lunedì 4 novembre 2013

"Sole a catinelle" e qualcosa "della Che Guevara".

Metti una domenica pomeriggio qualunque. Vai a prendere la ragazza. Cincischi un attimo per prefigurarti un approdo diverso.
Niente gelato, che il tempo non gli si addice.
Niente pizza, che per digerire il pasto con la nonna ti ci vorrebbe un caterpillar a manetta giù per lo stomaco. 
Niente approcci acrobatici lungo le pareti scoscese del ribaltabile, che "l'ovulo lo sento scendere proprio adesso, ohì!".
Guardi con lo sguardo distratto la tua metà e butti lì un cinemino.
La proposta viene vagliata e stancamente approvata.
Qualche dubbio sulla sincerità delle reazioni mostrate viene: a te, quando lei ti raggiunge all'ultimo minuto lamentandosi che non "c'è un posto per parcheggiare nemmeno a pagarlo oro" nonostante insieme ne abbiate visto almeno una decina liberi appena un minuto fa; a lei, quando non si capacita come, malgrado la fila chilometrica solo per "Sole a catinelle", tu gli comunichi con l'ufficialità tipica dell'accertamento fiscale che "c'erano solo i biglietti per questo film".
Comunque stiano veramente le cose, la parte, entrambi, la recitate alla perfezione.
Con il cipiglio infastidito di chi si "involgarisce" solo perchè costretto, ti metti in fila.
Riandando, con manifesta nostalgia, lungo le vette amene del cinema pasoliniano, ti accingi ad entrare.
In segno di plastica protesta, ti castighi nella posizione più defilata per evitare di compromettere il tuo intellettualismo di solide radici.
Inizia il film.
Il curioso lavoratore d'albergo, affascinato dal mito tutto berlusconiano della partita iva, decide di licenziarsi e di mettersi in proprio. Inizia il galoppo lungo le praterie sconfinate degli acari dell'arricchimento che lui cattura con le poderose scope elettriche da appioppare alla sterminata famiglia.
La moglie rischia il licenziamento ma lui ingrana a tal punto da diventare il venditore dell'anno.
Inebriato dal successo, si scapicolla lungo i dirupi dell'acquisto a rate, delle cambiali, degli assegni postdatati, fino a incasellarsi alla perfezione nella sagoma famelica dello "shopping-man".
Ma i guai non tardano a venire. Ogni membro della famiglia, ormai, ha acquistato la scopa. Lo stesso oggetto che ha benedetto l'ingresso trionfante di Zalone nel mondo dei pagherò, subisce l'onta del superamento tecnologico. Se poi a tutto questo aggiungi un figlio che prende tutti dieci in pagella per meritarsi il fantasmagorigo viaggio promessogli dal papà solo a questa condizione, ebbene, non c'è altro da fare: portare il dotato pargoletto in Molise, vuoi per tentare almeno di mantenere uno scheletro di promessa, vuoi allo scopo di incontare gli ultimi parenti rimasti a cui poter vendere la scopa elettrica.
Da qui in poi, un caleidoscopio di battute intelligenti, irriverenti, recitate con l'italiano sgrammaticato del nostro tempo ma, insieme, con la causticità di un profondo lavoro di scavo nei gangli di questo perduto Paese.
Tra perle di saggezza ("Ricordati, a papà, che se hai un debito piccolo con le banche, ti tartassano. Se ne hai uno grosso, le banche ti apprezzano"), paure inveterate (al figlio che gli prospetta una possibile omossessualità:"Meno male - sbotta sollevato il Checco nazionale -pensavo che eri comunista!"), e messaggi contro l'anoressia e l'eutana"zia", c'è pure il tempo per un ravvedimento esistenziale necessario alla riconquista dell'amore.
Alla fine del film, tu e la tua ragazza siete veramente contenti  per  l'operazione di forzata convergenza (portata a termine in solitaria, inconsapevolmente l'uno dall'altra) degli eventi verso quel felice, inconfessabile esito: andare a vedere l'ultimo film di Checco Zalone.
Vi accingete ad abbandonare la sala con l'unica preghiera di non incontrare mai qualcuno che come il protagonista possa chiedere alla commessa fuori campo:"scusa, hai solo queste della Che Guevara?" Il tempo di pensarci che un Suv si pianta  lungo lo scivolo per i portatori di handicap.