può pretendere di meno, può accettare compromessi. In una parola, il giovane può e si deve accontentare di ciò che passa il (misero) convento. In altri termini, del transeunte.
E noi? Beh, noi che siamo felicissimi del fatto che ci hanno portato alla fonte dell'eterna giovinezza, beviamo estasiati, in attesa di diventare pretenziosi e di reclamare diritti quando raggiungeremo la maturità. E, infatti, che fretta c'è? Abbiamo appena cinquant'anni!
Per questo, armato dello specchio della mia vera età finalmente liberato dalle paturnie mistificatrici dell'ormai fu (mio) Dorian Gray, ti avverto, amico caro: "Chiamami ancora giovane, e io metto mano alla pistola. Senza pietà alcuna. Lo giuro"
.

lunedì 16 giugno 2014

La "logica del motorino".

Sono appena arrivato all'Aci per la visura della targa di un'automobile. Mi dirigo alla dispensatrice d'attesa e mi viene assegnato il numero sette; per la precisione, A7.
Alzo lo sguardo al display piantato come una spada di Damocle sulla testa del nuovo, baffuto impiegato, e leggo A1.
Un minuto. Cinque minuti.
Tre o quattro loschi figuri, con aria cospirativa, fanno capannello davanti allo sportello incriminato.
Presumo un rumore lontano. Adesso riesco pure ad avvertire lo scatarrare inconfondibile della marmitta polini.
Prima di vedermelo tagliare la strada ancora una volta, impotente e fesso, mi alzo e scopro la magagna: quello che mi precede, con la consueta faccia di bronzo tipica di chi è avvezzo a tali pratiche, ha il numero A9.
Lo guardo a tal punto male che pure l'impiegato si sente in dovere di chiedermi, sia pure imparpagliato dalla coscienza sporca, spiegazione di cotanta taliata nivura.
<C'è che io ho il numero A7 e la perso...il tizio - "bravo, altro che persona!" - qui presente, -"girati e ti sputo in faccia, te lo giuro"-  si sta incontrovertibilmente intrufolando.>
Lo sportellista capisce l'antifona e monopolizza la scena per evitare che l'usurpatore dica o faccia qualcosa che mi autorizzi a saltarlo addosso.
Si piglia il mio numero e ristabilisce un minimo di giustizia.
Esco e mi sento parzialmente soddisfatto per avere contrastato, ancora una volta, la "logica del motorino" di cui già subodoravo il puzzo luciferino non appena mi sono guardato attorno lì, nell'ufficio.
Di che si tratta?
Una cosa comune e reale che si può tranquillamente dotare del potere suggestivo della metafora.
Chi di voi, in estate, alla guida dell'auto, non si è visto tagliare la strada dai diabolici motorini? Magari tu ti trovi in colonna di ritorno dal mare, sudante e bestemmiante come un termosifone che impara a declinare i santi del calendario, e ti vedi tagliare la strada dai "mezzi" invadenti, puzzolenti, che a momenti, se non hai i riflessi pronti, ti si portano via pure un braccio.
Ecco, questa è la "logica del motorino" che, per potersi concretizzare nelle fattezze della metafora, ha bisogno di due elementi:1) il rispetto delle regole (dell'automobilista); l'esigenza del motociclista (messa in pratica) di "sorpassare", "imboccare la scorciatoia", "superare con la manovra spericolata" chi verrebbe prima di te o avrebbe diritto più di te a una cosa.
Insomma, la contrapposizione è tra la regola e l'arbitrio, il rispetto e la furbizia, il merito e la raccomandazione.
Ora, per concludere, si sa che i motorini e le sue logiche sono presenti quasi esclusivamente in estate e in primavera. Molto di meno, in autunno. Per nulla (quasi) in inverno
Ebbene, si potrebbe confidare nel legittimo alternarsi delle stagioni.
Oh! Bimbo semplice che fui, dal cuore in mano e dalla fronte alta! 
Il guaio nostro, è che ci troviamo in una estate che non ci pensa minimamente, perché foraggiata fin troppo bene, a lasciare il passo all'inverno. 
Mala tempora currunt!




lunedì 9 giugno 2014

Ad una processione.

Visto dall’alto, l’argento sfavillante della statua di San Matteo sembra un rostro finemente decorato di una nave antica, con la poppa già inghiottita da onde gigantesche di folla in tripudio.
In primissimo piano, subito sotto la prua schiumante calca festante, vi è la classe dirigente ammantata di consenso comunque conquistato. 
Tra solerti benedizioni e sorrisi dispensati a iosa, l’alto prelato serba ancora in bocca il sapore del frutto proibito di Karim. “Sia ringraziato Dio per cotanta goduria del corpo e dello spirito. E poi per le sue labbra, capaci d’elevare l’anima fino alle soglie del Paradiso. Peccato? E perché mai? Le sue cosce, il culo da puledra insaziabile e ancora le zizze sode sono nient’altro che la giusta ricompensa per averla tolta dal marciapiede. Date e vi sarà dato, no?
“Padre, Figlio e… - “guarda chi ci sta, ’sto cornuto del sindaco! Eccolo qui, sorridente come un mongoloide. Ha avuto, ‘sto comunista del cazzo, il coraggio di portare i porci musulmani ad abbeverarsi alle fontane della Curia” - …Spirito Santo.”
“San Matteo mio, lo vuoi fare un vero miracolo invece di startene qui come un…con rispetto parlando… allocco? Ebbene, non appena varchi la soglia del comando della Guardia di Finanza… pure tu eh, che madonna di protetti ti sei scelto!... ebbene, stavo dicendo, appena entri, fammi ‘sta cazzo di cortesia, fai crollare non solo questo ma, contemporaneamente, tutti i comandi in ogni parte d’Italia. ‘Sti bastardi, – saluta calorosamente con la sua mano tozza e corta un manipolo di elettori – per un regalo di cinquantamila euro mi stanno controllando anche quante chiavate mi faccio con quell’altra zoccola di Caterina che continua a spillarmi soldi.”
Munnezza, questo siete! – ciò pensa il Presidente, mentre predica calma ad una selva inferocita di disoccupati che approfittano dei riflettori accesi sulla processione per chiedere un posto di lavoro – Mentre io sgobbavo sui libri, voi che cazzo facevate?Andavate ad ubriacarvi e a mangiare a sbafo nei ristoranti, eh? E quando io passavo i sabato sera a studiare per qualche esame, mi dite voi quante sciammereche vi facevate con quelle puttanelle rimorchiate nei locali? E ancora, voi a fine mese, ciucci di fatica, introiettavate guadagni mentre io invece… sì va bene, mio padre… ma è la stessa cosa, non c’è differenza… dovevo sborsare un bel gruzzoletto per professori sempre più sfondati in corpo.”
A metà processione, la prua della nave è praticamente inghiottita dai marosi. Solo l’erma del povero San Matteo la si vede annaspare disperata, alla ricerca di una sempre più faticosa spiritualità. Al suo capezzale, in posizione defilata, avanza Costantin, il muratore albanese. 
Si porta appresso giornate lavorative di dodici ore alle dipendenze del capofila della processione; una paga di seicento euro al mese; la qualifica di clandestino; quattro fogli di via; cinque figli e una moglie da sfamare. 
Dettaglio del tutto trascurabile: capace, nonostante tutto, di incommensurabili slanci d’amore. 

venerdì 30 maggio 2014

Breve ballata del capitalismo.

Piero e Giorgia, sposati poco più che maggiorenni, vanno a vivere in una casupola al limite della abitabilità.
Piero si arrangia raccattando ferro vecchio e vendendolo alle varie fonderie.
Giorgia, scappata da un padre padrone, si dà anima e corpo a quel figlio nato troppo presto per lasciarla veramente libera di scegliere.
Entrambi sognano un bagno finalmente all'interno della casa.
Novembre 1980: la terra trema. Bestemmia rovine, fagocita vite.
Piero e Giorgia ottengono un container dove passeranno otto anni della loro vita.
Il bagno, sia pur piccolo, è all'interno delle pareti di lamiera.
Piero e Giorgia sognano una casa dalle pareti in muratura.
Nell'attesa, mettono al mondo un secondo figlio.
Giugno 1988: finalmente, la casa popolare. Due bagni e un balconcino lilla.
Piero viene assunto da un lontano parente che ha una grande impresa edile.
Piero e Giorgia sognano almeno una casa, un'altra, dove poter sistemare uno dei due figli.
L'unico figlio del datore di lavoro di Piero, muore in un incidente stradale. L'imprenditore decide, allora, di far entrare nella società, al posto dello sfortunato rampollo, proprio Piero.
Il primo figlio di Giorgia e Piero sogna il master in Inghilterra. Arriva la terza casa, per il secondo figlio.
Il secondo figlio sogna il pianoforte. Arriva il terreno, pronto a raccogliere le sicure passioni "senili" di Piero e Giorgia, ma anche quelle ancora acerbe di Roberto e Massimo.
Piero e Giorgia sognano un futuro di case, figli, nipoti, tutti disseminati lungo lo stesso fazzoletto di terreno.
Roberto vince un concorso a mille chilometri di distanza e, dopo una delusione d'amore, decide di prendere i voti.
Massimo si innamora di Ugo e scappa lontano per vivere liberamente la sua passione. 
Piero e Giorgia, circondati da tre case, un terreno, non sognano più niente
Roberto, dalla cella del monastero, sogna il master e Londra. Massimo, invece, di essere portato via dalla cassa armonica del pianoforte che non ha più voglia e pazienza di imparare a suonare.