giovedì 14 luglio 2016

Tra gli ulivi, una lamiera nel cervello.

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Sono le 10,58 di martedì 12 luglio 2016, e passeggio tra gli ulivi.
Mi hanno sempre affascinato questi tronchi centenari che, nella loro nodosità, sembrano piangere tutte le storture del mondo.
Ci vengo spesso, qui. D'altra parte, la mia terra è a un tiro di schioppo dal filare di ulivi che accompagnano, rassicuranti, i viaggiatori lungo la tratta Andria-Corato.
Il campo incanutito dall'afa già alle undici di mattina. Un solo binario che sferraglia al sole di un'estate come le altre.
Certo, rispetto ad appena ieri, c'è di insolito questo frinire di cicale, da una decina di minuti troppo sguaiato perfino per i 33°C di oggi.
Che il buon Dio voglia affidare al loro verso l'ingrato compito di preannunziare la fine del mondo?
Sto qui, tra gli ulivi, gli unici esseri viventi che non sento ostili. Le sole anime del creato, cioè, che sono del tutto indifferenti ai miei fallimenti esistenziali.
Un figlio sempre rimandato e poi non venuto. Una lavoro lontano dalla mia Puglia portato a sperdersi sul binario morto dell'esubero. E poi, lei, i cui capelli d'oro di trent'anni fa hanno impiccato per sempre la mia gioventù.
Sono le undici esatte. Gli ulivi sembrano, per un momento, ribellarsi al chiacchiericcio isterico delle cicale. Le loro fronde paiono covare un rimprovero capace di attenuare il lamento degli insetti.
Le 11, 03. Percorro gli ultimi metri prima di tagliare definitivamente per il mio campo. Mi è sempre piaciuto il barrito sordo che preannuncia l'arrivo del treno.
Guardo l'orologio. Sono le 11 e 05. Mi devo voltare indietro per vedere la scheggia di lamiera che, tra poco, assumerà consistenza di treno. Troppo stridulo, infatti, è ancora il frinire delle cicale per avvertire il respiro asmatico della locomotiva senza girarsi a guardarne i tratti anticipatori.
Rassicurato ormai dal passaggio imminente del treno che risucchia nella normalità pure il grido disperato delle cicale, svolto in direzione della mia terra.
11, 07. Appoggio una mano sull'ultimo tronco di ulivo.
Un urlo giallo di afa. Un tuono rovente di morte.
Con qualche grumo di cervello ancora non dilaniato dalla lamiera, sorrido all'ultima, sorridente scheggia di ulivo.
Sono Giuseppe. Ho 51 anni. Muoio per caso; come per caso, d'altra parte, si nasce.