venerdì 21 febbraio 2014

(II) Tra le pieghe di un sorriso.


<Gesù, Gesù, ma questo è caduto con la capa per terra!>

Ci voltiamo tutti a guardarlo, curiosi di conoscere l’ennesimo motivo di preoccupazione di Fabio.

Per Fobìa ( mai anagramma fu più azzeccato! ), ogni giorno porta in dote una serie di grattacapi più o meno reali. E già perché, se per un infausto motivo la giornata si presentasse senza noie, ebbene, in questo preciso momento, interverrebbe l’immaginazione a sopperire alla grave mancanza.

Malgrado la naturale tendenza alla tragedia però, questa volta la sua preoccupazione avrebbe un serio fondamento. Ed infatti, il rosso vivo della maglietta di Che Guevara sbandierato sotto il truce grugno dei camerati della Destra Sociale affastellati in corteo, senz’ombra di dubbio costituirebbe una concreta istigazione al nostro scotennamento. Ma il timore viene meno nel momento in cui, ad indossarlo, è il mitico Dante detto, per l’appunto, “il Che”.

Cos’è l’autorevolezza? Basta conoscere Dante per averne piena cognizione.

Ora, quand’uno parla di autorevolezza, saggezza con riferimento a un tizio, si è subito portati a raffigurarsi il soggetto in questione come uno dei quei vecchi druidi con la barba lunga un chilometro, zellosi, seriosi, perennemente in meditazione. Per intenderci, alla maniera di Nestore, re di Pilo, vecchissimo ( si narra che avesse all’incirca trecento anni sul groppone quando si decise a tirar le cuoia ) combattente acheo nella leggendaria guerra contro Troia. Insomma, come se queste virtù si degnassero di appartenere ai soli possessori della carta d’argento!

L’autorevolezza di Dante invece è sfiziosa proprio perché figlia di quelle mille, mastodontiche e contraddittorie intemperanze adolescenziali che la rendono continuamente disponibile ad essere messa in discussione da noi ragazzi del gruppo; gli stessi ragazzi della comitiva che però, nei momenti di una qualche importanza, siamo pronti ad ascoltare i preziosi consigli del nostro compagno.

In buona sostanza, se l’Auctoritas si dovesse incarnare nel corpo di un mortale, sceglierebbe senz’ombra di dubbio il suo. Un esempio? L’ultima versione di latino della prima liceo.

Sebbene quella prova fosse decisiva per molti di noi lui, tomo tomo, cacchio cacchio, che cosa mai ti fece? Ebbe l’ardire di arricchire la traduzione scontata dell’espressione tacitiana “fingunt e credunt” ( fingono e credono, appunto ), nientepopodimeno che con codesta blasfema aggiunta: ( trad. libera, in omaggio alla nostra cultura campana:se la cantano e se la suonano ).

Mai parentesi fu più rivoluzionaria!

E come succede a tutti i ribelli in uno stato di polizia, quello del professor Cozzolina poi rasenta il regime, il nostro eroe fu impiccato all’albero dell’esame a settembre perenne e il suo cadavere gettato in pasto all’imperituro odio del succitato docente.

Ma un evento straordinario, si sa, assai difficilmente si limita a partorire un solo effetto:nel caso di specie difatti, questo gesto temerario, oltre a cristallizzarsi nella classica pigliata ‘ncopp’ a ll’uocchie del sobillatore in questione da parte del collerico Cozzolina, trovò ospitalità nei margini assai larghi e slabbrati del fattariello che da quel momento in poi prese ad aleggiare, presenza strabordante e pervasiva, in tutti i corridoi, le aule, gli anfratti più reconditi del Liceo Ginnasio Torquato Tasso.

giovedì 20 febbraio 2014

Lo sfogo di un "Avvocato con la Cravatta".


E' uno sfogo di cui mi pentirò tra un minuto. E sì perché io sono un “Avvocato con la Cravatta” e agli “Avvocati con la Cravatta” non è consentito lamentarsi. Già, la cravatta!

Come se questo accessorio fosse la prova inoppugnabile della raggiunta agiatezza.

In uno dei film cult di Luciano De Crescenzo "Così parlò Bellavista", nel celeberrimo sketch "la mezz'ora", il fratello saggio rimprovera il più piccolo, un affranto Cannavale, di aver dilapidato tutte le proprietà che i genitori gli hanno lasciato. Il tutto, anche in nome della 124 spider che, a detta dello scapestrato rampollo, non gli consente di abbassarsi a lavorare da fattorino, "manco - e questo è il commento caustico del fratello "inserito"- se la centoventiquattro spider fosse un titolo di studio!". Già, il titolo di studio!

Mi sono laureato in Giurisprudenza. Non mi piaceva molto. Avrei voluto fare lettere classiche o, per converso, avendo già qualche anno di pianoforte (rectius pianola, "perché il pianoforte costa troppo e non abbiamo spazio") alle spalle, avrei voluto diplomarmi al conservatorio. Ma si sa, di latino e greco così come di virtuosismi acustici, non si mangia.

“Con Giurisprudenza, male che vada, troverò il placido posto in banca che mi permetterà di condurre una vita normale", ovverosia di raggiungere l' aurea mediocritas a cui ho sempre aspirato.

E quindi, sotto con gli esami. C'ho messo, per una serie di motivi, troppo tempo per laurearmi; questa è la mia colpa, lo so, sebbene abbia, nel frattempo, prestato il servizio militare, lavorato part-time all'università stessa, etc., etc..

Forse, però, il vero fattore di rallentamento è stato studiare qualcosa che non mi entusiasmava mentre continuavo a divorare libri (di narrativa) su libri, la mia vera passione.

Fiat laurea! Mi sottopongo, zittendo la mia dignità "comunista" che qualche "maestro" (!) o dominus (!!) mi (ciononostante) rinfacciava, alla schiavitù del praticantato.

In due anni, ho cambiato due avvocati…alla ricerca della libertà? Macché, cercando di sottomettermi a un titolare di studio appena meno schiavista del precedente.

Poi il giuramento e l'esame di avvocato. Eh, qui sono stato proprio bravo. Bravissimo. Eccelso...nel copiare con stile, nell'inserire qualche perifrasi latina ad hoc, nel far fruttare la mia ossessione per la punteggiatura.

Così si supera, addirittura in prima battuta, l’esame di avvocato.

Con il titolo in tasca, finalmente l’emancipazione. Mi si aprivano davanti agli occhi le sterminate praterie della dignità da lavoro. Già, la dignità da lavoro!

Una collaborazione con un avvocato che pagava benissimo. Seicento euro al mese per circa 120 km alla mattina (se andava bene), con la mia punto bianca di 10 e passa anni, per le udienze nei fori più sperduti della Provincia di Salerno. Alle 15, poi, ripresa dell’auto per la stazione bus di Salerno; pullman per Napoli;  metropolitana per lo studio legale. Finalmente, l’arrivo in loco.

Prima cosa, spegnere il cell., perché non si poteva sottrarre tempo alla produzione (da fabbrica cinese) delle comparse e atti vari che occorreva garantire. Infine, dopo una claustrofobica giornata, si aspettava la metropolitana, si riprendeva il pullman per Salerno, ci si rimetteva in macchina e si arrivava, per le 22-22 e 30, a casa.

Vitaccia, ok, ma dopo poco più di cinque mesi sono riuscito ad arrivare, tra lo stupore di molti miei colleghi che non ammetterebbero mai, dall’alto delle loro Cravatte, che non svolgono altro lavoro che “fare le vasche” per il corso con la paghetta di papà, ad arrivare a  1000,00 euro al mese.

Nel frattempo la gloriosa Punto, dopo aver ingollato, negli ultimi cinque mesi di vita, più chilometri che da quando è stata fabbricata, mi ha lasciato a piedi. A nulla è valso il rimedio, altre volte salvifico, della bottiglietta d’acqua da versare nello sfinito radiatore ogni 50/60 km. E allora, che fare?

Compro la fatidica macchina. A 300 euro al mese per 5 anni. ‘Na cazzata, d’accordo, ma tanto ne guadagnavo 1000 e avevo capito che solo di mia volontà sarei potuto uscire da quella fabbri…pardon….da quello studio.

E poi, la colpa imperdonabile. La seconda, nell’ordine:dopo un mese di ricerche su “Subito.it”, compro un pianoforte. Di terza mano. Riverniciato e rimarcato.

Finisce il lavoro. Non si sa come, non si sa perché.

Grazie all’aiuto della mia famiglia, apro uno studio legale in un locale fittato

Nel frattempo, scrivo un libro di narrativa che riesce anche ad avere qualche successo, solo di pubblico, ovviamente, perché le case editrici importanti sono in tutt’altre faccende affaccendate (pubblicare l’ennesimo libro di ricette della starlette di turno o le memorie dell’ultimo politico che si ritira, novello Cincinnato, a vita privata dopo l’ennesima mazzetta intascata). 

Lavoro tanto, guadagno pressocchè nullo. Ma…bisogna farsi conoscere, bisogna fare la gavetta.

Dopo tre anni da “Avvocato con la Cravatta”, ho lasciato versamenti IVA arretrati, bolli auto che non ce l’ho fatta a pagare. Adesso c’ho l’iscrizione alla Cassa che non pagherò. Già, anche la cassa!

Eppure sono cresciuto con la convinzione che le tasse debbano sempre e comunque essere pagate. Quando, però, si è costretti, dopo aver tagliato su tutto (sabati in comitiva perché l’uscita in gruppo costa troppo, acquisto degli agognati libri, partitella a calcetto settimanale “perché 5 euro sono pur sempre 5 euro”!) a scegliere se sopravvivere o pagare le tasse…fate un po’ Voi!

Proprio adesso ho finito di scrivere una lettera su una materia alquanto complessa che mi è costata 2 ore di ricerca. Ho chiesto 60 euro e me ne sono stati dati 30 da un tizio che, con la stessa somma datami, non ce l’avrebbe fatta manco a tagliarsi i capelli dal suo coiffeur dei personaggi da sabato sera

La dignità mi ruggisce nell’animo. Dovrei mandarlo a fanculo. Cazzo, la stima di me stesso m’impone di schiaffargliele in faccia, ‘ste sfaccimme di 30 euro.

Un pensiero estemporaneo mi attraversa il cervello: la pizza con la mia bella, che “avanza” ancora due regali, per onomastico e compleanno, e che già sa, dall’alto della sua sconfinata comprensione, che non riceverà mai.

“Vabbuò, ringrazio il dottore, e…accetto!”. A proposito, ho partecipato, io comunista allergico alla televisione, anche alle selezioni di “Affari Tuoi”….hai visto mai?

E dopo il fatal gesto dell’appropriazione di 30 in luogo di 60, un pezzo della mia dignità, l’ennesimo, mi rimprovererà per la prossima nottata insonne. Già, la dignità!

Che dignità può avere uno che è condannato per il titolo ad essere benestante, ma che fa 1 km in più a piedi per trovare ancora, in quel bar all’angolo, il caffè a 60 centesimi?

Lo so che sarò scomunicato da tutta la genia degli “Avvocati con la Cravatta”.

Ma non ho più nulla da perdere. Non un presente né, e mi auguro fortemente di sbagliare, un futuro.

Sono rimasto da solo, con un pianoforte scordato, un’auto da pagare, un libro pubblicato e uno da pubblicare.

Mi dimetto, mio malgrado,dalla categoria degli “Avvocati con la Cravatta” perché solo adesso, grazie agli affetti che mi ritrovo e al mio io più vero, mi accorgo che la cravatta, per davvero, non l’ho mai portata.  

P.S. Ho 37 anni appena compiuti ma…non Vi azzardate minimamente a considerami giovane. Dietro l’apparente lusinga della gioventù infatti, si cela l’alibi e/o la giustificazione (a seconda dei punti di vista) del nostro destino di fallimenti. Voglio essere quello che sono. Un uomo di 37 anni che appena dieci anni fa avrebbe avuto un lavoro a prescindere dalla Cravatta, una famiglia tutta sua e un pianoforte finalmente accordato. E, chissà, un libro una volta per tutte pubblicato dalla Feltrinelli.

 

 

 

martedì 11 febbraio 2014

(I)Tra le pieghe di un sorriso di Vincenzo Benvenuto.


<Guarda, vedi qua! Non si capisce niente:munnezza a destra, munnezza a sinistra…viviamo nell’epoca della munnezza, non ci stanno santi! Tra un poco, accanto ai segnali stradali, dovranno mettere i segnali della spazzatura:obbligo di munnezza a destra, divieto di sosta per la munnezza…>

<Al nord, è tutto un’altra cosa, caro Giacchino. Quando sono stato a Milano, addirittura ho visto le guardie che facevano la multa a quelli che buttavano le carte per terra.>

<Eh, ma voi non sapete niente! Ieri sera, al primo canale…a quel programma dove ci stanno il padre e pure il figlio…>

<…e lo Spirito santo, mastro Giuà! Si chiama Supequacc!>

<Eh, proprio quello lì! In tutti i modi, facevano vedere che a Brescia hanno costruito una specie di inceneritore per la munnezza, come ce l’abbiamo pure noi qua, dalle nostre parti. Però, mentre da noi puzzano e buttano fuori aria sporca e fetente, lì invece, al Nord, addirittura ( non so come fanno! ) ci riscaldano l’acqua delle case e pure gli appartamenti! Eh, eh,eh…date retta a me, che ho fatto la campagna di Russia; i nordisti sono come gli ebrei, c’hanno la mente fina!>

<Avete capito proprio bene, mastro Giua’! Eppoi si lamentano di Bossi, della Lega….sapete che vi dico? Secondo me quello ha ragione…loro sono più cristiani di noi, non ci sta niente da fare!>

<Per me, ci vorrebbe Mussolini…tu sporchi, fai la munnezza? Olio di ricino, e così t’impari!>

<Bravo, don Peppino, avete detto proprio bene!>

Don Peppino ritira la pensione. Esce ciondolante dall’ufficio postale. Si mette una caramella rigorosamente all’anice in bocca.

Naturalmente, butta la carta per terra.