giovedì 23 febbraio 2017

Una lingua si aggira per le strade dell'Occidente.

Slurp, gnam, yum, crunch, slap, chomp. È la lingua, signori

Beninteso, per essa si vuole qui alludere a ogni singolo muscolo, organo o affine comunque utilizzato per mangiare, sorbire, gustare, succhiare, sgranocchiare, etc..
La lingua: il vero e, a questo punto, unico fantasma rimasto ad aggirarsi per le strade dell'Occidente.
Come dite? Esagero? Alzate lo sguardo dal display, allora, e guardatevi attorno: in qualsiasi crocicchio di strade, a ogni angolo di semaforo, a cavallo di tutte le parallele di marciapiedi, s'invoca, si blandisce, si adesca solo lei, nostra sorella Lingua.
Poco importa che tu sia ricco o povero, magro o grasso, erudito o zoticone. Tutto quello che conta, è quanto la tua lingua sia capace di farsi ingolosire da bizzeffe di ristoranti finto vintagedai mille fast food salmodianti maionese e ketchup, dall'ennesimo bar esotic-trash che rimanda a trasognanti atmosfere cafonal-chic.
La lingua, mesdames et messieurs, l'unico organo dotato di memoria elefantiaca. Chiedi a qualsivoglia, rapsodico omuncolo cavalcante smog e polveri sottili, dove deve andare sferzato da così tanta fretta e cosa debba fare con la boccuccia perennemente atteggiata a "culo di gaddrina".
Ti parlerà di stress che tutto obnubila, di mete che non si ricordano, di affari che annegano nell'ultimo fondo di caffè.
Ebbene, miei cari amici, l'unica cosa di cui, la personcina trafelata di cui sopra, non si scorderà mai, la sola ossessione che si pianterà come un chiodo al centro della sua memoria, sarà quello che ha mangiato stamattina.
La lingua, cioè, che una volta evocata, ammantata da succulenti papille gustative riandrà, lucida di un nitore adamantino, al caffè di cinque minuti fa, alla nutella di stamane, alla pasta e fagioli (riposata, ça va sans dire) innaffiata dal vino simil biologico, di ieri sera.
E giù giù, in un sabba infernale di sapori e odori, libagioni e indigestioni, fino alla notte dei tempi quando, dopo la prima guerra tra Homoincazzosus e OminculusKazzimmoso, sorse la primigenia paura di restare senza cibo.
Ebbene, stiamo fermi ancora lì. Inghiottiamo calorie mentre guardiamo carboidrati in televisione, bestemmiando anatemi innervati dall'aroma di caffè per la pagella scarsa del figlio all'Alberghiero.
Una siderale, pantagruelica lingua, che fagocita ogni differenza architettonica (un angolo di Salerno, con i suoi tabernacoli di dolci e salati, è praticamente uguale a uno di Londra), qualsiasi tipicità locale (la sfogliatelle di Shangai guardano di sottecchi 'a sfugliatella 'e Napule).
Ma come il Pelide Achille ha il suo tallone, come l'ossigenato Trump ha il suo vocabolario, così pure l'insaziabile lingua ha il suo punctum dolens: la piazza assolata del paese, arroccato sulle pendici del compassato buonsenso, dove gli unici addensanti della crema sono le uova covate a prati freschi e ruzzolate brinose.
Poco male. Ogni regola ha la sua eccezione.
La lingua guarda con noncuranza il paesello bucolico, e si attorciglia famelica intorno all'ennesimo MangiaeBevi "che si apre madreperlato come ostrica, dove le perle siamo noi, da lisciare, (s)fregare per bene fino a consumarci."

venerdì 17 febbraio 2017

Aristide il Giusto e la pancia degli elettori.


Nel 482 a.C., in una primavera appiccicosa di caucciù (gli antichi Greci a copiare Paolo Conte o viceversa?), bello e buono, decisero di ostracizzare Aristide. Ora, la pratica dell'ostracismo, era una cosa simpatica assai: in buona sostanza, chiunque riteneva che un cittadino ateniese potesse danneggiare la polis (fuor di metafora, lo 'nfamone-invidioso di turno), non doveva fare altro che recarsi in piazza e scrivere il nome del nemico su una pietra di ceramica (ostracon). Non appena l'attenzionato raggiungeva le  6000 preferenze (il voto da casa non valeva!), doveva salutare parenti e amici e darsi alla macchia. Insomma, il segnalato, veniva mandato in esilio per un periodo da cinque a dieci anni.
Paese che vai, usanza che trovi, se non fosse che Aristide, il candidato all'ostracismo, già da Erodoto veniva definito "l'uomo migliore e più giusto di Atene"; a tal punto corretto, da essere chiamato Aristide il Giusto. Paro paro, per intenderci, come il Mario Chiesa della Tangentopoli che fu (proprio oggi, 17 febbraio 2017, sono passati giusto 25 anni dall'arresto di Chiesa e, quindi, dall'inizio di Mani Pulite).
Plutarco racconta come un ateniese, probabilmente analfabeta, per scrivere il nome di Aristide sulla pietra di ceramica, si rivolgesse proprio a lui che evidentemente non conosceva.
Aristide il Giusto, allora, tomo tomo, lo guardò dalle vette della sua virtù, e gli chiese:<'O zi', levatemi una curiosità: ma voi lo conoscete 'sto soggetto che vi siete messo in capa di mandare in esilio?>
La leggenda vuole che il povero cristo lo guardasse indispettito (quanti fatti ca vo sapè chisto) e gli rispondesse:<No. Ma 'a verità sapete qual è? Ca m'aggio scucciato di sentire da tutta Atene che Aristide è giusto. Al mercato, "e vir Aristide comm'e giusto!"; nell'agorà, "e io mo n'aggio visto di onesti, ma comme Aristide il Giusto, mai!" Signore mio, non se ne può più. E mo ca ve l'ho detto, aggiat pacienza, fatemi la cortesia di scrivere 'stu sfaccimma 'e nome sulla pietra, e jatevenn.>
Aristide, che era il Giusto, trovò la motivazione "giusta" (e che poteva fare? Era giusto!) e  zitto e muto scrisse il proprio nome sull'ostracon.

Amici miei, tutto 'sto pistolotto per dire che, quando l'elettore vota "di pancia", e quindi sulla base del sospetto e dei like piuttosto che sulla valutazione delle capacità e dell'onestà dei candidati, dalle segrete dell'istinto più becero non può che sgaiattolare fuori il Trump, il Salvini o la Le Pen di turno.

mercoledì 1 febbraio 2017

Punto e virgola: ipotesi di un delitto.

Stamattina sono stato al funerale del punto e virgola.

In chiesa, in primissima fila, c'era un impettito punto all'apparenza contrito per la morte del collega. Il pronome relativo però, sempre voglioso di spiegare qualcosa anche quando la decenza suggerirebbe di no, ha spifferato all'avverbio, che prontamente si è confidato con l'accento il quale: <E' proprio così, ti dico: - si è fatto scappare con i due punti - è stato quell'accentratore del punto a fare fuori il punto e virgola.>
All'udire ciò, il punto interrogativo:<E perché mai?> chiede  dubbioso, aggiustandosi il rabbuffo sopra il cappello.
<Oh, codesta l'è bella! - esclama indispettito da cotanta ingenuità il punto esclamativo - L'è chiaro come il sole: la pausa piccinina del punto e virgola, sebbene non piccinina come quella bischera della virgola, se l'è bella e rubata lui. Maremma maiala, io non lo posso punto vedere quell'assassino del punto!>
puntini sospensivi che, già dal primo sguardo, hanno capito su quale elemento della compagnia si addensano i sospetti degli altri segni di interpunzione, scuotono la testa.
Col pensiero, perché a loro non è dato prendere apertamente posizione, ognuno è in disaccordo con gli altri componenti del trittico.
Il punto primo è convinto che il vero colpevole della morte del punto e virgola sia la virgola: troppo grande è la voglia di quest'ultima di essere il solo contraltare del punto, per lasciarsi scappare l'occasione di fare fuori il punto e virgola.
Il punto secondo, ritiene sì che è stata la virgola a disfarsi del punto e virgola ma che abbia preferito farlo in combutta con il punto solo per dividersi la fatica di quell'omicidio che, a conti fatti, avvantaggia in pari misura lei e il punto.
Il punto terzo, che per contratto chiude i puntini sospensivi ma che comunque deve prolungare l'eco di un'indecisione, afferma che è stato senz'ombra di dubbio il punto; oddio, che poi pure la virgola, eh?! Per quanto è anche vero che proprio l'altra sera, i due punti...il punto interrogativo...
Comunque stiano le cose, al momento del requiescat in pace la santa Grammatica non sa proprio che pesci pigliare.
Nell'omelia avrebbe bisogno di una pausa, di uno iato più lungo della virgola che rimane indispettita per la sua inadeguatezza; ma anche di una sospensione che non rinvii i tempi della celebrazione alle calende greche come succede col punto che, parimenti alla virgola, si offende per non poter risolvere il tutto.
Pausa corta, pausa lunga, virgola e punto, null'altro più: povero punto e virgola, ci mancherà il tuo silenzio calibrato!
La scrittura è un arco e la punteggiatura ne regola la tensione ma senza la buonanima del punto e virgola si rischia di essere precipitosi o, al contrario, di scoccare la freccia quando la selvaggina è già scappata.