venerdì 4 novembre 2016

Il pianoforte della prozia che mi salvò dal terremoto.

L'ultima volta che ho visto il pianoforte della prozia, è stato l'anno scorso, in occasione del trasferimento a Norcia.

Ora sta confinato nel sottotetto, in compagnia del ciarpame reietto di cui nemmeno l'inafferrabile topo Lupin riesce a sbarazzarsi definitivamente.
E' bruttissimo il pianoforte della prozia. Nero come una maledizione, vecchio come il respiro del mondo, squinternato alla maniera del cervello dell'antenata che sola, in più di cento cinquant'anni di miserie familiari, ha avuto la voglia di suonarlo.
Fosse stato per me e per mia moglie, lo avremmo volentieri affidato alle sapienti mani di Karol.
<Mister, cinquo minuti, e ne facemo gabia per coccodè!>
E Karol ride. E io avrei senza dubbio foraggiato la sua risata se non fosse stato per la fissazione di mammà.
Il pianoforte della prozia, per una sorta di lascito testamentario della sciroccata pianista, deve tramandarsi di generazione in generazione pena, recita ancora terrorizzata un' invasata mammà, la rovina della famiglia. Ma vi è di più: la leggenda vuole che qualora si resista (e ci vuole un bel coraggio dopo più di cento cinquant'anni!) nel sopportare la rovinosa presenza, addirittura una non meglio precisata salvezza passerà proprio per il derelitto pianoforte.
Com'è come non è, sta di fatto che anche in quest'ultimo, si spera definitivo trasferimento, il primo oggetto che è stato portato nella nuova casa di Norcia, è stato proprio quello che ormai è lo scheletro del pianoforte della prozia.
Stizzito per questa ineluttabile compagnia, mi sono vendicato inchiavardandolo in un'armatura di panno e scotch più raffazzonata dell'unica corda che, a detta di un amico incuriosito dalla vestigia musicale, ancora si ostina a dar voce a un sinistro sol grave.
Il 30 ottobre 2016, alle 07:38, nella mia nuova vecchia casa di Norcia prospiciente la basilica di San Benedetto, un suono mi si pianta in testa. Un sol grave, profondo come le viscere della paura, allarma il mio patrimonio genetico.
Balzo nella cameretta di Vinicio, lo agguanto ancora incaprettato nelle lenzuola del risveglio.
Un secondo dopo sono a vincere, con l'esperienza maturata in più di cento cinquant'anni, la ritrosia di mia moglie ad abbandonare la casa.
07:40, l'inferno. E mi trovo dal lato opposto della basilica a osservarlo dalla prospettiva dell'unica testimonianza rimasta in posizione verticale.
Il pianoforte della prozia Lucia, e la sua corda di sol grave.