sabato 25 agosto 2018

A Capitignano, lo scrigno della Biblioteca “J. Frusciante”

In questo giorno appiccicoso di caucciù, di quelli a cui cerchi di scampare con il refrigerio della collina, sono venuto qui, a Capitignano.
È appena passato ferragosto. In attesa di riprendere il lavoro mai del tutto abbandonato, vago di ombra in ombra lungo la suggestiva piazza Giovanni Paolo II.
Mentre il retrogusto del caffè sorseggiato al bar “Nuovo Millennio” interroga l’amigdala sull’ultima volta in cui sono venuto a Capitignano, da un malchiuso portone, eccola la scritta tentatrice più delle settantadue vergini  del Corano: Biblioteca Comunale “Jack Frusciante.”
Mi affaccio sulla soglia. Al vedere tutti questi libri che se ne stanno impettiti, tronfi della loro indispensabilità, negli scaffali che tappezzano la sala, ho un attimo di esitazione.
Così, per evitare di sborsare le cinquanta lire al gelataio di Totò sceicco che poi si rivelerà un fottuto miraggio, mi do un generoso pizzicotto sul braccio.
Pericolo scampato: nonostante la controra e gli strascichi del chiuso per ferie, la biblioteca è proprio aperta e operativa.
Mi accoglie un sorriso incastonato in una faccia ispirata, di quelle che ha conosciuto il fuoco della passione.
Eccolo qui, il Sig. Giuseppe Melchiorre, gestore di questa biblioteca comunale “che vanta più di cinquemila titoli.”
“Badate bene, questi libri non sono stati sempre qui.” – ci tiene a precisare con cipiglio storico il Sig. Melchiorre – “Prima erano conservati in un sottoscala della sede comunale. Poi, negli anni 2014 e 2015, finalmente il trasferimento qui, in questa sala adiacente al circolo ricreativo.”
Grato alla lungimirante amministrazione comunale dell’epoca per aver salvato questo patrimonio dalla rodente critica dei topi, mi perdo a dare un’occhiata ai dorsi dei volumi ospitati nella biblioteca.
Narrativa, Letteratura Classica, Gialli, Thriller, Storia, Storia locale, Saggi…
“E questa biblioteca è in continua crescita.” – avverte con la stessa soddisfazione di quando, lui teatrante de I Senza Creanza, deve ragguagliare l’interlocutore sulle decine di personaggi messi in scena – “Oltre alle tante donazioni di libri dai privati, puntualmente il Comune di Capitignano, dietro mia segnalazione che cerca di intercettare i gusti dei lettori, provvede ad acquistare nuovi volumi.”
Sto per fargli la domanda dalle cento pistole, quella che se risposta in un certo modo, potrebbe sterilizzare del tutto questa promessa di riscatto per Capitignano e per i paesi vicini. Quando si parla di libri e cultura, infatti, il rischio di una vetrina messa lì solo per lavare la coscienza di qualche amministratore locale, è sempre dietro l’angolo.
Il perspicace Giuseppe interpreta correttamente il su e giù timoroso del mio pomo d’adamo.
“Dalle otto alle venti in cui è aperta questa biblioteca,” – mi guarda con l’occhio rassicurante – “le persone vengono. Certo,” – una leggera patina subito scacciata via gli vela lo sguardo – “non quante ce ne sarebbe bisogno per far andar meglio questo mondo impazzito, ma i lettori qui, alla biblioteca “Jack Frusciante”, non mancano mai. E poi la soddisfazione più grande, è che il maggior numero dei fruitori di questa biblioteca, è rappresentato dai ragazzi dai quindici ai venti anni.”
L’incontro è finito. Dopo essermi attardato a dare un’ultima occhiata alla sala: “Aspettate un momento, avvocato ” – rimpingua così il mio ritardo che m’imporrebbe già di tornare a Salerno, Giuseppe.
Dopo un minuto, eccolo riapparire come un folletto partorito dalle pagine di un libro.
Con la stessa sacralità con cui, nella notte dei tempi, il magio Melchiorre offriva il pomo contenente  l’oro per il Bambin Gesù, il nostro Melchiorre mi porge un libro, questa volta quello che lui sta leggendo.
“Non si può fare il gestore di una biblioteca senza amare i libri. La passione, innanzitutto la passione, avvocato.”

lunedì 6 agosto 2018

"I Pitard" di G. Simenon


Prendete un vecchio lupo di mare, il capitano Emile Lannec. Mettetelo nella condizione, dopo tanti viaggi e traversate a servizio di altri, di avere finalmente una nave sua.
Certo, ci sarebbe il particolare che la firma di garanzia per la restante somma necessaria all'acquisto, sia proprio quella della vecchia suocera, la signora Pitard, ma...l'essenziale è avercelo, un legno proprio, che ti possa far solcare i mari, non vi pare?
E allora via, barra a dritta, e il Tonnerre de Dieu...come? Ebbene sì, la nave si chiama proprio così, come la bestemmia preferita (Tonnerre de Dieu, per l'appunto) del capitano.
Se vi meravigliate del suo ardire è perchè non conoscete la burbera spontaneità di Emile Lannec.
Ma non meniamo il can per l'aia.
Mathilde Pitard, sua moglie, viene ben presto a scompaginare l'equilibrio sulla Tonnerre de Dieu. Non riesce ad accettare i modi spartani, le abitudini "alla buona" che governano fin dal romanzesco quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho, e una bottiglia di rum per conforto, la vita di ciurma.
Ma si sa, lei è una Pitard. Nonostante tutto, lei resta una Pitard. E sì perchè c'è proprio un modo di essere nel mondo, di mettere insieme ore e giorni, che è tipico della schiatta Pitard: la forma, l'etichetta, l'interesse.
Eppure Emile Lannec è felice come un bambino per la sua nuova nave. E continua a esserlo anche in seguito al ritrovamento di un biglietto: Non è il caso di fare il furbo. Uno che sa quello che si dice, t'annuncia che il "Tonnerre de Dieu" non arriverà a buon porto. Questa persona ha l'onore di salutarti insieme con la signora Mathilde.
"Un burlone!" - commenta, noncurante dell'avvertimento, Emilie Lannec.
Sta si fatto che dopo quel messaggio anonimo, le cose, a bordo, iniziano a peggiorare.
Oltre all'insolita, iniziale decisione della moglie di restare sul Tonnerre de Dieu (ma Lannec confida nelle asperità della vita marinaresca per farle cambiare ben presto idea), Mathilde impone che il pranzo venga servito dapprima a lei e a suo marito, e poi a tutto l'equipaggio, rompendo quella tradizione cameratesca che vuole che il capitano pranzi con tutto l'equipaggio.
"Ma si sa," - osserva, ancora una volta rassegnato, Lannec - "Mathilde è una Pitard!"
Quando però, in seguito a una sfuriata, la moglie confessa a Lannec che non ha sposato Marcel il violinista solo perchè la madre si è opposta, e che, ciononostante, ha tradito il marito proprio con Marcel, Emile Lannec non è disposto più a fare spallucce.
Uno schiaffo del capitano confina la moglie, orgogliosa e altezzosa come solo una Pitard sa esserlo, all'interno della cabina.
I giorni passano e finalmente eccolo, l'approdo ad Amburgo in grado, secondo Lannec, di far finalmente scendere dal Tonnerre de Dieu la moglie ("che vada pure a congiungersi con quel violinista da strapazzo!") e di classificare indiscutibilmente quel biglietto come uno scherzo di pessimo gusto: ormai, infatti, la nave è "giunta a buon porto."
Sceso dall'imbarcazione, Emile Lannec accetta la proposta di prendere a bordo del Tonnerre de Dieu un ingente carico di materiale ferroviario da trasportare fino in Islanda in tempi brevissimi.
Non potrebbe anche questo essere un pretesto per non pensare più a quella maledetta Pitard?
In procinto di intraprendere questa disperata avventura, scopre che la moglie è ancora sulla nave.
Perchè?
Mentre raccoglie la segnalazione della Françoise che è in balia di una tempesta di mare e di pioggia, quando è ormai convinto, proprio al vedere la faccia dei marinai che vengono falcidiati dalle onde, che non raggiungerà più in tempo Reykjavík, capisce ogni cosa.
Tutt'intorno è un inferno di lamiere, di uomini inghiottiti con l'illusione di una gomena che si perde nel fondo degli abissi, di bottiglie di Calvados scolate solo per ubriacare la consapevolezza di trovarsi ai titoli di coda.
Alla fine di tutto, quando la morte ha messo in cascina una buona scorta di poveri diavoli, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che il rozzo Lannec si fosse, adesso sì, innamorato perdutamente di sua moglie.
Nonostante fosse una Pitard.