lunedì 9 giugno 2014

A una processione

Visto dall’alto, l’argento sfavillante della statua di San Matteo sembra un rostro finemente decorato di una nave antica, con la poppa già inghiottita da onde gigantesche di folla in tripudio.
In primissimo piano, subito sotto la prua schiumante calca festante, vi è la classe dirigente ammantata di consenso comunque conquistato. 
Tra solerti benedizioni e sorrisi dispensati a iosa, l’alto prelato serba ancora in bocca il sapore del frutto proibito di Karim. “Sia ringraziato Dio per cotanta goduria del corpo e dello spirito. E poi per le sue labbra, capaci d’elevare l’anima fino alle soglie del Paradiso. Peccato? E perché mai? Le sue cosce, il culo da puledra insaziabile e ancora le zizze sode sono nient’altro che la giusta ricompensa per averla tolta dal marciapiede. Date e vi sarà dato, no?
“Padre, Figlio e… - “guarda chi ci sta, ’sto cornuto del sindaco! Eccolo qui, sorridente come un mongoloide. Ha avuto, ‘sto comunista del cazzo, il coraggio di portare i porci musulmani ad abbeverarsi alle fontane della Curia” - …Spirito Santo.”
“San Matteo mio, lo vuoi fare un vero miracolo invece di startene qui come un…con rispetto parlando… allocco? Ebbene, non appena varchi la soglia del comando della Guardia di Finanza… pure tu eh, che madonna di protetti ti sei scelto!... ebbene, stavo dicendo, appena entri, fammi ‘sta cazzo di cortesia, fai crollare non solo questo ma, contemporaneamente, tutti i comandi in ogni parte d’Italia. ‘Sti bastardi, – saluta calorosamente con la sua mano tozza e corta un manipolo di elettori – per un regalo di cinquantamila euro mi stanno controllando anche quante chiavate mi faccio con quell’altra zoccola di Caterina che continua a spillarmi soldi.”
Munnezza, questo siete! – ciò pensa il Presidente, mentre predica calma ad una selva inferocita di disoccupati che approfittano dei riflettori accesi sulla processione per chiedere un posto di lavoro – Mentre io sgobbavo sui libri, voi che cazzo facevate?Andavate ad ubriacarvi e a mangiare a sbafo nei ristoranti, eh? E quando io passavo i sabato sera a studiare per qualche esame, mi dite voi quante sciammereche vi facevate con quelle puttanelle rimorchiate nei locali? E ancora, voi a fine mese, ciucci di fatica, introiettavate guadagni mentre io invece… sì va bene, mio padre… ma è la stessa cosa, non c’è differenza… dovevo sborsare un bel gruzzoletto per professori sempre più sfondati in corpo.”
A metà processione, la prua della nave è praticamente inghiottita dai marosi. Solo l’erma del povero San Matteo la si vede annaspare disperata, alla ricerca di una sempre più faticosa spiritualità. Al suo capezzale, in posizione defilata, avanza Costantin, il muratore albanese. 
Si porta appresso giornate lavorative di dodici ore alle dipendenze del capofila della processione; una paga di seicento euro al mese; la qualifica di clandestino; quattro fogli di via; cinque figli e una moglie da sfamare. 
Dettaglio del tutto trascurabile: capace, nonostante tutto, di incommensurabili slanci d’amore. 

venerdì 30 maggio 2014

Breve ballata del capitalismo


Piero e Giorgia, sposati poco più che maggiorenni, vanno a vivere in una casupola al limite della abitabilità.
Piero si arrangia raccattando ferro vecchio e vendendolo alle varie fonderie.
Giorgia, scappata da un padre padrone, si dà anima e corpo a quel figlio nato troppo presto per lasciarla veramente libera di scegliere.
Entrambi sognano un bagno finalmente all'interno della casa.
Novembre 1980: la terra trema. Bestemmia rovine, fagocita vite.
Piero e Giorgia ottengono un container dove passeranno otto anni della loro vita.
Il bagno, sia pur piccolo, è all'interno delle pareti di lamiera.
Piero e Giorgia sognano una casa dalle pareti in muratura.
Nell'attesa, mettono al mondo un secondo figlio.
Giugno 1988: finalmente, la casa popolare. Due bagni e un balconcino lilla.
Piero viene assunto da un lontano parente che ha una grande impresa edile.
Piero e Giorgia sognano almeno una casa, un'altra, dove poter sistemare uno dei due figli.
L'unico figlio del datore di lavoro di Piero, muore in un incidente stradale. L'imprenditore decide, allora, di far entrare nella società, al posto dello sfortunato rampollo, proprio Piero.
Il primo figlio di Giorgia e Piero sogna il master in Inghilterra. Arriva la terza casa, per il secondo figlio.
Il secondo figlio sogna il pianoforte. Arriva il terreno, pronto a raccogliere le sicure passioni "senili" di Piero e Giorgia, ma anche quelle ancora acerbe di Roberto e Massimo.
Piero e Giorgia sognano un futuro di case, figli, nipoti, tutti disseminati lungo lo stesso fazzoletto di terreno.
Roberto vince un concorso a mille chilometri di distanza e, dopo una delusione d'amore, decide di prendere i voti.
Massimo si innamora di Ugo e scappa lontano per vivere liberamente la sua passione. 
Piero e Giorgia, circondati da tre case, un terreno, non sognano più niente
Roberto, dalla cella del monastero, sogna il master e Londra. Massimo, invece, di essere portato via dalla cassa armonica del pianoforte che non ha più voglia e pazienza di imparare a suonare.


martedì 13 maggio 2014

La diversità di Chantelle

Ciò che fa paura non è la mostruosità, ma la diversità.

La prima condizione, infatti, è vissuta e metabolizzata come qualcosa di “altro da noi“; essenza spaventevole fino al parossismo cioè, ma pur sempre appartenente a una natura diversa.

Quando, al contrario, ci imbattiamo nel differente, nell’extra-ordinario, allora alla paura si aggiunge un altro sentimento: l’angoscia, il sentirsi disarmato davanti all’eccezionalità che s’incardina pur sempre nella normalità della condizione umana.

Ed è sulla scorta di questa riflessione che c’inquieta, ad esempio, di più un uomo con gli occhi di gatto che un mostro che rispetta tutti i canoni della mostruosità. E ciò perché la diversità s’innesta sulla nostra identica matrice di sangue e carne; appartiene al medesimo genus nel quale trova legittimazione e cittadinanza la nostra sub-stantia.

Si è diversi, insomma, perché si ha un tot di differente (ed è proprio questo particolare a farci provare paura perché, in quanto piccola cosa, potrebbe riguardare anche noi) dal substrato comune.

Ciò premesso, veniamo all’attualità.

Chantelle Harlow. Una bellissima ragazza affetta da una forma aggressiva di vitiligine (malattia che provoca chiazze bianche sulla pelle a causa dell’assenza di pigmentazione).

Sia pure esclusivamente estetica, siffatta patologia ha quasi sempre importanti ripercussioni psicologiche. Esagerato? Provateci voi, magari ragazzine, a convivere con queste dannate macchie bianche che non vi premettono di indossare la minigonna tanto agognata, o di farvi vedere in spiaggia.

Vi scoprireste, così, nel giro di pochissimo tempo, anche voi a maledire l’abbronzatura che accentua ancora di più il deficit cromatico; a sentirvi fuori luogo per la vostra diversità “da capigliatura di Crudelia Demon“.

Ebbene, cosa mai ti combina Chantelle? Non solo, all’età di 19 anni, riesce a convivere con la sua patologia senza chiudersi in sé stessa (che, credetemi, è già una gran prova di forza d’animo), ma addirittura la indossa per continuare a inseguire il suo sogno: fare la modella.

Eresia! Proprio nel mondo delle sfilate, dove la perfezione è il requisito minimo per avvicinarvisi ella, forte della volontà sovrumana (soprattutto in considerazione della giovanissima età) che la anima e della granitica convinzione della sua peculiarità (Dio mi ha voluto originale!), riesce a imporsi nonostante (e speriamo non grazie) ai suoi melanociti capricciosi.

E come spesso succede quando il gesto viene compiuto da un personaggio famoso, vi è da giurarci che, grazie alla dolce Chantelle, qualche altra persona affetta dalla pur diffusa vitiligine, riuscirà a uscire dal suo guscio e a mostrarsi al mondo, una volta per tutte fiera della sua originalità; così come, d’altra parte, ha fatto già il virtuosissimo maestro Peppiniello Scapece che ha metabolizzato (era ora!) la sua diversità fino a esibirla come uno scalpo. 

Il mirabile pianista, infatti, era solito cospargersi le dita con pesante fondotinta coprente, non potendo accettare la commistione di colori sui suoi “strumenti del mestiere”. Poi, dopo aver visto le foto della giovane modella, ha preso il coraggio a quattro mani e si è liberato delle creme e cremine varie che appesantivano la sua musica. Finalmente, quindi, ha capito che anche il tasto nero del diesis e/o del bemolle s’innesta pur sempre sul bianco delle note esenti da alterazioni del suo pianoforte.

Grazie, Chantelle, anche e soprattutto per chi, sebbene più famoso di te, non ha avuto la tua stessa forza: pur di non apparire “effetto dalmata” infatti, il grandissimo (per altri versi) Michael Jackson si è prima spalmato il corpo di creme coloranti e, di poi, come sappiamo, sottoposto a numerosi, mostruosi (questi sì) interventi di sbiancamento. Il tutto, ovviamente, per non trovare il coraggio di erigere la propria diversità a connotazione del proprio essere.

martedì 6 maggio 2014

Nel pieno della "Confederazione delle anime"


Udienza di lavoro.
Eccolo qui: avvocato Giampaolo Quaglia.
Mi si avvicina con il suo ghigno stomachevole che ancora si ostina a credere piacione.
La mano nei capelli (eh, fammele vedere 'ste dita, sì, aprile bene, così che tutti i colleghi possano apprezzare la nuance "topo da fogna" che assumono dopo aver sguazzato nella tintura), l'occhio a "lacryma Christi", la bocca "a culo di gaddrina" (Cazzo, si chiama pur sempre quaglia!) come il Pippo Aragonese di Camilleri.
Fa cenno alla presenza del mio collega, e sfrocolea:<Ah, egregio Avvocato, vedo che, memore del nostro precedente incontro, ti sei portato i rinforzi!>
Si gira verso il collaboratore più viscido dell' Uriah Heep di Dickens, e si fa una risata in faccia al mio grugno infastidito.
 
<Allora, avvocato Quaglia, - chiede il giudice in ambasce perché non sa decidersi se è meglio optare per i gamberi o per il pollo paesano di comare Adelina - cosa eccepisce, lei?>
<Giudice, io penso che prima di redigere un ricorso, occorrerebbe partire dai fondamentali. Per esempio, in questo caso, i conteggi sono sballati. Senza contare il fatto che non si capisce l'inquadramento lavorativo del ricorrente. Insomma, occorrerebbe precisare, essere più chiari perché...>
<Giudice, - riesco a sfruttare la momentanea soddisfazione nata dall'aver, frattanto, definitivamente preferito i gamberi al pollo - solo una domanda: - e mi rivolgo, con gli occhi di brace, alla quaglia spaparanzata sulla mia graticola immaginifica - lei è un consulente del lavoro? No? E allora come fa a pontificare sui conteggi?>
<Ma collega, io non capisco il senso della tua domanda anche...>
<Prego, io le ho dato del lei e preferirei che lei facesse altrettanto. Tornando al motivo della mia domanda, lei potrebbe dire che i conteggi sono, a suo discutibilissimo giudizio (anche estetico, guarda la zoccola che ti sei messo in testa!), inesatti ma non sballati.>
<Ahe, Avvocato, su, - ritorno al presente del giudice - mi sembra una questione di lana caprina.>
<E no, illustre giudicante. L'italiano è importante, direbbe Nanni Moretti. Così come, d'altronde, il latino.>
Il Quaglia accentua l'ampiezza della sua boccuccia:<E che c'entra il latino, mo?>
<Penso che c'entri eccome se mi trovo costretto - alzo la coppa del mondo come Cannavaro (Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!) - a far vedere al giudice - gli porgo l'atto - che, contrariamente a quanto da lei fatto, il brocardo richiamato si scriverebbe ne bis in idem e non né bis in idem.>
 
Usciamo dall'aula.
<Sei stato grande! - si complimenta Giancarmine - Cazzo, però, e dove l'hai tenuta nascosta, per tutti questi anni, 'sta cazzimma?>
<Il fatto è che sto in piena "Confederazione delle anime".>
<Confe...che?>
<In Sostiene Pereira, l'ottimo Tabucchi parla, per l'appunto, di questa teoria mutuata dai medicins-philosophes. Secondo i suoi dettami, la personalità è data dalla confederazione delle varie anime che si pone sotto il controllo di un io egemone...sì, un ego  mammasantissima, per capirci. Nel caso in cui sorga un altro io, più forte e più potente, quest'ultimo fa le scarpe all'io egemone precedente, prendendone il posto e passando, quindi, a dirigere la coorte delle anime. Almeno fino a quando non viene spodestato ancora da un altro io, per attacco diretto o per erosione. In buona sostanza, contrariamente a quanto abbiamo appreso al catechismo, non esiste una sola anima ma più anime che volta per volta prendono il sopravvento e decidono la nostra personalità.>
<E quindi vuoi dirmi che l'anima paciosa-accomodante del mio amico di una vita si è fatta mettere nel sacco da questa insofferente e battagliera?>
<Già.>
<Si tratta solo di capire - aggiunge dubbioso - se la leadership è stata conquistata per attacco diretto o per erosione.>
<Per attacco diretto, - affermo senza titubanza alcuna dopo aver intravisto per l'ennesima volta il ciuffo tinto del Quaglia - per attacco diretto, amico caro.>
 
 
 
 


sabato 3 maggio 2014

"Passato (è) il dì di festa": Costituzione "fondata sul lavoro"


Quando mi ripromisi di consolidare i miei primi (e unici) trenta e lode di Filosofia e Teoria generale con un esame di spessore (leggi manuale di oltre 1000 pagg....che poi, come possa definirsi "manuale" un mattone di tal possanza, ancora non l'ho capito!), decisi di provarmi con il "Diritto Costituzionale" di Martines. Per la precisione, di Temistocle Martines. E la precisazione non è di poco perché il nome dell'autore che rimanda al politico ateniese insieme all'aver scelto, per l'esordio universitario, due esami alquanto lontani dallo spirito codicistico, avrebbero potuto...dovuto (cazzo!) farmi almeno venire qualche dubbio sulla bontà della scelta universitaria fatta. 
Ma tant'è: per evitare lo spettro del professore squattrinato e per la mancata lettura ("costosa" ignoranza!)  di Agatha Christie (un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova), mi ritrovai ad affrontare il battesimo del fuoco (del diritto) con lo studio della Costituzione.
Primo articolo. L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
"Ma come, - mi chiesi perplesso - la Costituzione Italiana, probabilmente la più bella del mondo, si apre con il riferimento al lavoro? E la Libertà, l'Uguaglianza, la Giustizia? Possibile che l'aspetto economico prevalga sugli ideali?"

 
Oh! Bimbo semplice che fui, dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Cambio scena.
Sullo sfondo, una scrivania.
Dietro di essa, sprofondato nella sedia d'ordinanza, un professionista. 
Davanti, tre clienti in rapida successione.
Un rapporto di trasmissione e acquisizione di conoscenza (dietro pagamento) ben chiaro e definito.
Il cliente A è un cafone arricchito che ha appena parcheggiato sullo scivolo per disabili, ha gettato per terra una bottiglietta di plastica, incensa con lodi sperticate i Casalesi.
Vorresti scaraventarlo mille miglia lontano da te. Non sei, però, libero di farlo perché hai bisogno dei suoi soldi.
Il cliente B, vestito firmato da capo a piedi, ti dice che non può pagarti l'intero importo della parcella; lo stesso intero importo, per intenderci, che hai preteso dal cassintegrato che abita vicino casa tua.
Differenza: stavolta, sia pure con rabbia, accetti il pagamento inferiore al tuo onorario perché quei soldi  ti servono per le medicine di tua moglie.
Il cliente C... ma, a ben vedere, non c'è manco bisogno di un terzo cliente per simboleggiare l'infrazione alla Giustizia.
Ormai lo so.
I Padri costituenti c'avevano visto giusto: solo la dignità da lavoro ti consente di declinare i grandi principi nella maniera giusta. Senza, forse, si potrebbeMa la quaestio sarebbe ad esclusivo appannaggio dei santi e degli eroi.
Probabilmente, solo degli eroi.
Buon lavoro a tutti.
 
 

martedì 29 aprile 2014

"Oi pleistoi kakoi" (La maggioranza è cattiva)


Tra i Sette Sapienti dell’antichità, ecco che ci si presenta, con l’immancabile barba rigogliosa e l’altrettanto indefettibile cipiglio severo, Biante.

Perché mi sia venuto lo schiribizzo di parlarne, è presto detto.

Biante, il buon Biante, aveva capito tutto, con circa 2600 anni d’anticipo, della politica, della storia, della fiumana del progresso. Quando, infatti, gli venne chiesto di dar sfoggio di sapienza con l’incidere, sul frontone del tempio dell’oracolo a Delfi, un motto, la frase più importante del suo pensiero lui, senza esitazione alcuna, così scrisse: OI PLESTOI KAKOI (la maggioranza è cattiva).

Una frase che probabilmente lasciò di stucco gli stessi Sapienti.

<Ma come, – avrà pensato Chilone (o Talete, a seconda delle versioni), un altro dei Sette Savi che già aveva provveduto all’incisione della sua, di frase – io scrivo un motto di una profondità esagerata (“Conosci te stesso”), e questo se ne viene con un’affermazione che più scontata non si può?>

Ebbene, nessuno dei contemporanei (alla faccia dei Sapienti!) né, v’è da giurarlo, alcuno di noi ha capito fino in fondo la portata rivoluzionaria dell’ OI PLESTOI KAKOI.

Io, dal basso della mia mediocrità, c’ho pensato l’altro giorno e sono giunto a siffatta conclusione.

Campo dell’esperimento: la politica.

Fateci caso: ogni movimento, ogni partito, ogni moto rivoluzionario, appena sorge e per un certo periodo di tempo (quando è ancora  “a base ristretta” e fino a quando non diventa “di massa”), il più delle volte, contiene la parte migliore di quell’idea, di quel cambiamento che si vuole portare nel consesso sociale. Non appena, però, ci si ingrandisce, allorquando il vertice originario incomincia necessariamente a lievitare, ecco che gli ideali di partenza iniziano ad annacquarsi, la dirittura morale ad allentarsi, il credo politico a subire il fascino del compromesso.

Esempio pratico.

Con la “svolta della Bolognina” del 1989 che diede il via allo scioglimento del P.C.I., ad esempio, il segretario Occhetto, e più tardi il suo sostituto Massimo D’Alema, giustificarono la trasmigrazione nel P.D.S. con la necessità di acquisire una “vocazione maggioritaria”, di abbandonare, insomma, quell’ “angolino (sterile) da perfettini” che era stato il Partito per buona parte della sua storia (anche nei momenti di massimo splendore, infatti, c’era sempre la D.C. ad essere primo partito nel Paese).

Tutto vero, tutto giusto. Come infatti andare contro l’ovvietà che in un Paese democratico, per vincere e quindi per imporre la propria visione delle cose, è necessario diventare maggioranza?

Ecco, la maggioranza. E siamo di nuovo al punto di partenza.

Sulla scorta di questa ossessione maggioritaria, si è passati, nell’arco di quasi trent’anni, al P.D.S., poi al P.D., ancora ai D.S., e infine al P.D..

In questa lunga, e per certi aspetti deprimente cavalcata, si è conquistata la fatidica vocazione maggioritaria. Su questo, non ci piove. Peccato, però, che si sono a tal punto intorbidati gli ideali di partenza, così annichilite le magnifiche sorti e progressive, che il P.D. altro non è, ormai, che un partito similare della vecchia Democrazia Cristiana.

E che significa questo (qualcuno potrebbe saggiamente obiettare), che per conservare la purezza dei propri ideali ci si deve condannare ad essere insignificanti? Che, per restare coerenti con le proprie idee, non si potrà mai raggiungere quella maggioranza che sola consente di governare?

Bella obiezione! Il Sapiente Biante, tetragono alle sirene del potere, direbbe di sì, che è proprio così perchè nel momento in cui si diventa maggioranza, la negatività inizia ad insinuarsi non solo nel corpo del movimento ma, probabilmente, anche nel suo modus operandi.
 
E fin qui, ci siamo.
 
Il guaio, però, è che anch’io, che continuo a vedere il mondo a modo mio, a votare per i partiti che è già un successo se superano la soglia di sbarramento, che quando il mio pensiero inizia ad essere condiviso da troppe persone mi chiedo “in che cosa ho sbagliato?”; ecco, la iattura, dicevo, è che anch’io, uomo del terzo millennio, temo di pensarla proprio come Biante. Domani mi taglio la barba. Domani mi devo assolutamente tagliare la barba.

 

giovedì 24 aprile 2014

La pancia (alias "bambino") alla riscossa



Lo studiolo del dottor Spatafora s’affaccia timido proprio dirimpetto alla finestra della sua cameretta. Ed è proprio da qui che il nostro Fobìa attende impaziente l’arrivo della Smart grigio chiaro del luminare.

Appena la vede sbucare dal curvone e perdere velocità per prepararsi al parcheggio, è assalito da uno stato di agitazione improvviso quanto immotivato.

“Ma come? – si chiede allarmato - Sono cinque maledettissimi giorni che aspetti questo momento e mo che fai? Ti agiti, t’impaurisci come un muccusiello che ne ha appena combinato una delle sue?”

Mentre cerca di mortificare con queste parole il sentimento canaglia, si sorprende a chiedersi se anche Garibaldi, prima dello sbarco dei Mille o (perché no?) lo stesso Giuda, prima di tradire Gesù, siano stati preda della sua stessa palpitazione. Sta di fatto comunque che, agitazione o meno, paura o no, in questo momento ha l’obbligo di rimanere ben saldo nel suo proposito, costi quel che costi. Pensiero e azione, questo deve essere il leit-motiv di quella giornata. E visto che di tempo da dedicare al pensiero ce n’è stato fin troppo, non rimane che agire. Poiché però è ben consapevole di non esser dotato di un cuor di leone, (d’altra parte, se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare) per trovare la forza necessaria alla sua impresa, dovrà giocare d’anticipo. Proprio così, questa è la mossa che gli consentirà di dare scacco matto alla sua attuale, insopportabile, vita di privazioni.

“E allora, forza… dai!”

E si trova, istintivamente, a darsi una sostanziosa manata sul sedere proprio come faceva da piccolo, prima di mettersi a correre per scovare i cuginetti nascosti.

Appena vede il dietologo segaligno spuntare davanti al portone, si precipita in cucina, spalanca il frigo, acchiappa le due armi contundenti, si getta a rompicollo per le scale.

Sgaiattola dal cancello rimasto aperto.

Guadagna finalmente la strada; con un balzo, l’attraversa.

L’Agitazione e la Paura si squagliano sulle mani.

Si aggrappa al citofono. Suona.

“Chi è?”

“Fabio.”

“Fabio chi?”

C’è poco tempo per rispondere. L’Agitazione e la Paura continuano a sciogliersi, stavolta però su una mano sola. L’altra gli serve per aprire il portone.

Aggredisce le scale.

Sa che ha circa cinque minuti di tempo prima che il mellifluo “s’accomodi” introduca la prima visita.

Guarda l’orologio: ne ha impiegati appena due per arrivare fin lì.

“Buong…uè, ma dove vai?”

Non c’è tempo per rispondere. Approda alla stanza in fondo al corridoio, con la domanda della segretaria che lievita sempre di più nel petto affannato.

Apre e richiude con la gamba la porta sottile dietro di sé. Allarga le braccia guardando a terra.

Si sforza d’incanalare le parole secondo quell’ordine ossessivamente studiato da giorni: “Dottor Spatafora… la dieta non la voglio fare più…- adesso prolunga lo sguardo lungo le scarpe appuntite del luminare, sguscianti via dalla scrivania filiforme – perché sono tutti mosci quelli che fanno la dieta…- e, tra una leccata nervosa a quel po’ d’Angoscia pistacchio che è rimasta integra - …eppoi la verità è che…- e un morso a quell’accenno di Paura nocciola ancora non squagliata -… mi ci sono affezionato a…- s’aggrappa a questa pausa, trovando per un attimo il coraggio di salpare da vincitore nella pupilla acquosa del dietologo -…insomma sì, gli voglio ormai un cuofano di bene – si afferra la pancia finalmente convinto - a ’sto benedetto bambino.”