mercoledì 27 luglio 2016

Articolo da chiuso per ferie.

Il titolo di questo articolo di fine luglio l'ho trovato subito; strampalato, come da un po' di tempo mi sento strampalato io, ché mi pare che tutto sia stato scritto già e che l'unica maniera di essere originali è quella di starsene zitti.

Beninteso, io, per questo mese di agosto prossimo venturo, zitto voglio starmene davvero, ma mi sembra giusto "dare alle stampe" l'ultimo articolo per il giornale che ormai da due anni sopporta le mie intemperanze letterarie.
E allora, pensa che ti ripensa, cerco un saluto nel luogo più opportuno per scrivere l'articolo da chiuso per ferie: la spiaggia.
Con i  miei infradito della battigia dell'anno scorso e la mia barba affollata da qualche pelo bianco in più, mi siedo a guardare. D'altronde, conoscete voi un modo migliore che quello di guardare, sentire, sintonizzarsi con il traffico del mondo, per scrivere un articolo da chiuso per ferie? Io - e lo confesso candidamente - no.
- Sono venuto a vedere/quest' acqua e la gente che c'è/il sole che splende più forte/il frastuono del mondo cos'è - mi verrebbe da rispondere alla signora che guarda con schifo malcelato i miei cerchi concentrici ed eccentrici di vitiligine (dicesi vitiligine...quella che aveva la buonanima di Michael Jackson, insomma!).
In rapida successione, il mio articolo si nutrirebbe, se solo trovasse in me un autore meno indolente, nell'ordine: 1) del ghigno da Pikachu del frescone di turno che, abbandonate definitivamente le mossette da "tosto ti soddisfo tutto", si aggrappa disperatamente al mostriciattolo color pervinca per tenere il ferro in caldo; 2) dell'epitaffio a carattere cinerino scritto paro paro negli occhi della mamma nel sapere che Giorgetto ha preso alla maturità un voto in più della sua Lycia; 3) della gentilezza affettata della signora Carmela verso il vucumpràpoverocristo corredata dall'immancabile ripugnanza verso l'abbronzatura "sospettosa d'Isis" dello stesso; 4) della tracotanza della 90-60-90 spaparanzata al sole che viene irrimediabilmente picconata dall'indifferenza furba dello studente dirimpettaio; 5) dall'intellettuale da sfoggio che sotto il Corriere della Sera si perde nei flirt estivi delle starlette di Donna Moderna.
Insomma, di almeno uno di questi spunti, dovrebbe nutrirsi il mio articolo da chiuso per ferie.
<Oh, ciao. Senti, siamo in tre, ci manca il quarto elemento. Ti andrebbe di fare coppia con me?Ci giochiamo la consumazione, ci stai?>
"Benedetto pretesto".
Vi giuro, io davvero volevo sviscerare uno di questi argomenti nell'ultimo articolo per Zon. Ma ditemi voi, posso mai perdere l'occasione di mettere in mostra l'abilità nel calcio balilla acquisita grazie agli svariati filoni da terzo liceo?
Cincischio un po', sguinzaglio le pupille alla (finta) ricerca della pallina della riflessione.
<A una condizione: noi i rossi, va bene?>
Serena estate a tutti.

giovedì 14 luglio 2016

Tra gli ulivi, una lamiera nel cervello.

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Sono le 10,58 di martedì 12 luglio 2016, e passeggio tra gli ulivi.
Mi hanno sempre affascinato questi tronchi centenari che, nella loro nodosità, sembrano piangere tutte le storture del mondo.
Ci vengo spesso, qui. D'altra parte, la mia terra è a un tiro di schioppo dal filare di ulivi che accompagnano, rassicuranti, i viaggiatori lungo la tratta Andria-Corato.
Il campo incanutito dall'afa già alle undici di mattina. Un solo binario che sferraglia al sole di un'estate come le altre.
Certo, rispetto ad appena ieri, c'è di insolito questo frinire di cicale, da una decina di minuti troppo sguaiato perfino per i 33°C di oggi.
Che il buon Dio voglia affidare al loro verso l'ingrato compito di preannunziare la fine del mondo?
Sto qui, tra gli ulivi, gli unici esseri viventi che non sento ostili. Le sole anime del creato, cioè, che sono del tutto indifferenti ai miei fallimenti esistenziali.
Un figlio sempre rimandato e poi non venuto. Una lavoro lontano dalla mia Puglia portato a sperdersi sul binario morto dell'esubero. E poi, lei, i cui capelli d'oro di trent'anni fa hanno impiccato per sempre la mia gioventù.
Sono le undici esatte. Gli ulivi sembrano, per un momento, ribellarsi al chiacchiericcio isterico delle cicale. Le loro fronde paiono covare un rimprovero capace di attenuare il lamento degli insetti.
Le 11, 03. Percorro gli ultimi metri prima di tagliare definitivamente per il mio campo. Mi è sempre piaciuto il barrito sordo che preannuncia l'arrivo del treno.
Guardo l'orologio. Sono le 11 e 05. Mi devo voltare indietro per vedere la scheggia di lamiera che, tra poco, assumerà consistenza di treno. Troppo stridulo, infatti, è ancora il frinire delle cicale per avvertire il respiro asmatico della locomotiva senza girarsi a guardarne i tratti anticipatori.
Rassicurato ormai dal passaggio imminente del treno che risucchia nella normalità pure il grido disperato delle cicale, svolto in direzione della mia terra.
11, 07. Appoggio una mano sull'ultimo tronco di ulivo.
Un urlo giallo di afa. Un tuono rovente di morte.
Con qualche grumo di cervello ancora non dilaniato dalla lamiera, sorrido all'ultima, sorridente scheggia di ulivo.
Sono Giuseppe. Ho 51 anni. Muoio per caso; come per caso, d'altra parte, si nasce.