martedì 21 maggio 2013

Avvistamenti.

Mi sporgo giusto quel tanto che basta per scorgerne un altro. Da stamattina, è il terzo che vedo. Uno, mi è stato a latere per la durata del rosso di un semaforo appena scattato. Era a bordo di una potente macchina. I nostri sguardi si sono incrociati per un paio di secondi: il tempo sufficiente per consentirmi di riconoscerlo.
Il secondo avvistamento, invece, mi è capitato di farlo in tribunale. Era uno dei testimoni che il difensore di controparte aveva citato. Mi è bastato guardarlo mentre recitava la dinamica dell'incidente mandato a memoria per capire. "Eccone un altro!" mi sono detto.
L'ultimo della serie mattutina, è lui. Passeggia con la moglie e la figlioletta di un paio d'anni. 
In un primo momento sono stato io a doverlo cercare. Ora, quasi attratto dalla iattura della sorte comune ("ma poi, - mi vien fatto di chiedermi sempre - davvero loro possono riconoscere me come io loro? O non si tratta, piuttosto, di una fisima solo ed esclusivamente personale?"), lo vedo dirigersi decisamente verso di me. Mi guarda e passa oltre, allietato dai capricci dell'amata bambina.
Eppure non ne siamo tanti. Chi siamo? Uomini e donne. Basta. Non c'è alcuna condizione sociale nè caratteristica fisica; così come non vale ad irregimentarci nessun dato anagrafico.
Semplice. Basta fermarsi e apparire indifferente. Al momento opportuno, poi, alzare lo sguardo verso i passanti. Guardarli fissi negli occhi. Quando si riceverà, nel momento in cui le traiettorie dovessero aver la fortuna di incrociarsi, una piccola scossa, allora si sarà al cospetto di uno in più. Di un'altra persona, cioè, che pur (magari) pienamente inserito in questa società, ha ancora negli occhi un barlume rivoluzionario che gli impone di dissociarsi dalle nostre dinamiche; di credere, cioè, che un'altro mondo sia davvero possibile. Anche se poi, quasi sicuramente, smorzerà il suo anelito di cambiamento facendo finta di farsi bastare il SUV, l'essere utile per l'amico, il calore della famiglia.