giovedì 27 settembre 2018

L'indifferenziato scostumato

Con la prontezza con cui il buongustaio assocerebbe il giovedì agli gnocchi, noi, ricicloni convinti, non avremmo alcuna esitazione a far seguire al lunedì l’indifferenziato della raccolta.

E sì perché noi, incuranti dell’accusa di fanatismo, troviamo normale separare la carta della busta da fattura dal suo occhiello di plastica; così come, con lo “stomaco” del tirocinante alla prima autopsia, non abbiamo remore ad affondare le dita nelle interiora delle alici confinate nell’organico per agguantare lo scontrino e gettarlo nel secchio dell’indifferenziato; alla stessa maniera, infine, del self control di cui diamo prova al cospetto del malefico tubo delle Pringles, certi che il coperchio e la base del tubo vanno nel contenitore di plastica, acciaio e alluminio mentre il cilindro, quello sì, è da gettare nel raccoglitore della carta.

Ebbene, noi sacri officianti della raccolta differenziata, prostrati al cospetto della sua magnificenza, non possiamo non notare una falla nel sistema, soprattutto con riguardo al conferimento dell’indifferenziato.

Vengo e mi spiego. La percentuale della raccolta differenziata a Salerno si aggira, stando agli ultimi dati di cui sono venuto in possesso, attorno al 61%. E qui la grancassa dell’amministrazione comunale, al ricordare questo lusinghiero risultato, suona a tutto spiano. Senza parlare della stampa compiacente che, un giorno sì e l’altro pure, incensa la virtuosa Hippocratica civitas in tema di monnezza.

Tutto bello, tutto degno di lode, se non fosse per una constatazione.

Piccola premessa a scanso di fraintendimenti: il ragionamento che sto per fare è di tipo meramente induttivo. Quindi, rispetto al “lo so. Ma non ne ho le prove” dell’inarrivabile Pasolini, io, nel mio piccolo, un indizio che faccia da architrave alla mia speculazione, ce l’ho. Ed è proprio questo relativo alla raccolta dell’indifferenziato del lunedì.

Cosa bisognerebbe far confluire nel sacchetto dell’indifferenziato? Semplice, tutti quei materiali che, per l’appunto, non possono essere differenziati.  Nello specifico, come recita il calendario di conferimento del Comune di Salerno, “posate di plastica, stracci, lampadine a incandescenza, carta carbone, cocci di ceramica, porcellana, terracotta, spazzolini, calze di nylon, lamette usa e getta.” Bene. Finita la lettura dell’elenco, una persona di media intelligenza capisce subito una cosa: il sacchetto dell’indifferenziato avrà una capienza ben misera rispetto, mettiamo, a quello dell’organico o all’altro contenente plastica, acciaio e alluminio.

Invece, proprio nella giornata di lunedì, troviamo dei sacchetti pantagruelici che sfidano la forza di gravità dei ganci alle ringhiere.

Ma vi è di più. Provate a farvi un giro, le sere del lunedì salernitano, davanti ai sacchetti dell’indifferenziato e guardateci dentro. Nossignore, non vi sto chiedendo di fare come De Crescenzo e sodali vari quando, ne “Il mistero di Bellavista”, rovistano nei sacchetti della spazzatura dei condomini. È sufficiente, allo scopo, buttare un occhio distratto a ciò che contengono ‘sti sacchetti. Ebbene, esperienza insegna che nella maggior parte dei casi, ci troverete proprio quegli stessi materiali (plastica, carta, etc.) per i quali è previsto un conferimento in giorni ad hoc (mercoledì per la plastica, giovedì per la carta, etc.).

Come si spiega il busillis? Semplice, con il fatto che molti salernitani sono convinti che l’indifferenziato abbracci anche tutti quei rifiuti, in gran parte riciclabili, che negli altri giorni della settimana, vuoi per dimenticanza, vuoi per comodità, non si è provveduto a raccogliere. Con l’ovvia conseguenza, quindi, che i sacchetti dell’indifferenziato sono fuorilegge sia per quanto riguarda la quantità dei rifiuti che contengono sia per ciò che attiene alla qualità. Insomma, il lunedì sera, si conferisce troppo e male.

Senza contare il fatto che la probabilità del tuo sacchetto fuorilegge di venire raccolto, spesso, dipende anche dall’operatore ecologico che copre la tua zona: se è scrupoloso, magari lascia lì il sacchetto improprio, sperando in un tuo futuro ravvedimento ecologico; se invece la fretta, la superficialità o a volte, purtroppo, la conoscenza diretta della famiglia incivile, gli impone di passare oltre, prende il sacchetto “sbagliato” e va via.

Per concludere, il mio timore è che la battaglia di civiltà della raccolta differenziata, sia sfuggita un po’ troppo di mano all’amministrazione comunale, attenta più al dato statistico che alla veridicità dello stesso. E quando penso al culto della percentuale a prescindere dalla sua corrispondenza al vero, non posso non riandare con la mente agli sparuti marinai borbonici che avevano avuto l’ordine di spostarsi ininterrottamente da poppa a prua e da prua a poppa (c.d.“fare ammuina”), solo per dare l’impressione di essere in tanti.

Sappiamo com’è andata a finire.

 

venerdì 14 settembre 2018

Il Nostro Prof Vincenzo Buonocore

Correva l’anno 1998. Superati gli esami più attinenti ai miei “studi classici ardenti” che alla professione di avvocato, mi accingevo a sostenere diritto privato.

Istituzioni di diritto privato!” -  mi avrebbe folgorato, per omnia saecula saeculorum, il Nostro.

Lungo i corridoi della facoltà di giurisprudenza, l’implume studente che ancora doveva passare sotto le forche caudine dell’esame di istituzioni di  diritto privato A/L, vivacchiava accartocciato nella paura ancestrale della collera del Nostro. Per chi, invece, avesse superato la tremenda prova, il futuro radioso di una vita professionale gli si schiudeva come bocciolo al primo raggio di sole.

“Diritto privato mezzo avvocato!” Ecco, per l’appunto: poiché dovevo pur legittimare la borsa di pelle regalatami dal nonno ancor prima dell’immatricolazione all’università, occorreva sostenerlo, ‘sto benedetto esame. E per farlo, era necessario seguire il corso, nonostante quello che si diceva del Nostro con il parlottare a mezza voce dei cospiratori. Cosa? Beh, tipo che dopo aver rivisto a distanza di dieci anni un suo studente, il Nostro gli avesse consigliato di farsi controllare quel neo sotto il lobo sinistro perché dieci anni prima aveva i contorni meno irregolari; che al terrorista infiltratosi tra i suoi corsisti con l’intento di far deflagrare l’intera università, bastò assistere a una sua lezione, per deporre sulla cattedra bomba ed estremismi vari e votarsi finalmente a una vita ascetica; e infine, che avendo il Nostro imposto il silenzio a un’aula insolitamente chiassosa, finanche le pagine del Trabucchi, col timore che qualcuno le leggesse e facesse così, suo malgrado, rumore, avessero intimato lo sfratto ai caratteri di stampa.

Primo giorno di corso nella leggendaria aula nr. 2.

Il Nostro entra alle nove in punto, facendo già intendere come la pensava in fatto di puntualità.

Il suo passo è malcerto. Si aggrappa alla cattedra. La tocca da un’estremità all’altra, quasi a prenderne le misure. Ricorda vagamente il comandante di una nave che, prima di salpare, ne percorre in solitudine il perimetro per saggiarne la forza e l’affidabilità.

Inizia il viaggio tra domande “pilastro”, che lo studente non può non sapere, e tra quelle “pilastrone”, alla cui mancata o errata risposta, non c’è appello che tenga: lo statino si autodistrugge per indegnità. Ma soprattutto, comincia il viaggio lungo sei mesi di una navigazione in mare aperto, perigliosa e affascinante insieme, sulla rotta di un eclettismo capace di far impallidire il buon Cicerone: si parte dal diritto per arrivare alla geografia astronomica, dopo una puntatina alla filosofia e alla letteratura (è il Nostro che mi parla per la prima volta di Andrea Camilleri e del suo Montalbano), per poi ritornare nuovamente nei lidi confortevoli del diritto.

In uno di questi voli pindarici, la domanda che impone di uscire allo scoperto: “Antipiretico…sì, ma chi conosce l’etimologia di questo termine?”

Pausa di quattro quarti.

Con l’incoscienza dei miei vent’anni, alzo il dito: “Dal greco, letteralmente contro il fuoco, quindi contro l’infiammazione.”

L’occhio del Nostro diventa rapace.

Dopo aver chiesto e ottenuto il mio cognome: “Cerchi di non cambiare troppo look e posto nell’aula per la durata del corso.” – si raccomanda: la sua portentosa memoria, infatti, dovrà avvalersi di un minimo di collaborazione da parte di ognuno di noi per consentirgli una valutazione quanto più giusta possibile.

Eccolo, in definitiva, il mio piccolo ricordo del Prof. Vincenzo Buonocore, al netto delle esagerazioni iniziali e di qualche forzatura di cui mi scuso in anticipo; di un uomo, cioè, con una cultura invidiabile e con un’umanità a tratti spigolosa, ma pur sempre profonda e vivida.

Caro Prof, dalla distanza siderale che intercorre tra le nostre dimensioni e da una diversa sensibilità politica, La prego di credermi: se anche fossi stato bocciato per aver toppato una delle Sue proverbiali domande pilastrone, ebbene, mai bocciatura sarebbe stata meglio incassata.

Grazie.