giovedì 15 marzo 2018

"Numero Zero", di Umberto Eco


È una redazione raccogliticcia, un rassemblement di nuove e vecchie disillusioni, quella messa in piedi dal dottor Simei. Missione? Confezionare dodici "numeri zero", uno per ogni mese dell'anno, disposti a dire la verità su tutto. 
Piccolo particolare: il giornale verrà stampato in pochissime copie, quante ne basteranno al commendatore Vimercate, editore di "Domani", per dotarsi di una probabile arma di ricatto.
Secondo il suo convincimento, infatti, sarà sufficiente dimostrare di essere in grado di mettere in difficoltà qualche pezzo grosso, per entrare nel salotto buono della finanza, delle banche e dei grandi giornali.
Ovviamente, l'esperimento riuscirà solo se nessuno, a parte il Commendatore, Simei e Colonna, saprà che il giornale non vedrà mai la luce. Tutti, compresi i collaboratori, dovranno pensare che "le rotative scalpitano."
È un giornale, in soldoni, ricavato dalle notizie pubblicate su altri quotidiani e prontamente dimenticate (tutto si dimentica e sempre più in fretta). 
Il linguaggio dovrà essere quelle dell'uomo qualunque, che parla, per esempio, di "occhio del ciclone" per indicare il centro tumultuoso degli eventi, ignorando che è proprio lì, nell'occhio del ciclone, che c'è l'unico punto di calma perfetta.
E via dunque agli oroscopi, alle notizie che sembrano voler comunicare qualcosa ma che, in realtà, fomentano sospetti e retropensieri.
Colonna, la persona scelta da Simei per dirigere "Domani", è un perdente "compulsivo", abbandonato, a cinquant'anni suonati, sulla via della solitudine dopo pochi anni di matrimonio, che non si è mai laureato perchè sapeva il tedesco.
Potrebbe scrivere un libro, ma il suo continuo rimando a situazione letterarie glielo impedisce.
Un cielo nitido e terso? Nella mente di Colonna scatta subito, fino a non lasciar posto ad altra circonlocuzione, il cielo "da Canaletto." Addio, quindi, originalità, e buonanotte velleità da scrittore!
Poi c'è Maia (rimando al "velo di Maya" di Schopenhauer?), trentenne che è in disaccordo con il mondo perchè nessuno, almeno fino all'incontro con Colonna, riesce ad accordarsi con i tempi illuminanti delle sue intuizioni e dei suoi pensieri.
Tra gli altri personaggi di "Numero Zero", non si può non parlare di Braggadocio la cui mente ha come unico filo conduttore il complotto paranoico. Riesce a concatenare tra loro eventi apparentemente lontani e discordanti ricostruendo, così, una fantasiosa(?) storia di cinquant'anni d'Italia. Il fulcro della narrazione è il sosia di Mussolini (quello esposto in Piazzale Loreto) mentre il vero duce se n'è rimasto tranquillo e beato in Argentina fino al giorno della sua morte: il giorno stesso del fallito colpo di Stato di Junio Valerio Borgese. E poi Gladio, la P2 con il venerabile Gelli, l'assassinio di Papa Luciani, la Cia, le Brigate Rosse infiltrate, e via di questo passo.
Macchina del fango? E come mai un giornalista è stato ucciso? E perchè la trasmissione della BBC sembra dare ai fatti un'aurea di veridicità?
Qual è la verità, quale la menzogna?
Colonna, ormai fattosi persuaso del pericolo di morte imminente, vorrebbe scappare via lontano, in un posto dove anche il Male sia riconoscibile come tale e non nascosto tra le pieghe del perbenismo.
"E perchè andar via, allora?" - gli chiede sarcastica Maia (ed eccolo il velo del filosofo che, ormai squarciato, mostra la nuda verità!): l'Italia sta proprio diventando come il paese di sogno in cui Colonna vorrebbe esiliarsi, la nazione in cui non c'è più memoria. Ergo, - è l'amara conclusione di Maia - è inutile andarsene via.
Sarà, ma io non sento più la voce del personaggio del libro che dice queste cose. Quest'ultima frase, la parte finale del romanzo per chi avrà la bontà di leggerlo, è pronunziata con quello scoramento burbero, proprio del piemontese pronto a risalire in montagna per resistere alla barbarie, del Maestro.
Ancora una volta, Prof, c'ha visto giusto.

venerdì 9 marzo 2018

Se una notte d'inverno uno scrutatore




Eppure avrei dovuto intuirlo.
La mala parata allestiva il suo teatrino di cattivi auspici sul pollo strafocato da Gerardo il venerdì sera. Già, proprio il mio venerdì di passione.
Solo adesso, però, mi ricordo degli auspicia pullaria e del quattro tondo tondo rimediato al ginnasio per avermeli scordati.
Gli auspici che si prendono osservando il modo di mangiare dei gallinacei...
Allora come ora (e avrei dovuto ben capirlo, cazzo!), è proprio il modo di mangiare dei polli che rivela scenari.
Poco importa se, in questo marzo del duemiladiciotto, il mangiare da monitorare per trarre vaticinii non è quello dei polli ma di chi se li mangia, 'sti fetenti di pollastri: occorre avere la mente pronta a raccordare le diverse epoche storiche.
<Non puoi dirmi di no. Lo sai che ho bisogno di questi duecento euro. La provvidenza ("cazzi suoi no, eh?") ha fatto dare forfait al presidente nominato. Ora, in sostituzione, ci sto io. E senza il tuo prezioso aiuto...>
Una lama di luce qui, alla bocca dello stomaco, fa rivivere ustioni: cinque anni fa, segretario del presidente di seggio incarnato (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?) dalla figura dinoccolata di Gerardo Saggese. 
Una catastrofe.
Urlo, strepito, m'invento missioni da portare a termine di persona pirsonalmente.
La foto del figlio a suo carico tra l'appendice del portafogli e il palmo della mano, e capitolo ignominiosamente.
Sabato pomeriggio, giorno di allestimento del seggio.
Il luogo naturale dell'acqua, parafrasando il vecchio Aristotele, diventa la superficie della terra.
Una pietra, franata dal costone roccioso e imboscata sotto il pelo del fiume che scende verso Salerno, per poco non mi distrugge il sottopancia dell'auto.
Io, segretario del presidente, che dovrei coadiuvare una carica almeno consapevole del suo ruolo, intuisco che sono fottuto: quattro scrutatori, com'è di norma, assegnati alla sezione 124: un ragazzo con il braccio, quello buono, ingessato e perciò impossibilitato a scrivere. 
La donna cannone il cui diabete le impedisce di mettere a fuoco tutto lo scritto più piccolo del carattere 14. 
Il Casapound di turno che si catapulta a fare l'unica cosa che sa fare (!): scrivere, su due fogli protocolli, il genere "mascho" e "femina" degli elettori. 
Infine una ragazzina filiforme che, non appena vede più di tre persone che aspettano pazientemente il loro turno, si sente montare l'ansia e deve correre in bagno.
Torno a casa alle 20,15. Appena il tempo di sintonizzarmi su sky sport per la partita del mio Napoli, che mi ritrovo a imprecare contro la sconfitta che potrebbe costarci il campionato.
Alle sette meno un quarto della domenica mattina, sono al seggio. I bisogni del figlio del presidente m'impongono di offrire la colazione (caffè e cornetto) a tutta la squadra di giovani valorosi.
Voto nella sezione che mi ospita per ottimizzare i tempi. Sempre per lo stesso motivo, non salgo nemmeno a casa per mangiare.
Registro gli elettori con l'annotazione, a tempi alternati, in entrambi i registri. 
Compilo tutte le cartuscelle, rigorosamente in duplice copia. 
Tengo testa alle contestazione dei rappresentatnti di lista. 
Assegno e riporto i voti.
A un certo punto, una lacrima s'impicca per la disperazione.
Probabilmente questi 148 € di compenso per il mio tribolato ufficio di segretario, finiranno nella tasca di qualche strizzacervelli: la mia straziante approssimazione, soprattutto nella compilazione finale dei registri ("Che si vuole da me? Che madonna  di conteggio devo riportare, e dove?"), ha aperto una breccia almeno pari a quella di porta Pia nella mia autostima.
Come se non bastasse, Potere al Popolo ha accocchiato poco più dell'uno per cento dei consensi.
"Ma perchè - mi ritrovo a chiedermi alle 7 del giorno dopo, con l'allucinazione che fatica a riconoscermi qui, comatoso, in macchina - per passare la merce sul lettore ottico della cassa del supermercato, mi devo fare un corso con conseguente attestato e invece per decidere il futuro politico del mio Paese, posso tranquillamente non saper fare una beata minchia?"
Lo specchietto retrovisore mi rimanda il saluto riconoscente del Presidente. Incapace, come tutto il resto.

sabato 17 febbraio 2018

"La paura di Montalbano", Andrea Camilleri


Montalbano, macari l'Andreuzzo Camilleri, to' criatore, s'è addivertito a farti fare l'opira de' pupi.

Gli episodi in cui ti trovi a firriare capitolo appresso a capitolo, infatti, sono addirittura cinque, in questo libro!
In un vidiri e svidiri ti trovi assugliato, in Giorno di febbre, da una febbre malitta e da un termometro che, malgrado la tambasiata casa casa, non s'arrinesci a trovari.
L'unica è passare alla farmacia di Vigata. Ma qui, Montalbano mio, vai per attrovari un termometro e ti trovi a soccorrere 'na picciliddra colpita per sbaglio da un colpo di revorbaro.
Manco il tempo di catafotterti a soccorrerla che un barbone, agginucchiatosi allato alla nicareddra, con troppa perizia le dona adenzia.
E a te, Salvo Montalbano, affascinato dalla calma e dalla precisione dei movimenti del barbone, la cosa ti feta d'abbrusciato. Ti avvicini per spiargli qualcosa ma lui t'implora di farlo andare via, che vuole restare per tutti un barbone.
E allora, tra il paro e lo sparo, non ti resta che chiedergli, in assenza di 'sto fituso di termometro che non s'arrinesci a trovari, quanto, secondo la sua esperienza di medico, puoi avere di febbre.
In Ferito a morte, a causa del nirbuso causatoti da pagine scipite e splapite di un libro che non ti fa pigliare sonno, ti trovi a rispondere all'ennesima telefonata di Catarella. Un usuraio morto ammazzato. La nipote di Gerlando Piccolo che spara il presunto omicida.
Montalbano, la cosa non ti quatra. Te ne dovrebbe fottere picca e nenti di Dindò, il garzone del supermercato che non s'arricampa ma capisci che Dindò, spilungone con il ciriveddro di un picciliddro, ci trasi eccome con la morte dello strozzino.
Ancora una volta, Montalbano mio, c'inzertasti.
In Un cappello pieno di pioggia, per andare a cena da un compagnuzzo delle elementari, di quelli che, all'epoca, ti portavano sulla mala strata ma che adesso è diventato addirittura  proprietario di una catena di negozi fashion (di quelli che, per tre para di quasette, tre cammise, tre mutanni, tre fazzoletti, una cravatta, ti suca una bona metà del tò stipendio di sbirro), sbatti le corna in un cappello che, per lo sdilluvio, è pieno di acqua e di...mistero.
Ne Il quarto segreto, ammucciato dintra a un portone, ti arritrovi a seguire addirittura le mosse di Catarella. E mentre il tuo centralinista camina quatelosamente ranto ranto il muro, un colpo di revorbaro squarcia la notte.
Catarella, con una grossa macchia scura in mezzo al petto, t'assicura che è tutto tiatro.
E' un sogno, Montalbano, eppure al risveglio, ti scopri (e ti scanti, ah quanto ti scanti!) che pure Catarella strascina la gamma mancina. E poi due, tre, addirittura quattro segreti ti troverai ad avere in comune con il tuo agente.
In La paura di Montalbano, ci arrinescì la tò Livia a portarti in montagna, eh, Salvuzzo? Non lo sapi che tia, appena supra i cinquecento metri di altizza, principi a diventare grevio, pronto ad attaccare turilla a ogni minima occasione?
E con le botte di malinconia che, a questa altizza, puntualmente ti fanno addiventare mutanghero e solitario più del solito, come la mettiamo?
Eppure, anche sopra il cocuzzolo della montagna, ti scanti come un picciliddro di scinniri nelle  profondità dell'abisso umano.
Ne Meglio lo scuro, un parrino di quelli regolari, con abito nivuro e crocifisso, ti viene a scassare i cabasisi (come dice il detto, Salvù? Ah, sì: A monaci e parrini, sintitici a missa e stuccatici li rini) con una storia di cent'anni narrè coperta dal segreto del confessionale.
Ma tu, caro Montalbano, ci sciali, nevvero, a parlare con vecchiareddri che macari s'arricordano il prezzo del burro nel 1912 e si sono scordati, invece, come si chiamano?!
Adesso che ci sei, però, ora che ancora una volta sei arrinisciuto ad addrumare la luce nel buio fitto del mistero...non ti prioccupare, Salvo mio, meglio lasciare lo scuro del sonno e della memoria.
Cosa fatta, capo ha.

sabato 3 febbraio 2018

"La doppia vita dei numeri", Erri De Luca

Erri De Luca, irretito da due commedie di Eduardo (Le voci di dentro e Ditegli sempre di sì)  dalle quali "nessun napoletano può prescindere", si cimenta pure lui nel teatro

Si apre il sipario.
Siamo a Napoli dove ogni rituale è un'esibizione, il posto in cui perfino sulle navi borboniche veniva ordinato di "fare ammuina."
Un fratello, alter ego dello scrittore, che guarda disincantato dalla finestra la piedigrotta allestita per il capodanno.
La sorella, caparbia tessitrice di atmosfere, che costringe il fratello a fare pace con la sua napoletanità.
Al centro della tavola una tombola che, come per incantamento, prende vita.
Ci sono due giocatori per quattro cartelle ciascuno: due per il fratello che ne prende in consegna altre due per il padre; due per la sorella, che si sente in dovere di "guardarne" altrettante per la mamma.
E sì, perché la tombola è il contrario del sogno. Nella tombola si estrae dal panariello il numero che non deve cristallizzare un fatto, come nel sogno.
Nossignore, nella tombola avviene l'incontrario: è il numero che sollecita il racconto, che impetra di essere messo in contatto con tutti gli altri numeri, fino a dare vita a un carosello di fattarielli: la trama e l'ordito, cioè, di un intreccio magico capace di evocare presenze.
Mamma e papà, questi fantasmi!
È un dialogo surreale tra due universi (quello dei vivi e quello dei trapassati) che grazie alla doppia vita dei numeri, quella intrinseca e quella del rimando, arrivano a sfiorarsi e, per un attimo solo, a sovrapporsi e a condizionarsi a vicenda.
Dall'album di famiglia riemerge la pernacchia di papà, "arma contundente che si punta contro qualcuno". Manco il tempo di cimentarvisi, che ecco spuntare il capitone di mammà che puntualmente, ogni vigilia di capodanno, viene perso per casa fino a ricomparire sotto la cesta dei panni.
Ci siamo quasi, mancano due minuti alla mezzanotte.
<Tombola!> Mamma e papà hanno fatto tombola con lo stesso numero.
Fuori si scatena l'inferno. Adesso lo scrittore può osare.
<Quando vengo a stare con voi?>
Mamma con il sorriso, papà corrucciato, si trovano ancora una volta d'accordo:<Presto.>
Chi è nato a Napoli sa che la domanda è lecita ma anche che, una volta ottenutane risposta, il colloquio s'interrompe, la dimensione ritorna a essere unica, ogni canale si prosciuga nella banalità del reale.
Visione, una distanza ci divide.
Fuori esplode la poesia di Napoli.
Lo scrittore, adesso sì, si rasserena.
Può finalmente riaccogliere quella napoletanità dalla quale, suo malgrado, non può prescindere.
E il due ridiventa uno, il doppio definitivamente unico.

martedì 30 gennaio 2018

"L'età del dubbio" del Montalbano di Camilleri

Il dubbio è così, un pedi leva e l'autro metti, e te lo trovi a firriare come un satanasso nel ciriveddro.

Montalba', ormai hai cinquantotto anni.
E se il dottor Pasquano è in evidente malafede quando ti scassa i cabasisi ricordandoti la tua età necessariamente da 'ntordonuto; e se ancora il dottor Lattes ("quello con la esse in funno"), dall'alto della sua voce da parrino, non si fa pirsuaso che un uomo, squasi sissantino, non abbia famiglia (e certo che gliel'hai raccontata bene la farfantarìa del figlio malato, eh? A tal punto che pure Livia, se le fossi stato a portata di mano, ti avrebbe preso a pagnittuni), i dubbi restano, Montalbano.
Finanche sulla tua prisenza di pirsona pirsonalmente in questa facenna, ce ne sono, di dubbi.
Che dici? No, non ho gana di babbiare.
Questo libro inizia o non inizia con te che vorresti andare a Boccadasse e Fazio e Catarella che ti dicono che nonsì, che non è cosa possibile perche sei morto aieri a matino alle sette e un quarto pricise?
Va bene, è un sogno, siamo d'accordo.
Ma l'indagine che ti vede alle prese con lo yacht Vanna che si chiama allo stesso 'ntifico nome della piccotteddra con l'ariata da cani vagnato che poi si rivela tutt'altro da quella che appare?
Non è un dubbio che solo troppo tardi riesci a sciogliere, Salvu'?
E che cos'è, se non un altro dubbio che se ne aggiunge ai precedenti, quel nome, Emile Lannec che pur dovrebbe ricordarti qualcosa ma che, come la faccia fracassata ne impedisce il riconoscimento, così la tua vicchizza ormai conclamata non te lo fa collegare al protagonista de "I Pitard" dell'amato Simenon?
E tra l'ennesimo sbarco di clandestini che mannavano quell'aduri che feriva, quello dei "dolori del mondo offeso" del Vittorini e la presenza di un'altra Livia, questa sì, da dare addirittura in pasto (matre santa!), alla libidine mai doma di Mimì Augello, un miracolo: l'amore.
No, Montalbano, vatti a fare un altro giro sullo scoglio chiatto, addrumisciti l'ennesima sicaretta, e non ci pensare: stavolta macari a mia il confine tra il dubbio e la cirtizza appare cosa da mastro d'opira fina.
Ma poi, Salvo Montalbano, te la puoi permettere ancora la gioventù per un sentimento così funnuto? E la to' Livia?
Dubbi, e ancora dubbi.
Eccola, la cirtizza che t'apparalizza:un colpo di revorbaro sparato dal cruiser dell' "Asso di cuori."
Si è principiato con la morte, si finisce con la morte.
No, Montalba', la to', no. Anzi, fattelo dire: sarà stato la vista di Laura in difficoltà, ma hai mostrato coraggio e energia a tinchitè, altro che vecchiaia.
Tanto di cappello, commissa.'
Eppure, adesso che tutto è finito, ora che la morte ha sciolto ogni dubbio sulla tua capacità di amare come un picciotteddro, ti senti di umore nivuro assa'.
Talè, Montalbano, lassa perdiri.
In amuri, la ragione o si dimette o va in aspettativa, e quest'è quanto.

mercoledì 24 gennaio 2018

"Garibaldi era comunista", di Luciano De Crescenzo

Recensire uno degli ultimi libri di Luciano De Crescenzo, è un po' come sognare al cospetto di una finta (parafrasando il pensiero poetico di Luigino 'o poeta del Così parlò Bellavista) del Maradona di oggi

Certo, a te patito del Napoli degli scudetti che fu (e che speriamo...vabbè, ci siamo capiti), costa fatica intravedere il talento del predestinato nelle movenze del Dieguito panzuto e brizzolato che ti sta adesso di fronte.
Eppure, in virtù di quel credito illimitato che il De Crescenzo-Maradona ha acquisito ai tuoi occhi con gli scritti post IBM, ora sei pronto a mentire spudoratamente e a considerare ogni suo libro recente all'altezza della Storia della filosofia greca o de La vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo.
Manco a farlo apposta, Garibaldi era comunista dello scrittore napoletano si pone a metà strada, almeno con riferimento ai contenuti, a queste due opere ineguagliabili.
Si parte con una visita di Publio Cornelio Tacito, storico dell'antichità, e Hieronymus Wolf, suo collega (sia pure con l'aggiunta della qualifica di astrologo) del Cinquecento.
De Crescenzo, fin dalle prime battute, ci presenta l'organigramma della sua opera: dapprima un più o meno accennato abbozzo alle vicende storiche intessute con qualche aneddoto(spesso ripreso paro-paro da un libro precedente) della sua vita; di poi, un colloquio, a metà strada tra l'umoristico e il surreale, con i personaggi via via trattati.
Pronti, partenza, via.
Tra religione e mito, si susseguono, nell'ordine, le figure scimmiesche (tanto per mettere d'accordo evoluzionisti e creazionisti) di Adamo ed Eva; quella linguisticamente ingarbugliata della Torre di Babele con il piccolo Luciano che non comprende i nazisti della sua fanciullezza perché lui ha studiato solo il tedesco "di pace"; infine, non potevano mancare le gesta di Romolo e Remo accompagnati dal dubbio di De Crescenzo su chi fosse il fratello buono e chi quello cattivo.
Con l'imperatore Nerone che canta Voce 'e notte, si varca finalmente la soglia della Storia.
Largo, allora, a un altro imperatore, quell'Adriano col suo Pantheon aperto a tutti (schiavi, cristiani, neri e pure alle donne).
Poi viene il turno di Lorenzo il Magnifico con la sua gotta "pantofolaia" e la teoria degli umori di Ippocrate.
Si approda, così, sulle rive del golfo di Napoli, con il Masaniello nazionale che si fa le scorpacciate di "mastunicòle" (pizza con "'nzogna", formaggio e pepe).
De Crescenzo non può esimersi, malgrado ci avesse provato anche solo "perchè sembra che lui ci debba stare per forza" (in un libro di storia, ndr), dal trattare la figura di Napoleone che "preferisce non discutere."
Si apre, a questo punto, il siparietto tra Camillo Benso Conte di Cavour e Garibaldi su chi abbia fatto davvero l'Italia. Ovviamente Garibaldi, che indossava sempre una camicia rossa come De Crescenzo puntualmente un maglione azzurro, era comunista allo stesso modo in cui lo scrittore appartiene al Calcio Napoli.
L'epilogo è dedicato a Mussolini che, per De Crescenzo, ormai dev'essere considerato un personaggio storico piuttosto che politico, anche per darne un giudizio quanto più obiettivo possibile. Giudizio che (ça va sans dire) l'illustre scrittore stempera nella difficoltà dei fascisti di italianizzare il termine bidet perchè "il pudore, Mussoli', viene prima del fascismo."

domenica 21 gennaio 2018

"La danza immobile" di Manuel Scorza

La danza immobile, libro testamento di Manuel Scorza (lo scrittore peruviano morirà in un incidente aereo lo stesso anno della sua pubblicazione), è un romanzo sulla "impossibilità di scegliere."

E sì perchè la scelta, continuando a parafrasare Soren Kirkegaard, non può che concretarsi in una disperante rinuncia.
Vi è la paralisi, una danza, appunto,"immobile", sterilizzata com'è dall'indecisione: tra l'Amore e la Rivoluzione, cosa scegliere?
Per il rivoluzionario Nicolàs Centenario la danza, dopo una stasi interminabile, riprende a muoversi.
Troppo forte è il ricordo dell'albero della Tangarana, lì nella profonda amazzonia peruviana, a cui decine di compagni sono stati legati.
È bastato un colpo reazionario al tronco con un machete da parte del maggiore Basurco che sì, all'epoca era maggiore prima di essere degradato dopo l'incredibile evasione proprio di Nicolàs, per foraggiare la voracità di milioni di piccole, fameliche formiche.
Riscosse dal tepore dei loro nidi nelle nervature del tronco, le formiche sono diventate armi dell'oppressione.
A piccoli, instancabili morsi, hanno spolpato, disintegrato l'umanità dei rivoluzionari legati all'albero fino a inghiottirne anche il grido di dolore.
Eppure adesso che tutte le lucciole del mondo, proprio ora che la zattera sta oltrepassando l'ultimo posto di blocco, avvolgono il suo corpo intriso dalle sterminate persecuzioni e lo coprono d'oro, Nicolàs pensa alla sua Francesca.
Anche quando lo legano all'albero della Tangarana, il pensiero va a lei e a come abbia fatto meglio Santiago, il compagno Santiago, a scegliere Marie-Claire al posto della rivoluzione.
Pure per Santiago, però, c'è stato un momento in cui la danza è divenuta immobile, un attimo al cospetto del quale lui, nato per la rivoluzione e impossibilitato a concepire altro che non fosse la guerriglia e la liberazione dei popoli oppressi, si è trovato nell'incertezza di scegliere.
Marie-Claire, la dolcissima e fervente Marie-Claire o la missione assieme ai compagni come postremo tributo alla guerriglia?
Santiago sceglie di essere rivoluzionario d'amore.
Anche lui, però, nell'attimo in cui intuisce che la danza non può che essere immobile laddovve l'immobilità non è indecisione che paralizza ma equilibrio che fortifica, pensa al compagno Nicolàs che è partito per l'ultima battaglia di libertà, e lo invidia.
La verità è che una rivoluzione può tradire, o meglio essere tradita, alla stessa maniera di quanto possa tradire o essere tradita una donna.
La danza immobile di Manuel Scorza è un romanzo affascinante in cui l'impegno politico viene difeso con le armi dell'amore e l'amore, dal canto suo, viene protetto e custodito con il fuoco della guerriglia.
Probabilmente è da rintracciarsi in questa contaminazione, solo apparentemente paralizzante, il senso del libro dello scrittore peruviano.