martedì 27 dicembre 2016

La Grande Magia de "La Locandina" di Pagani.

La grande Magia di Eduardo De Filippo, commedia in 3 atti, per la regia di Alfonso Tortora.

Sono già stato qui, al Teatro La Locandina di Pagani. La prima volta, ho assistito alla messa in scena di Tre pecore viziose di Eduardo Scarpetta.
In quella occasione, sono bastate poche battute recitate con maestria dai funambolici interpreti, per fare degli spettatori l'ideale cassa di risonanza degli equivoci, degli infingimenti rappresentati sul palcoscenico. E la distanza, già strutturalmente esigua tra palco e platea, si è azzerata nell'idem sentire attori-pubblico che è la sola, inconfutabile attestazione di successo.
Buona la prima.
Stasera, però, mi sono accomodato nella poltrona armato della penna già intinta nell'inchiostro della stroncatura; come se non bastasse, poi, ho deposto ai lati della poltrona la faretra di lance acuminate pronte a infilzare la tracotanza, la hybris, della Compagnia.
"Voglio proprio vederli, 'sti saltimbanchi de La Locandina, destreggiarsi lungo l'infido margine realtà-finzione proprio de La grande Magia!"
Una sfida, insomma, da far tremare le vene ai polsi allo stesso Eduardo che, forse consapevole della complessità del tema sviscerato anche nell'Enrico IV di Pirandello, ha rappresentato la commedia solo poche volte.
La recita della vicenda che avrebbe dovuto incubare la mia stroncatura, si dipana lungo il perimetro degli occhi spiritati del prestigiatore Otto Marvuglia (un caleidoscopico Carmine De Pascale) che, "appattatosi" con Mariano D'Albino (Alessandro De Pascale, dizione "da libro stampato"), fa scomparire, in un luciferino gioco di magia, l'amante di quest'ultimo, la signora Marta Di Spelta (una suggestiva Teresa Barbara Oliva), esasperata dalla gelosia parossistica di suo marito, Calogero di Spelta (Tonino De Vivo...profondo!). Nel suo numero, il mago è aiutato dalla sgangherata compagna di vita e di palcoscenico, l'eccessiva Zaira (una sopraffina Valeria De Pascale).

La sparizione, come d'accordo, avrebbe dovuto durare non più di un quarto d'ora. Ma che succede se poi i due amanti, all'inizio solo vogliosi di uno scampolo d'intimità, decidono di tagliare la corda per quattro lunghissimi anni?
La magia si concretizza nella scatola consegnata dall'illusionista al marito abbandonato con la raccomandazione di aprirla solo se e solo quando avrà la fede "certa" dell'onestà della moglie. Unicamente a queste condizioni, quindi, la signora Di Spelta, nel più incredibile giuoco di prestidigitazione in cui mago si sia mai cimentato, potrà finalmente riapparire.
Ma, nelle more (termine giuridico che ben è familiare a Renato Giordano, anche lui "capace"parte in commedia) di questo intricato canovaccio, nel faticoso dosaggio tra il freno della realtà e l'acceleratore dell'impressione che solo può convincere il marito tradito della veridicità dell'assurdosi arriva, poi, allo spiazzante epilogo.
Per dirla con Demostenenulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero.
La grande Magia, giocando abilmente tra la vista "relativa" e il fantasmagorico terzo occhio, consuma le ultime battute del III Atto.
Sul palcoscenico stanno furoreggiando le intemperanze verbali del cameriere Gennarino (Peppe Di Maio, la maschera plautina della Compagnia), il siciliano ottuso del brigadiere di P.S. (uno scenografico Peppe Tufano); e ancora, le rivendicazioni della cinica cognata di Di Spelta (la deliziosa Rosaria Argentino) accompagnate dalle lacrime quarantennali della di lei suocera Matilde ("vera" Monica Civale). Infine, per ultimi ma non ultimi, ecco i commenti pettegoli della Signora Locascio (una frizzante Rosalba Canfora), della Signora Zampa ("stilosa" Letizia Vicidomini) e il sorriso complice di Gervasio Penna (al secolo, un rassicurante Lello Tortora).
Alla fine della rappresentazione, dopo il sipario ultimo dei saluti, l'inchiostro della mia bic si redime in questo articolo di apprezzamento; la mia faretra, invece, quasi fosse protagonista di una de Le metamorfosi di Ovidio, si muta in una cornucopia di convinti applausi.
La grande Magia portata in scena dalla Compagnia La Locandina di Pagani è artigianato puro in un mondo, quello del teatro, dove troppo spesso è la standardizzazione a farla da padrona.
Chapeau, ragazzi!

domenica 18 dicembre 2016

Dante è meglio di Harry Potter, credete a me.

Fidatevi, miei assidui venticinque lettori, Dante è meglio, ma molto meglio di Harry Potter.

Alla soglia dei quaranta, nel mezzo del cammin di mia vita (il giro di boa per Dante si fermava a trentacinque anni ma, si sa, la vita s'è allungata), m'è venuto lo sghiribizzo di rileggere l'Inferno.
Ebbene, dopo aver seguito il rumore del ruscello che ha condotto Dante e Virgilio fuori dalla selva oscura, nell'emisfero australeancora ammaliato dalla divin arte dell'Alighieri, non posso che riconoscere la supremazia di Dante sul maghetto Harry Potter.
Partiamo dalla constatazione che tutti i generi presenti nella saga della Rowling trovano piena cittadinanza anche nella Divina Commedia.
La magia? E come non rivelarla, ad esempio, nella selva dei suicidi? Qui, in un bosco orrido e strano, pieno di arbusti contorti e spinosi Dante, su invito di Virgilio, spezza una fraschetta.
Perchè mi schiante? Perchè mi scerpi? 
E' il grido di dolore frammisto al sangue che fuoriesce da Pier della Vigna, insigne ministro di Federico II tramutato, al pari degli altri suicidi, in pianta di basso fusto.
L'avventura? E come può definirsi, se non anche avventuroso, il viaggio di Ulisse al di là di dov'Ercule segnò li sui riguardi acciò  che l'uom più oltre non si metta?
Il mitologico? Puah, a bizzeffe! Il gigante Anteo, alto sessanta braccia, invincibile perché la madre Terra gli dà nuove forze non appena tocca terra che, lusingato dalle parole di Virgilio, depone lui e Dante sul fondo ghiacciato del nono cerchio; e ancora il gran veglio che a Creta, dentro il monte Ida, sta ritto con le spalle volte all'oriente e il viso verso Roma. Ha la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro; quello destro sul quale si appoggia, invece, è di terracotta. Ebbene tutte le parti del Veglio di Creta, ad eccezion del capo, sono solcate da fessure: attraverso di esse gocciolano le lacrime che scendono nell'Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, i quattro fiumi infernali.
Il pathos? C'è tutto, ex multis, nell'apparizione di Cavalcante De' Cavalcanti che, sorgendo dall'arca e vedendo Dante, gli chiede come mai, essendo egli qui per altezza d'ingegno, non sia accompagnato da suo figlio. Il sommo poeta, allora, risponde che l'assenza è probabilmente da imputare al fatto che Guido ebbe a disdegno la teologia.
Come? dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?
L'attimo d'esitazione di Dante male interpretato da Cavalcante, fa sì che l'afflitto padre supin ricadde e più non parve fora.
L'amore? Scontato è il rimando, primo fra molti, all'abusato amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona di Francesca da Rimini.
E lo humor ne l'Inferno di Dante? Certo che è presente. A questo proposito, si deve uscire dall'errore (molte volte alimentato da una cattiva vulgata proprio della scuola) di un Dante arcigno, a tal punto coerente e intransigente da non abbandonarsi mai, né in vita né nelle opere, al sorriso o all'ironia. Nulla di tutto questo. A chiusura del canto XXI, infatti, il ed elli avea del cul fatto trombetta di Barbariccia, sconcio quanto emblematico segnale sonoro agli altri compagni, certifica la presa in giro degli strampalati diavoli a danno proprio di Dante e Virgilio.
Per quanto riguarda la divinazione, il profetico-allegorico, poi? Valga, per tutti, il veltro evocato da Virgilio come unico "animale" in grado di far morir con doglia la lupa della cupidigia, la cui sua nazion sarà tra feltro e feltro
Orbene, il feltro è un panno modesto che può far pensare a umili origini del salvatore, ma anche alla provenienza da un ordine religioso. Il feltro, però, può rimandare pure al concetto di elezioni democratiche: di feltro, infatti, erano foderate le urne in cui si deponevano i voti per l'elezione dei magistrati. Qualcuno, infine, volle vedervi addirittura una designazione geografica: Feltro, starebbe per Feltre, località in cui il redentore sarebbe dovuto nascere.
La paura? E come non provarla al cospetto del gigantesco Lucifero conficcato nel ghiaccio della Giudecca da cui esce da mezzo il petto? Una sola, immensa testa dotata di tre facce di colore diverso, sotto ognuna delle quali sono allocate due smisurate ali di pipistrello: è dal movimento di queste che scaturisce il vento che ghiaccia Cocito.
Ma vi è di più. Dai sei occhi fuoriescono lacrime che si mescolano alla bava sanguinosa delle tre bocche in cui vengono maciullati in eterno tre peccatoriGiuda, che viene anche sgraffignato, dalla parte della testa; Bruto e Cassio, invece, inghiottiti dalle gambe.
In conclusione, tutti gli ingredienti dell'occhialuto Harry Potter sono presenti nell'Inferno del sommo poeta, con un'ovvia chiosa: il lettore che riuscirà a rimanere nella scia del e quindi uscimmo a riveder le stelle di Dante, verrà catapultato in un firmamento di cultura e sapienza che nessun Avada Kedavra potrà mai annientare o depotenziare.


sabato 10 dicembre 2016

Puttana, Salerno (storia di una perdizione)!


C'era una volta la fatina Salerno, pulzella vereconda e pudica, che venne in sposa a un contadinello.

Salerno, come kimberlite che ha in nuce il diamante, era di una bellezza ascosa che appariva solo agli occhi innamorati del suo uomo.
Attraverso il mare e fin sulle colline irrorate dal sole, venne il male che si portò via l'amore di una vita.
Ma Salerno aveva una nidiata di figli. Salerno aveva il dovere di andare avanti.
Inchiavardato il cuore nelle segrete della malinconia, l'incantevole Salerno si perse nella città.
E via le gonne slabbrate. Alla malora l'incarnato di un viso troppo naturale per lo smog del centro.
Nel breve volgere di qualche luna, Salerno s'intonò con la modernità.
A un caffè sulla litoranea, incontrò un uomo.
Anche questo giovin signore odorava di fieno. Pure cotal cavaliere riluceva di filari stesi al sole.
Salerno, allora, ripescò il suo cuore dagli abissi della malinconia, e lo disserrò.
E vennero lustri magnifici. Salerno, ormai diamante raffinato, divenne incantevole. Tutti venivano a guardarla.
Eppure, eppure.
Qualcuno obiettò: <Ma Napoli, è sempre Napoli!>
L'ambizioso compagno, allora, volle conoscere questa giovane maga, Napoli per l'appunto, che osava mettersi a paragone con la sua Salerno.
Bella, era bella. Ma quant'era malandrina, disordinata e arruffona!
Eppure, eppure.
Dopo la conoscenza della conturbante Napoli, il moroso sembrava non essere più lo stesso.
Salerno era una fatina, stupenda per la sua natura. Napoli, un'ammaliatrice di diversa fattura e complessione.
Più e più volte l'insano compagno chiese a Salerno di tradire la sua essenza.
Ad un certo punto, la sventurata rispose.
Cominciò a riempirsi di lustrini, di paillettes sempre più scoscese sulle zeppe chilometriche.
Iniziò a frequentare ancora più persone che potessero apprezzare la sua bellezza.
Fece la spola tra visagisti all'ultimo grido e tra chirurghi dall'anima plastica.
La Salerno dolce di un tempo, trascurò del tutto i suoi figli.
Capiva che avrebbe dovuto abbandonare quell'uomo che la stava svendendo nei lupanari del potere.
Ciononostante, come soggiogata da quel fine dicitore, non riusciva a distaccarsene.
Eppure, eppure.
Proprio adesso, in questo periodo che si approssima al natale, dove ormai i ninnoli luccicanti hanno strozzato l'anima della perduta Salerno, vorrebbe non aver mai disserrato quel cuore abbandonato alla malinconia.
Tra le ferite di un corpo disfatto dall'abuso, quella piccola Salerno che fu, pensa ancora al suo contadinello sperso nella dimensione del sogno.
E una lacrima, che sa di disperazione e di ribellione, scende giù dalle rigide gote.
Il tempo di un blitz.
Un'altra vagonata di clienti s'approssima alla stanza.
Salerno è qui, carne esausta, da imbrattare con l'ultima voglia.
<Puttana, Salerno!>