martedì 21 gennaio 2014

Ma lo scrittore?

No, ma, per dire, io ancora non ho capito come si faccia a diventare scrittore. Mi arrovello fino a perdere la proverbiale trebisonda, ma non c'è verso di raccapezzarmi.
Certo, uno mi potrebbe chiedere che cosa io intenda per scrittore. E sarebbe la domanda giusta da fare visto che, dalla notte dei tempi, per voler far parte di una categoria occorre quanto meno averne una visione di insieme, di questa categoria; anche perché, diversamente, non so fino a che punto uno possa sentirsi legittimato, con lo sguardo gemebondo e trasognante, a  sospirare: "Ah, lo scrittore!".
Ebbene, io, per scrittore, intendo un tizio che magari passi la giornata a zonzo, in una città piuttosto che in un'altra, per raccogliere sempre nuovi spunti di riflessione...beh, a pensarci bene, anche il vagabondo fa più o meno la stessa cosa.
Sì, ecco: lo scrittore è chi si sente e si dimostra protagonista e che, come indefettibile corollario di ciò, può dire tutto quello che gli pare perché il suo verbo (soprattutto quello custodito dalla scrittura) è un concentrato di ambrosia e di suggestioni paradisiache...già, me c'è già il politico di turno che si comporta alla stessa maniera.
Calma e gesso. Vediamo un po'...ci sono: per scrittore si può intendere colui che viaggia in una macchinona e che è sempre circondato da femmine sofisticate che si lasciano sedurre dall'arguzia dal suo essere personaggio...nooo, questo è il cantante impasticcato costruito dalla major discografica!
Va bene, accantoniamo per un attimo il problema dell'essere e concentriamoci sull'aspetto del fare (siamo pure in tema, visto che da più parti s'invoca "l'uomo del fare", no?) 
Che sfaccimma, cioè, di azioni deve compiere lo scrittore per essere definito tale?
Sgomberiamo il campo da un immediato, pernicioso fraintendimento: per diventare scrittore, non necessariamente occorre scrivere bene. Sorpresi? Beh, basta guardare me.
Tutti dicono che le mie "cose" sono egregie, che la caratterizzazione dei personaggi "è la morte mia"; e non basta, perché aggiungono pure che "ho la cultura colta delle parole" (questo, a dire il vero, non è che l'ho capita benissimo anch'io ma...è una cosa positiva, no?). Ciononostante, a parte qualche piccola soddisfazione editoriale, non c'è l'ho fatta a raggiungere le vette del Parnaso (la vetrina della Feltrinelli, sul corso Vittorio Emanuele); che poi, a dirla tutta, mi farei bastare anche un angolino, magari pure dietro, molto dietro, l'ultimo best seller di Fabio Volo.
Ma non divaghiamo. Quindi, dicevamo, non è condicio sine qua non, per assurgere al rango di scrittore, lo scrivere necessariamente bene. Che poi, questa affermazione, oltre che dal mio lampante esempio personale (modestia, questa sconosciuta!), viene corroborata anche da quanto si legge su alcuni siti di case editrici: "non è fondamentale saper scrivere in maniera perfetta (i correttori di bozze, altrimenti, che esisterebbero a fare?) quanto, piuttosto, avere cose originali da raccontare".
Ebbene, mi è capitato di leggere storie in cui si pigliavano i classici due piccioni con una fava: far lavorare i correttori di bozze grazie a congiuntivi alla comevieneviene e, contestualmente, intessere trame così originali che nemmeno un marziano tradotto a Saturno potrebbe tessere.
Solo che, anche questa volta, c'è stato il classico buco nell'acqua.
A questo punto, solo et pensoso i più deserti campi (d'asfalto, ndr) vo mesurando a passi tardi et lenti. Mi trovo, come mi capita frequentemente, a osservare la vetrina della libreria sotto casa. Stavolta però, dominato dal demone dell'essenza dello scrittore che continua, imperterrito, a celarsi ai miei occhi pur facendomi sentire la sua pervasiva presenza, guardo quella festa di titoli con rinnovato spirito critico.
Accartoccio le palpebre, sintonizzo la mente.
Un'improvvisa illuminazione connette le mie sinapsi, anche quelle più periferiche.
Le ricette raffinate di miss Odette, Il miracolo della prestidigitazione, Il cuore con le ali appollaiato sul trespolo della mente....
Ecco chi è finalmente lo scrittore: la ragazza che tiene in mano un libercolo di un colore sommesso, che già pregusta la gioia di perdersi in quelle pagine ingrigite per la troppa lontananza dai clangori della vetrine ammiccante.
Ella, infatti, porterà quel romanzo a casa e, in groppa a qualche feconda suggestione letteraria, si nutrirà del distillato di quei caratteri di stampa, fino renderne satolla l'anima. E sarà allora che, inoltratasi nelle lussureggianti praterie dell'immaginazione, avvertirà il bisogno insopprimibile di sedersi davanti al monitor di un pc. Inumidirà i propri polpastrelli con il calore della creazione, e inizierà a scrivere.
Ecco chi è, allora, lo scrittore. E' un fervido sognatore che se ne frega del successo, delle strategie editoriali, dei soldi.
Lo scrittore è un dio di terza classe che si diverte a creare storie e a viverle come se anche quelle degli altri gli appartenessero senza dubbio.
E' un affamato ghiottone di anni che non si rassegna a consumare solo quelli che sono apparecchiati sulla sua tavola, divertendosi, così, a spiluccare  anche su quella degli altri
Ordunque, sulla scorta di queste definizioni, posso tranquillamente affermare che anch'io lo sono. Anch'io sono, cioè,...un attimo che recupero lo sguardo gemebondo e trasognante...uno SCRITTORE.
 

giovedì 9 gennaio 2014

La miopia, ti fa bella la vita.

La prima volta, è successo ventitré anni fa.
Era il tempo in cui avrei dovuto avere un rapporto quindicinale con il mio oculista. Ma si sa come vanno certe cose quando ci si inumidisce l'indice con la saliva e lo si struscia sui peli del polpaccio per dimostrare alla bella della scuola che anche noi siamo grandi! Si ha paura, in buona sostanza, di peggiorare una situazione che già di per sé è sminuente.
Insomma, proprio non volevo ammettere che, ancora un volta, le mie lenti già colpevolmente spesse, non riuscivano a focalizzare con nitidezza chi avesse bussato al citofono. E allora, puntualmente, mi ripromettevo di smettere di leggere di notte, alla fioca luce dell'abat-jour; così come di praticare quell'attività forsennata che da più parti veniva considerata deleteria per la vista.
Ora, se al primo proposito riuscivo a tenere fede cercando di recuperare nelle ore di religione, per quanto riguarda il secondo...beh, diciamo che, malgrado l'impegno profuso rafforzato financo dalla convinzione che si trattasse di pratica "sporca" e "infernale", non sono riuscito propriamente a portarlo a termine. D'altronde, provateci voi a silenziare una voce quando l'ugola ha uno sfrenato bisogno di ballare il tuca-tuca! 
Comunque stiano le cose, sta di fatto che la mia miopia la iniziai ad apprezzare proprio quel ventotto dicembre di ventitré anni fa.
Una serata di giochi natalizi qualsiasi, almeno nelle premesse e fino a quando non si decise di giocare all'immarcescibile "gioco della bottiglia".
Un giro, tre giri, cinque giri: il collo della bottiglia si ferma a filo della mia sagoma.
L'azione è il baciare.
Le mie labbra ingorde sono già su quelle turgide di Angela che sicuramente avranno il potere di fermare la bottiglia proprio su di lei.
Un giro, tre giri, cinque giri: a volte la morte si sconta vivendo.
Carla è lì ad attendere il responso della sorte beffarda.
Chi è Carla Dell'Oglio? All'epoca (non l'ho più rivista e non posso apprezzarne "gli sviluppi"), un bulldog con il fermacapelli.
I debiti di gioco, però, vanno onorati, costi quel che costi.
Marco, più avvezzo alle pratiche adolescenziali, m'invita, con il sorriso "sfottitore" ancora sulle labbra, a togliermi gli occhiali per baciare meglio.
Ormai incapace di decidere alcunché dopo il ferale responso, seguo il suo consiglio.
Miracolo! Portento!
Vedo i contorni fumosi di Carla prendere a friggere come le patatine nell'olio. E' materia cangiante prona al mio volere.
Felicemente stupito, inizio a lavorare a ritagliare il suo profilo e, con maestria degna di miglior sorte, a divellerlo dai suoi stomachevoli confini e a sostituirlo con quello della celeste Angela.
Un lavoro di mastro d'opira fina.
Il bacio, grazie alla mia immaginifica miopia, è stato, stando ben attento a non aprire gli occhi nel momento in cui infrangevo la copertura delle mie diottrie appannate, il più bello della mia vita.
Ora, a distanza di ventitré anni, divenuto più esigente, quando voglio modificare qualcosa di brutto, mi tolgo gli occhiali e inizio il lavorio di cesello.
Lenti a contatto permettendo, ovviamente.