martedì 27 dicembre 2016

La Grande Magia de "La Locandina" di Pagani.

La grande Magia di Eduardo De Filippo, commedia in 3 atti, per la regia di Alfonso Tortora.

Sono già stato qui, al Teatro La Locandina di Pagani. La prima volta, ho assistito alla messa in scena di Tre pecore viziose di Eduardo Scarpetta.
In quella occasione, sono bastate poche battute recitate con maestria dai funambolici interpreti, per fare degli spettatori l'ideale cassa di risonanza degli equivoci, degli infingimenti rappresentati sul palcoscenico. E la distanza, già strutturalmente esigua tra palco e platea, si è azzerata nell'idem sentire attori-pubblico che è la sola, inconfutabile attestazione di successo.
Buona la prima.
Stasera, però, mi sono accomodato nella poltrona armato della penna già intinta nell'inchiostro della stroncatura; come se non bastasse, poi, ho deposto ai lati della poltrona la faretra di lance acuminate pronte a infilzare la tracotanza, la hybris, della Compagnia.
"Voglio proprio vederli, 'sti saltimbanchi de La Locandina, destreggiarsi lungo l'infido margine realtà-finzione proprio de La grande Magia!"
Una sfida, insomma, da far tremare le vene ai polsi allo stesso Eduardo che, forse consapevole della complessità del tema sviscerato anche nell'Enrico IV di Pirandello, ha rappresentato la commedia solo poche volte.
La recita della vicenda che avrebbe dovuto incubare la mia stroncatura, si dipana lungo il perimetro degli occhi spiritati del prestigiatore Otto Marvuglia (un caleidoscopico Carmine De Pascale) che, "appattatosi" con Mariano D'Albino (Alessandro De Pascale, dizione "da libro stampato"), fa scomparire, in un luciferino gioco di magia, l'amante di quest'ultimo, la signora Marta Di Spelta (una suggestiva Teresa Barbara Oliva), esasperata dalla gelosia parossistica di suo marito, Calogero di Spelta (Tonino De Vivo...profondo!). Nel suo numero, il mago è aiutato dalla sgangherata compagna di vita e di palcoscenico, l'eccessiva Zaira (una sopraffina Valeria De Pascale).

La sparizione, come d'accordo, avrebbe dovuto durare non più di un quarto d'ora. Ma che succede se poi i due amanti, all'inizio solo vogliosi di uno scampolo d'intimità, decidono di tagliare la corda per quattro lunghissimi anni?
La magia si concretizza nella scatola consegnata dall'illusionista al marito abbandonato con la raccomandazione di aprirla solo se e solo quando avrà la fede "certa" dell'onestà della moglie. Unicamente a queste condizioni, quindi, la signora Di Spelta, nel più incredibile giuoco di prestidigitazione in cui mago si sia mai cimentato, potrà finalmente riapparire.
Ma, nelle more (termine giuridico che ben è familiare a Renato Giordano, anche lui "capace"parte in commedia) di questo intricato canovaccio, nel faticoso dosaggio tra il freno della realtà e l'acceleratore dell'impressione che solo può convincere il marito tradito della veridicità dell'assurdosi arriva, poi, allo spiazzante epilogo.
Per dirla con Demostenenulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero.
La grande Magia, giocando abilmente tra la vista "relativa" e il fantasmagorico terzo occhio, consuma le ultime battute del III Atto.
Sul palcoscenico stanno furoreggiando le intemperanze verbali del cameriere Gennarino (Peppe Di Maio, la maschera plautina della Compagnia), il siciliano ottuso del brigadiere di P.S. (uno scenografico Peppe Tufano); e ancora, le rivendicazioni della cinica cognata di Di Spelta (la deliziosa Rosaria Argentino) accompagnate dalle lacrime quarantennali della di lei suocera Matilde ("vera" Monica Civale). Infine, per ultimi ma non ultimi, ecco i commenti pettegoli della Signora Locascio (una frizzante Rosalba Canfora), della Signora Zampa ("stilosa" Letizia Vicidomini) e il sorriso complice di Gervasio Penna (al secolo, un rassicurante Lello Tortora).
Alla fine della rappresentazione, dopo il sipario ultimo dei saluti, l'inchiostro della mia bic si redime in questo articolo di apprezzamento; la mia faretra, invece, quasi fosse protagonista di una de Le metamorfosi di Ovidio, si muta in una cornucopia di convinti applausi.
La grande Magia portata in scena dalla Compagnia La Locandina di Pagani è artigianato puro in un mondo, quello del teatro, dove troppo spesso è la standardizzazione a farla da padrona.
Chapeau, ragazzi!

domenica 18 dicembre 2016

Dante è meglio di Harry Potter, credete a me.

Fidatevi, miei assidui venticinque lettori, Dante è meglio, ma molto meglio di Harry Potter.

Alla soglia dei quaranta, nel mezzo del cammin di mia vita (il giro di boa per Dante si fermava a trentacinque anni ma, si sa, la vita s'è allungata), m'è venuto lo sghiribizzo di rileggere l'Inferno.
Ebbene, dopo aver seguito il rumore del ruscello che ha condotto Dante e Virgilio fuori dalla selva oscura, nell'emisfero australeancora ammaliato dalla divin arte dell'Alighieri, non posso che riconoscere la supremazia di Dante sul maghetto Harry Potter.
Partiamo dalla constatazione che tutti i generi presenti nella saga della Rowling trovano piena cittadinanza anche nella Divina Commedia.
La magia? E come non rivelarla, ad esempio, nella selva dei suicidi? Qui, in un bosco orrido e strano, pieno di arbusti contorti e spinosi Dante, su invito di Virgilio, spezza una fraschetta.
Perchè mi schiante? Perchè mi scerpi? 
E' il grido di dolore frammisto al sangue che fuoriesce da Pier della Vigna, insigne ministro di Federico II tramutato, al pari degli altri suicidi, in pianta di basso fusto.
L'avventura? E come può definirsi, se non anche avventuroso, il viaggio di Ulisse al di là di dov'Ercule segnò li sui riguardi acciò  che l'uom più oltre non si metta?
Il mitologico? Puah, a bizzeffe! Il gigante Anteo, alto sessanta braccia, invincibile perché la madre Terra gli dà nuove forze non appena tocca terra che, lusingato dalle parole di Virgilio, depone lui e Dante sul fondo ghiacciato del nono cerchio; e ancora il gran veglio che a Creta, dentro il monte Ida, sta ritto con le spalle volte all'oriente e il viso verso Roma. Ha la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro; quello destro sul quale si appoggia, invece, è di terracotta. Ebbene tutte le parti del Veglio di Creta, ad eccezion del capo, sono solcate da fessure: attraverso di esse gocciolano le lacrime che scendono nell'Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, i quattro fiumi infernali.
Il pathos? C'è tutto, ex multis, nell'apparizione di Cavalcante De' Cavalcanti che, sorgendo dall'arca e vedendo Dante, gli chiede come mai, essendo egli qui per altezza d'ingegno, non sia accompagnato da suo figlio. Il sommo poeta, allora, risponde che l'assenza è probabilmente da imputare al fatto che Guido ebbe a disdegno la teologia.
Come? dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?
L'attimo d'esitazione di Dante male interpretato da Cavalcante, fa sì che l'afflitto padre supin ricadde e più non parve fora.
L'amore? Scontato è il rimando, primo fra molti, all'abusato amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona di Francesca da Rimini.
E lo humor ne l'Inferno di Dante? Certo che è presente. A questo proposito, si deve uscire dall'errore (molte volte alimentato da una cattiva vulgata proprio della scuola) di un Dante arcigno, a tal punto coerente e intransigente da non abbandonarsi mai, né in vita né nelle opere, al sorriso o all'ironia. Nulla di tutto questo. A chiusura del canto XXI, infatti, il ed elli avea del cul fatto trombetta di Barbariccia, sconcio quanto emblematico segnale sonoro agli altri compagni, certifica la presa in giro degli strampalati diavoli a danno proprio di Dante e Virgilio.
Per quanto riguarda la divinazione, il profetico-allegorico, poi? Valga, per tutti, il veltro evocato da Virgilio come unico "animale" in grado di far morir con doglia la lupa della cupidigia, la cui sua nazion sarà tra feltro e feltro
Orbene, il feltro è un panno modesto che può far pensare a umili origini del salvatore, ma anche alla provenienza da un ordine religioso. Il feltro, però, può rimandare pure al concetto di elezioni democratiche: di feltro, infatti, erano foderate le urne in cui si deponevano i voti per l'elezione dei magistrati. Qualcuno, infine, volle vedervi addirittura una designazione geografica: Feltro, starebbe per Feltre, località in cui il redentore sarebbe dovuto nascere.
La paura? E come non provarla al cospetto del gigantesco Lucifero conficcato nel ghiaccio della Giudecca da cui esce da mezzo il petto? Una sola, immensa testa dotata di tre facce di colore diverso, sotto ognuna delle quali sono allocate due smisurate ali di pipistrello: è dal movimento di queste che scaturisce il vento che ghiaccia Cocito.
Ma vi è di più. Dai sei occhi fuoriescono lacrime che si mescolano alla bava sanguinosa delle tre bocche in cui vengono maciullati in eterno tre peccatoriGiuda, che viene anche sgraffignato, dalla parte della testa; Bruto e Cassio, invece, inghiottiti dalle gambe.
In conclusione, tutti gli ingredienti dell'occhialuto Harry Potter sono presenti nell'Inferno del sommo poeta, con un'ovvia chiosa: il lettore che riuscirà a rimanere nella scia del e quindi uscimmo a riveder le stelle di Dante, verrà catapultato in un firmamento di cultura e sapienza che nessun Avada Kedavra potrà mai annientare o depotenziare.


sabato 10 dicembre 2016

Puttana, Salerno (storia di una perdizione)!


C'era una volta la fatina Salerno, pulzella vereconda e pudica, che venne in sposa a un contadinello.

Salerno, come kimberlite che ha in nuce il diamante, era di una bellezza ascosa che appariva solo agli occhi innamorati del suo uomo.
Attraverso il mare e fin sulle colline irrorate dal sole, venne il male che si portò via l'amore di una vita.
Ma Salerno aveva una nidiata di figli. Salerno aveva il dovere di andare avanti.
Inchiavardato il cuore nelle segrete della malinconia, l'incantevole Salerno si perse nella città.
E via le gonne slabbrate. Alla malora l'incarnato di un viso troppo naturale per lo smog del centro.
Nel breve volgere di qualche luna, Salerno s'intonò con la modernità.
A un caffè sulla litoranea, incontrò un uomo.
Anche questo giovin signore odorava di fieno. Pure cotal cavaliere riluceva di filari stesi al sole.
Salerno, allora, ripescò il suo cuore dagli abissi della malinconia, e lo disserrò.
E vennero lustri magnifici. Salerno, ormai diamante raffinato, divenne incantevole. Tutti venivano a guardarla.
Eppure, eppure.
Qualcuno obiettò: <Ma Napoli, è sempre Napoli!>
L'ambizioso compagno, allora, volle conoscere questa giovane maga, Napoli per l'appunto, che osava mettersi a paragone con la sua Salerno.
Bella, era bella. Ma quant'era malandrina, disordinata e arruffona!
Eppure, eppure.
Dopo la conoscenza della conturbante Napoli, il moroso sembrava non essere più lo stesso.
Salerno era una fatina, stupenda per la sua natura. Napoli, un'ammaliatrice di diversa fattura e complessione.
Più e più volte l'insano compagno chiese a Salerno di tradire la sua essenza.
Ad un certo punto, la sventurata rispose.
Cominciò a riempirsi di lustrini, di paillettes sempre più scoscese sulle zeppe chilometriche.
Iniziò a frequentare ancora più persone che potessero apprezzare la sua bellezza.
Fece la spola tra visagisti all'ultimo grido e tra chirurghi dall'anima plastica.
La Salerno dolce di un tempo, trascurò del tutto i suoi figli.
Capiva che avrebbe dovuto abbandonare quell'uomo che la stava svendendo nei lupanari del potere.
Ciononostante, come soggiogata da quel fine dicitore, non riusciva a distaccarsene.
Eppure, eppure.
Proprio adesso, in questo periodo che si approssima al natale, dove ormai i ninnoli luccicanti hanno strozzato l'anima della perduta Salerno, vorrebbe non aver mai disserrato quel cuore abbandonato alla malinconia.
Tra le ferite di un corpo disfatto dall'abuso, quella piccola Salerno che fu, pensa ancora al suo contadinello sperso nella dimensione del sogno.
E una lacrima, che sa di disperazione e di ribellione, scende giù dalle rigide gote.
Il tempo di un blitz.
Un'altra vagonata di clienti s'approssima alla stanza.
Salerno è qui, carne esausta, da imbrattare con l'ultima voglia.
<Puttana, Salerno!>

sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro e l'infernale picciola barca.


La Storia, a volte, si diverte a intrecciare coincidenze, fino a farne trame di pregevole fattura.
Il 25 novembre 2016, giorno e mese della morte del Leader Maximo Fidel Castro, si sovrappone a un altro 25 novembre, stavolta di ben 60 anni fa.
All'una e trenta della notte tra il 24 e il 25 novembre 1956, una barca pagata solo a metà, ancora di proprietà di un gringo la cui unica colpa è quella di avere una nonna con un nome alquanto insolito (Granma), accende i due motori e, a luci spente, inizia il suo epico viaggio. 
E' una notte di pioggia sferzante e vento forte.
Quella barca, il Granma per l'appunto, che qualche osservatore ben a ragione ha definito "un vascello per nani, e nemmeno tanti", con la chiglia danneggiata dal ciclone dell'anno prima, si trova, suo malgrado, a trasportare ottantadue giganti.
L'anelito di libertà, è risaputo, supera di gran lunga qualsiasi capacità umana.
Eccolo, Fidel, intabarrato nell'ardore dei suoi ideali, mentre viene sferzato dalla tramontana che spazza il Golfo del Messico.
"Fidel mi diede l'impressione di essere un uomo straordinario. Le cose più impossibili erano quelle che affrontava e risolveva. Aveva una fede eccezionale nel fatto che, una volta partito per Cuba, ci sarebbe arrivato; che una volta arrivato, avrebbe combattuto. E che combattendo, avrebbe vinto."
E' dell'Ernesto Che Guevara de La Serna, questo giudizio su Castro. Già, anche lui, come Fidel, stipato sul Granma, in preda a un attacco di asma feroce che il salvifico inalatore, immolato all'ordine di Fidel di partire subito con quello che avevamo a portata di mano, per evitare che il traditore (!) avvertisse la polizia, non può disinnescare.
E' un'accolita di visionari, di irresponsabili temerari, quella che la notte tra il 24 e il 25 novembre del 1956, si ammassa sullo scafo dell'imbarcazione.
A Cuba, meta di quel folle viaggio, li aspettano un dittatore sanguinario, più di trentacinquemila uomini pronti allo scontro, un esercito equipaggiato con carri armati, dieci navi da guerra, settantotto aerei da combattimento.
Eppure Fidel e il Che, avvocato l'uno, medico l'altro, entrambi amanti della lettura in un mondo di mostrine semianalfabete, conoscono il c.d. fattore X teorizzato da Tolstoj in Guerra e Pace.    
"In guerra la forza degli eserciti è data dal prodotto della massa dei soldati moltiplicata per qualcos'altro, uno sconosciuto fattore X. (...) X è lo spirito di corpo, il maggiore o minor desiderio di combattere e di far fronte ai pericoli a vantaggio di tutti i soldati che compongono l’esercito, che è diverso dal porsi la questione se essi stanno combattendo con comandanti geniali o no, con randelli o con un’arma da fuoco che spara trenta volte al minuto."
Ed è proprio facendo leva su questo spirito rivoluzionario degli intrepidi ottantuno barbudos che Fidel, in una notte di sessanta anni fa, guarda sfrontato oltre le nebbie che covano la sua rivoluzione.
25 novembre 2016. Stasera, tra le volute del chilometrico sigaro, eccoti, compagno Fidel, mentre aspetti ancora una volta una picciola barca.
Avviluppato dalla nebbia, l'attesa dura poco. E non appena la lattiginosa coltre si slabbra, ti sorprendi a sorridere alla vista del Caron dimonio con occhi di bragia e con basco d'ordinanza che ti indica la murata della barca: Granma.
Hasta la victoria siempre, Comandante, e la piccola imbarcazione con ottantadue compagni a bordo salpa irriverente verso l'ennesima, infernale rivoluzione.  

martedì 22 novembre 2016

Il caffè, lo specchio, la barca: ah, che rebus!

La canzone Rebus (1979) di Paolo Conte dura poco più di due minuti.

Velocità silenziosa ed esaustiva.
Una pennellata d'autore che sopra un letto di pianoforte e riflessioni, insegue il senso della visione.
La sfida è di quelle che l'avvocato appassionato di enigmistica, tra uno sberleffo compiaciuto e un bemolle sornione, è certo di poter vincere: il rebus, uno dei tanti affrontati e risolti al riparo delle colline astigiane, grazie a una fulminea intuizione.
Sì, proprio un lampo giallo al parabrise.
Mentre rimugina tasti e pensieri, s'impegna ad accordare immagini con significati.
Cercando di te.
Il baffo che custodisce la voce filtrata attraverso sabbia e whisky, biascica il tema del rebus: cercando di lei, per l'appunto.
Un vecchio caffè. Con dentro uno specchio. Nello specchio, il mare. Dentro il mare, una piccola barca.
Gli indizi scenografici sono questi.
La sigaretta abbandonata in preda alla riflessione, s'involve in volute di connessioni.
Seconda quartina.
Un altro caffè. Con dentro uno specchio. Nello specchio, il mare. Dentro il mare, una piccola barca.
Le dita sul pianoforte interrogano con maestria ripetizioni, rimandi.
Una prima barca che porta ad un secondo caffè. Il suggerimento di un'altra traversata, con l'ennesima barca pronta per lui, sempre alla ricerca di lei.
Il sorriso della comprensione. Il tempo di un mugolio risolutore.
Il giro in cerca di lei, è turistico. L'amore agognato, il tema del rebus, è una mistificazione. E già perché, rivela il Maestrochi affitta le barche è anche il padrone di tutti i caffè.
Conflitto d'interessi incompatibile con la liberalità dell'amore.
Compiaciuto per la soluzione del rebus, il pianoforte tuttavia approda, tra la rabbia e la disillusione della rivelazione, al porto mercantilistico del paga di qua, e paga di là, noleggia una barca e prendi un caffè.
Nell'ultima terzina, l'amara considerazione:
Ah, è meglio star qui a guardare
i pianeti nuotare davanti a me
nell'oscurità del rebus
Malgrado tutto, poco male! Ancora una volta, dall'alto dei suoi ottant'anni di poesia e musica, lo smaliziato Conte troverà conforto nella ricerca di un po' d'Africa in giardino, tra l'oleandro e il baobab. 
Alcuni luoghi sono un'enigma; altri, una spiegazione.

venerdì 18 novembre 2016

Il NO del Referendum e il "Mille e non più Mille".

Sia chiaro: al Referendum costituzionale del quattro dicembre, voterò e farò votare, per quel rimasuglio di ascendente che ancora ho su qualche familiare-amico troppo pigro per formarsi un'opinione, No.

Voterò No perché ritengo la riforma introdotta dal Governo (e già solo questo particolare, "introdotta dal Governo", per l'appunto, e non su iniziativa del Parlamento, mi persuaderebbe a votare così) pasticciata, farraginosa e, diciamola tutta, pericolosa per gli equilibri costituzionali.
Matteo Renzi con il suo progetto di riforma, assomiglia tanto a mio zio Ermenegildo che, ignorante di meccanica come il nostro presidente lo è di diritto costituzionale, entrambi convinti, l'uno (mio zio), di riuscire a riassemblare il motore della macchina, l'altro (il premier), di riformare in maniera efficientistica la Magna Chartasi trovano in mano, al termine dell'armeggio, qualche valvola in più e un certo numero di incrostazioni costituzionali in soprannumero.
Senza contare che né il motore né la Carta costituzionale saranno in grado, dopo l'improvvida manomissione, di "funzionare".
Premesso ciò e ribadito il mio No convinto alla riforma, quello che non mi piace, perché lo ritengo addirittura contrario alla stessa causa del No oltreché indice di malafede quando non di ignoranza etimologica , è l'esagerazione, il ricorrere a lemmi (dittatura, colpo di Stato, regime et similia) che hanno il solo scopo di far ammuina, creare allarmismo.
Mille e non più Millesi gridava invasati per le piazze, vaticinando la fine del mondo per l'avvento del millennio. Poi il millennio è arrivato, e si è dovuti prendere atto che tutto continuava più o meno uguale.
Si badi bene, con questo non voglio dire che la vittoria malaugurata del Sì al referendum non cambierebbe niente o, peggio, che sarebbe analoga alla vittoria del NO. Nossignore, non sono un nichilista né un ignavo che trascina la sua vita sanza 'nfamia e sanza lodo nell'aura sanza tempo tinta.
Semplicemente, parafrasando un mai troppo abusato Nanni Moretti, ritengo che le parole siano importanti. E proprio perché ossessionato dalla loro importanza, penso sia giusto parlare un linguaggio di verità.
La vittoria del Sì, provocherebbe numerose storture nell'equilibrio costituzionale, aumenterebbe i conflitti tra le Camere, accentrerebbe il potere nel Capo dell'Esecutivo, e siamo d'accordo. Ma sicuramente non sarebbe corretto parlare di dittatura in caso di sua vittoria, ad esempio, anche per il grandissimo rispetto che dev'essere tributato a chi davvero si è trovato a subirla, la dittatura. Non solo: confrontandomi con molte persone, mi sono fatto l'idea che l'esagerazione, lo sparare alto (terminologicamente e contenutisticamente) magari solo con l'intento di conquistare un No in più, molte volte rende diffidente l'interlocutore che istintivamente pensa: "Possibile che se voto sì viene la fine del mondo? E allora uno come Veltroni, che fa le campagne di sensibilizzazione in Africa, che fa, vuole la dittatura in Italia?"
Al di là dell'ironia, ritengo sia questo il ragionamento che nasce nella testa dell'alluvionato dalle iperboli elettoralistiche che potrebbe, ormai sfiduciato nei confronti del tizio che gli prospetta scenari sì foschi, addirittura votare contrariamente, quasi per dispetto, a quanto raccomandatogli con foga degna di miglior causa.
P.S. Ho parlato delle "nostre" esagerazioni. A quelle del Sì che stanno riesumando lo spread di montiana memoria oltreché minacciando la piova etterna, maladetta, fredda e greve che si abbatterebbe sul suolo italico alla vittoria del No, non val la pena nemmeno accennare.
Insomma, e per concludere, votiamo e facciamo votare No, sempre facendo leva sul buon senso dell'argomentazione e rifuggendo dalle esagerazioni. Ce lo chiedono, innanzitutto, le nostre amate parole.
Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle. (La manomissione delle parole, G. Carofiglio, Rizzoli, 2010)


venerdì 4 novembre 2016

Il pianoforte della prozia che mi salvò dal terremoto.

L'ultima volta che ho visto il pianoforte della prozia, è stato l'anno scorso, in occasione del trasferimento a Norcia.

Ora sta confinato nel sottotetto, in compagnia del ciarpame reietto di cui nemmeno l'inafferrabile topo Lupin riesce a sbarazzarsi definitivamente.
E' bruttissimo il pianoforte della prozia. Nero come una maledizione, vecchio come il respiro del mondo, squinternato alla maniera del cervello dell'antenata che sola, in più di cento cinquant'anni di miserie familiari, ha avuto la voglia di suonarlo.
Fosse stato per me e per mia moglie, lo avremmo volentieri affidato alle sapienti mani di Karol.
<Mister, cinquo minuti, e ne facemo gabia per coccodè!>
E Karol ride. E io avrei senza dubbio foraggiato la sua risata se non fosse stato per la fissazione di mammà.
Il pianoforte della prozia, per una sorta di lascito testamentario della sciroccata pianista, deve tramandarsi di generazione in generazione pena, recita ancora terrorizzata un' invasata mammà, la rovina della famiglia. Ma vi è di più: la leggenda vuole che qualora si resista (e ci vuole un bel coraggio dopo più di cento cinquant'anni!) nel sopportare la rovinosa presenza, addirittura una non meglio precisata salvezza passerà proprio per il derelitto pianoforte.
Com'è come non è, sta di fatto che anche in quest'ultimo, si spera definitivo trasferimento, il primo oggetto che è stato portato nella nuova casa di Norcia, è stato proprio quello che ormai è lo scheletro del pianoforte della prozia.
Stizzito per questa ineluttabile compagnia, mi sono vendicato inchiavardandolo in un'armatura di panno e scotch più raffazzonata dell'unica corda che, a detta di un amico incuriosito dalla vestigia musicale, ancora si ostina a dar voce a un sinistro sol grave.
Il 30 ottobre 2016, alle 07:38, nella mia nuova vecchia casa di Norcia prospiciente la basilica di San Benedetto, un suono mi si pianta in testa. Un sol grave, profondo come le viscere della paura, allarma il mio patrimonio genetico.
Balzo nella cameretta di Vinicio, lo agguanto ancora incaprettato nelle lenzuola del risveglio.
Un secondo dopo sono a vincere, con l'esperienza maturata in più di cento cinquant'anni, la ritrosia di mia moglie ad abbandonare la casa.
07:40, l'inferno. E mi trovo dal lato opposto della basilica a osservarlo dalla prospettiva dell'unica testimonianza rimasta in posizione verticale.
Il pianoforte della prozia Lucia, e la sua corda di sol grave.

domenica 30 ottobre 2016

"La Camorra e le sue storie", Gigi Di Fiore, UTET, 2016.

Ieri sera, alla libreria Feltrinelli di Salerno, per iniziativa dei Meridionalisti Democratici, è stato presentato il libro del giornalista e saggista Gigi Di Fiore, La camorra e le sue storie, UTET, 2016.

A moderare l'incontro, l'avvocato nonché responsabile provinciale dei Meridionalisti Democratici di SalernoGuglielmo Grieco, che ha avuto l'indiscusso merito di allestire un parterre di vero spessore e di profonda competenza. Oltre all'ottimo Gigi Di Fiore, cantore adamantino di un meridionalismo scevro da orpelli e mistificazioni vi è stata, infatti, la presenza del professor Marcello Ravveduto, storico e scrittore (anche del fenomeno camorristico) di indubbie capacità e quella del giornalista Antonio Manzo, firma di prestigio de Il Mattino.
A leggere i nomi che avrebbero animato la presentazione, almeno per chi non avesse avuto la fortuna di conoscere Gigi Di Fiore e gli illustri relatori di cui sopra, il rischio della discettazione pedante e autoreferenziale era dietro l'angolo. E invece, grazie alla vibrante e appassionata disamina del tema camorra, prima ancora che dell'ormai best-seller di Di Fiore (La camorra e le sue storie, in realtà, è una riedizione aggiornata dell'omonimo libro del 2005), la sala della Feltrinelli ha riesumato, tra le altre cose e suggestioni, lo stereo a cassette del Patrizio degli anni '80 che, dopo aver messo in guardia ' o Tribunale ("condannando me minorenne, non fai altro che condannare 'a miseria e Napule") purtuttavia, alla fine della canzone, rivolge un invito accorato allo stesso Tribunale affinché gli insegni a studiare.
Ed è proprio dal confronto con questa (comunque) voglia di riscatto, di affermazione sociale dell'ormai secolo scorso, che il videoclip dei giorni nostri ne esce svilito per la sua vacuità, il suo nichilismo sconcertante: il baby neo-melodico delle innumerevoli visualizzazioni su YouTube, infatti, non ha più nulla da chiedere. Alla mamma che lo invita a studiare, risponde una porta sbattuta (eccolo il rumore del colpo di pistola-colpo di grazia di ogni anelito di redenzione) che amplifica l'inutilità di qualsivoglia esistenza al di là e al di fuori della camorra.
Per tutta la lunghezza della sala Feltrinelli, poi, si materializza (e tutti  gli astanti col naso all'insù) una strada, via Nuova San Marzano di Scafati, che per decine di anni è stata la garanzia d'impunità del clan Galasso, almeno fino a quando qualche magistrato non ha trovato la voglia e il coraggio di attribuirle una competenza territoriale (nel caso specifico Napoli, ma poteva essere anche Salerno, data la natura di terra di confine fra le due province di Scafati) per rianimare una Giustizia al collasso da troppi lustri.
E ancora i "quartieri-Stato divenuti zone franche in cui il regime repubblicano è stato sostituito dall'autorità dei clan"i venticinque colloqui "istituzionali" con il boss Raffaele Cutolo che sembravano presagire una sua collaborazione svanita, però, non appena sono entrati in gioco pezzi deviati dello Stato.
La Camorra e le sue storie di Gigi Di Fiore è un saggio scritto con il pathos e la cadenza del romanzo. D'altra parte, è lo stesso scrittore a confermarci come alla base delle sue fonti non ci siano soltanto gli atti giudiziari, ma anche numerosi libri, film e rappresentazioni teatrali (come non citare, al proposito, Il Sindaco del rione Sanità di Eduardo De Filippo?), oltre che colloqui e interviste con persone facenti parte a vario titolo del mondo camorristico; il tutto, per dare a quest'opera il taglio accattivante (tentativo, ci sentiamo di dire, perfettamente riuscito)  in grado di tenere avvinta l'attenzione del lettore fin dalle prime pagine.
Alla fine di questa illuminante presentazione, lo scrittore ci confessa che una delle sue paure, nella redazione del libro, era quella di rendere fascinosi i personaggi di camorra fino a trasformali, così, in veri e propri modelli. Fortunatamente, però, come gli ha confermato un suo lettore in un precedente incontro (e qui gli occhi di Gigi Di Fiore ancora sorridono per lo scampato pericolo), tutti 'e malament fanno una brutta fine.
La sala ammaliata, quindi, va via con il ricordo dello scrittore di Petru Birladeanu, rom di nazionalità rumena, ucciso mentre suonava il suo organetto nella stazione di Montesanto (dopo la sua morte a lui intitolata nonostante il nostro tempo fatto di Gorino e Giungle di Calais) da proiettili vaganti sparati da pistole di camorra.
Gilles Vigneault diceva che la violenza (e la camorra è la massima espressione della violenza) è una mancanza di vocabolario. E allora, Di Fiore, sulla scorta del suggerimento di Paolo Siani, fratello di Giancarlo, ci invita a insegnare questo vocabolario fin dalle scuole materne: già alle elementari, ci mette in guardia lo scrittore, le parole della legalità e della coscienza civica potrebbero risultare troppo ostiche.

venerdì 21 ottobre 2016

"La giostra degli scambi", di Andrea Camilleri, Sellerio 2015.

Leggere il Montalbano di Camilleri, magari uno degli ultimi come in questo caso, ha il sapore del ritorno a casa.

E sì perché, dopo un più o meno lungo viaggio tra le pagine di altri libri, dopo essere stati catafottuti in anfratti claustrofobici o, di converso, in esangui pozze di impressioni e suggestioni altre, l'approdo (l'ennesimo) a Vigata, sullo scoglio chiatto proprio sotto il faro dove Montalbano si fa la passiata (un pedi leva e l'autro metti) appena soddisfatto il pititto lupigno con pasta al nivuro di siccia, triglie allo scoglio e frittura di calamaretti,  ha il fascino della strada che sa di bucato e ragù dopo un anno di Fifth Avenue.
Questo Montalbano di Camilleriassugliato dalle vicchicaglie del tempo, riesce ancora una volta, come nelle migliori pillicole 'mericane, a venire a capo di una storia dove tutto sembra trovarsi in un posto diverso, scangiato, rispetto a quello indovi le cose stesse si dovrebbero attrovari: la giostra degli scambi, per l'appunto.
Eppure, malgrado, nell'ordine, il tiatro di ben tre sequestri di persona messi in scena senza torcere un capello (almeno nei primi due) e senza rubare niente alle malcapitate di turno; nonostante la farfanteria della scenografia pure apparecchiata di una possibile rivalsa contro gli istituti di credito; a dispetto dell'aver individuato (troppo presto, per gli scafati lettori del Camilleri-Montalbano) il puparo dell'opira dei pupi, il commissario Montalbano si arritrova, alla fine della giostra, di pirsona pirsonalmenti come direbbe Catarella, di fronte all'eterno guazzabuglio dal quale prende le fattezze ogni assassino e, soprattutto, ogni movente delle storie di Camilleri: l'abisso, insondabile e imprescindibile, dell'animo umano. A ben vedere, topos, quest'ultimo, praticamente incontrato in ogni indagine di Montalbano ma che adesso, ancora di più (ed eccola, la metabolizzazione della vecchiezza), affascina e arricchisce in primisi il commissario, in secunnisi il lettore.
A Camilleri occorre il saltafossoil trucco per avere la confessione finale. E' indispensabile, però, scegliere il momento giusto, il fiat passato il quale non ci sarebbe soluzione alcuna perché, perso quello, movente e assassino scomparirebbero in un vidiri e svidiri.
<Ora!> disse a se stisso il commissario. <Ora che si sta rilassanno, ora che si senti fora periglio, ora che ha abbasciato le difise...>
In alcuni punti più farraginoso di altri libri di Camilleri incentrati sulla figura del commissario Montalbano, La giostra degli scambi è il romanzo del rovello interiore del protagonista (testimoniato anche da un utilizzo più diffuso del dialetto), alle prese con un'età che non gli consente più la notatina dalla spiaggia di Marinella alle setti di matina ma che, in fondo in fondo, lo appaga per la sempre maggiore 'spirienza circa l'animo delle persone e le cose del mondo.

sabato 15 ottobre 2016

Odiosi Viceré di De Roberto, eppure già mi mancate!

I Viceré? "Un'opera pesante, che non illumina l'intelletto come non fa mai battere il cuore."

La causa.
Federico De Roberto? La sua scomparsa, a poco più di sessantasei anni, passò per lungo tempo quasi inosservata nell'ambiente culturale nazionale.
E quest'ultimo, automatico come gli interessi della cartella esattoriale, è l'immancabile effetto.
Ora, mi domando e dico: come poteva essere diversamente se l'autore della stroncatura de I Viceré di De Roberto è addirittura quel Benedetto Croce per mezzo del quale, all'indomani dell'apparizione del suo saggio Perché non possiamo non dirci cristiani (1942), anche i mangiapreti più incalliti non riuscivano più a professarsi atei?
Ebbene, pienamente d'accordo con Sciascia che giudica I Viceré di De Roberto, "dopo i Promessi Sposi, il più grande romanzo che conti la letteratura italiana", debbo registrare una clamorosa, forse l'unica, cantonata del Croce, proprio a proposito del suo giudizio sul capolavoro di Federico De Roberto.
I Viceré, questa "manica di ladri" (Verga) blasonati, hanno catturato la mia attenzione a ritmo di cinquanta e più pagine a notte, facendomeli maledire a ogni piè sospinto e, nello stesso tempo, stanando in me una ridda di passioni che mi hanno tenuto attaccato a loro come l'ubriaco alla bottiglia.
Nelle tre generazioni  della famiglia catanese degli Uzeda di Francalanza che l'opera di De Roberto fa scorrere sotto i nostri occhi, non esiste un personaggio principale; e, cosa ancora più spiazzante, non c'è un solo protagonista che abbia le stimmate della positività.
Nel romanzo di De Roberto il "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" de Il Gattopardo, trova la sua prima e più perniciosa, perché meglio e diffusamente radicata nelle maglie parentali, declinazione. D'altronde, la frase che riassume la filosofia di Consalvo, esponente dell'ultima generazione della stirpe avida, pazza e paranoica dei viceré, è che "la storia è una monotona ripetizione: gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi." E anche quando proprio Consalvo, che pure è stato allattato con il latte rancido del più bieco ossequio alle vestigia reazionarie, per riuscire ad essere eletto deputato, abbraccia il credo democratico, lo fa sempre nella convinzione che il solo titolo di viceré, quasi per volontà divina, è sufficiente al trionfo anche negli ambienti che dovrebbero essere più refrattari alla sua seduzione.

Nella famiglia degli Uzeda di Francalanza non esiste la coerenza tra idee o la fedeltà alle persone. Ed è proprio per questo motivo che, da una parte, lo zio Blasco, monaco gaudente di San Nicola, dopo averne detto peste e corna di Garibaldi, Mazzini e del nuovo Stato "che chiude i conventi", poi non solo compra il Cavaliere, l'appezzamento di terra dove sorgeva il monastero, ma investe anche nei titoli dello stesso Stato fino a un minuto prima esecrato; così come, dall'altra parte, lo zio duca d'Oragua prima si serve di Benedetto Giulente, suo nipote acquisito, per scalare le vette del potere politico, poi preferisce dare il suo appoggio al nipote Consalvo.
Non vi è alcun dubbio, ancora una volta d'accordo con Leonardo Sciascia, che I Viceré "sia il prodotto di una delusione, se non addirittura di una disperazione storica" che ha nell'ironia il filo conduttore; in quell'ironia cioè, che non può che nascere dal confronto e dalla contraddizione tra gli ideali che sembravano dover ammantare l'Italia appena unificata, la loro effettuale attuazione e, ciò che è ancor più disperante, tra la loro ormai conclamata inattuabilità.
Al termine della lettura dell'opera di De Roberto, finisci con l'odiarne tutti i protagonisti; col condannarne le loro intemperanze, la loro debolezza, la loro ottusa aristocraticità.  Eppure, un attimo prima di voltare l'ultima pagina, un momento prima di abbandonarti al sonno dell'ennesima giornata di lavoro, non puoi non pensare che i viceré ti mancheranno; e che ti mancheranno tremendamente proprio non appena ti sfiora il pensiero del mondo di fuori che ti aspetterà l'indomani e che, miracolo della grande letteraturaè rimasto pressoché lo stesso, sia pure con forme, e parliamo solo di esteriorità, diverse.
Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.
Più attuale di così!

mercoledì 28 settembre 2016

Giovi, la poesia antidoto al "si c'o puort, c'o truov":

Giovi, una periferia che la città di Salerno non è mai riuscita a coinvolgere del tutto.


Una sola frazione divisa in una quindicina di "case" e quartieri, sgrammaticata come solo può esserlo una realtà troppo ricca per sottostare ai diktat della sintassi; ebbene, Giovi, il suo pegno alla diversità e alla specificità, l'ha pagato, e pure con gli interessi : alzi la mano il lettore che al sentir parlare di Giovi non abbia pensato, con il sorriso allusivo di chi la sa lunga, al motto che dall'origine dei tempi condanna la nostra terra: "Juov, si c'o puort, c'o truove" (Giovi, se ce lo porti, ce lo trovi).
E' incredibile come una rima possa inchiodare per sempre una frazione al legno ingrato della grettezza più bieca!
Già, una rima. E proprio una rima di una delle oltre 240 poesie presentate alla II edizione del Premio Nazionale di Poesia "Spiga di grano", per una sorta di nemesi storica, viene a costituire l'antidoto più efficace contro l'ingiusto e immeritato epiteto affibbiato a Giovi.
Tutto è iniziato poco più di un anno fa. Come tutte le rivoluzioni, il grimaldello che ha scardinato il pregiudizio è stato un gesto semplice: l'intuizione di un giovane amante della poesia e poeta egli stesso, Angelo Palatucci, subito capita e supportata da una coraggiosa associazione culturale-sportiva, quella delle "Colline di Giovi" (allora presieduta dal dr. Massimiliano Natella e oggi, invece, dal sig. Gerardo Rocchino).
Dall'incontro tra l'idea illuminante e la voglia di crederci, nasce la prima edizione del Premio di Poesia "Spiga di Grano".
E così il "si c'o puort, c'o truov",  inizia a vacillare sotto i colpi della cultura, sola dispensatrice di una generosità capace di intaccare anche i più inveterati e stupidi luoghi comuni.
Il 24 settembre, c'è stata la II edizione del premio predetto.
L'Auditorium della Scuola Media di Giovi, allora, ancora una volta e ancora di più rispetto allo scorso anno, ha fatto da cassa di risonanza ai versi di quella "poesia-eco" prefigurata da Carl Sandburg, che "chiede all'ombra di ballare".
La serata del premio, per evitare che la nave, per quanto strutturalmente inaffondabile, potesse colare a picco a causa dell'impatto con gli iceberg  dei cuori refrattari al bello, è stata affidata alla conduzione dell'ottimo Enzo Landolfi.
Alla fine dell'evento, possiamo dire che anche grazie alla maestria e alla leggerezza "colta" del conduttore, la nave è giunta vittoriosamente in porto.
Sul palco, così, si sono alternati versi (in italiano e in vernacolo), intrecciate rime, sovrapposte età (dalla ragazzina di 11 anni alla nonna di quasi 90), azzerate distanze (sono giunti, alla segreteria del premio, componimenti da tutta Italia, da Cefalù a Milano). In altre parole, si è fatta cultura, mettendo in difficoltà, per la bellezza dei componimenti giunti in segreteria, anche la titolata giuria del premio presieduta dal prof. Andrea Natella.
Per inciso, nota di merito va riconosciuta alla lettrice di molte liriche in concorso nonché, come diremo tra poco, anche di alcuni passi dell'opera presentata nell'occasione del premio, la dott.ssa Sonia Postiglione, che ha dato profondità e ali ancora più robuste al volo delle liriche.
Prima dell'apertura ufficiale della II edizione del Premio Nazionale "Spiga di Grano", come accennavamo, si è svolta la toccante presentazione del libro "Tra sogno e realtà...Dottor Cresta di Gallo ed il suo mondo magico: la fantasia di due bimbi...si trasforma in...Magia...", Pubblisfera Edizioni.
Trattasi di un racconto lungo scritto a quattro mani da Angelo Palatucci ed Emmanuela Rovito in cui, attingendo a quella fantasia che solo può imbrattare le pareti asettiche di un ospedale con l'incantesimo della magia, addirittura il guanto di una sala operatoria può assumere le fattezze di una...cresta di gallo.
E inizia il Sogno capace di redimere le vite dei due piccoli protagonisti, convinti che anche la loro vita, nonostante la problematica partenza, debba fiorire in un tripudio di colori.
Scritto di getto, tra telefonate e chat fb (...), questo racconto è un piccolo Arcobaleno che gli autori, Angelo Palatucci e Emmanuela Rovito, vogliono disegnare nel cielo di coloro che...nella vita vivono o hanno vissuto troppi temporali!
Giunti quasi alla fine di questo pezzo, torniamo al punto di partenza, all'alfa di questo nostro articolo: Giovi, e il suo "si c'o puort, c'o truov". Ma per farlo, abbiamo ancora bisogno del racconto lungo di cui sopra.
Nella penultima pagina, subito dopo i ringraziamenti, i due autori scrivono, con una pudicizia che è propria delle grandi azioni, che "il ricavato (delle vendite, ndr) verrà devoluto alle pediatrie ospedaliere".
Nell'ultima pagine, invece, c'è l'elenco degli sponsor che hanno permesso la pubblicazione di quest'opera.
Attraverso il riflesso di un'ora tarda di fine settembre, mi si squaderna, davanti agli occhi assonnati, l'anima di Giovi. Do una sbirciatina. La vedo riflessa in quella ragazzina di 11 anni che c'invita a rispettare la natura, ma anche nella nonna novantenne che si è messa a scrivere poesie solo adesso, "perché prima era giusto dare la precedenza al vero poeta di casa mia, mio marito".
La scorgo, infine, nel poeta milanese che, dopo uno dei primi naufragi di profughi, ha sentito il bisogno di mettere su carta la tara della sua pietà verso questi disperati.
Stanotte, grazie anche alle iniziative culturali come quelle messe in piedi da Angelo Palatucci, dall'Associazione Culturale-Sportiva "Colline di Giovi" e da tutti gli altri, persone fisiche e enti vari che ci hanno creduto, la mia Giovi non mi chiede niente né, tanto meno, chiede qualcosa agli altri.  Offre soltanto, come solo può farlo un cuore innamorato di poesia.

martedì 20 settembre 2016

Facebook e l'incubo del caschetto biondo

 http://zon.it/facebook-incubo-caschetto/

Dopo il suicidio della povera Tiziana Cantone, tutti gli italiani, a partire da quelli appena capaci di accordare una pariglia di sostantivi a una decina d’indicativi, hanno risposto alla chiamata di Facebook.

E allora, da un popolo di commissari tecnici, eccoci tramutati tutti, con le nostre tavole della legge a tracolla, a soloni della privacy, a censori del così ci si sta su Facebook.
Illusi!  La verità è che Facebook, questa effe pudica su sfondo color pervinca, conosce ognuno di noi; e di ciascuno di noi, le sue paure. Già, proprio come, in “1984”, il Grande Fratello di Orwell conosceva l’unica paura di Winston Smith in grado di farlo consegnare, armi e bagagli, all'annientamento della spersonalizzazione.
La vulgata comune, a proposito del venerabile Licio Gelli, capo indiscusso della Loggia P2, parla di un archivio praticamente sterminato di cui era in possesso. Di ogni uomo, a prescindere che fosse amico o nemico, quel Gran Visir di Licio conosceva vita, morte e miracoli. E tra la vita, la morte e i miracoli, soprattutto le paure. Già, la paura, l'unico sentimento in grado di sottomettere qualsiasi uomo al ricatto perenne.
Eppure nessuno pensa al fatto che, con l’avvento di Facebook, anche gli incubi inchiavardati nelle segrete della nostra coscienza più profonda, potrebbero essere portati alla luce della condivisione. E, in alcuni casi, rovinare per sempre la reputazione che ci siamo costruiti per tutta una vita.
E sì perché Facebook non conosce selezione, non si lascia ammaliare dalle (a volte) rassicuranti correnti del fiume Lete. Nossignore, il social network più famoso del mondo conosce solo l’accumulo, l’affastellamento di ricordi su ricordi che, una volta in rete, possono essere sempre ripescati dagli abissi della sua elefantiaca memoria.
Pigliate, ad esempio il mio, di incubo. Sono un direttore d'orchestra, di quelli che inaugurano le stagioni teatrali. Frequento persone che danno del tu al potere.
Tutto va ben, madama la marchesa.
Ma ho un amico. Che sta su Facebook. Un amico di quelli scemi. Di quelli che t’affatichi una vita a crearti una reputazione e poi…zac, vengono loro, e ti appioppano lo stigma dell’infamia. E quindi, la bussola va impazzita all’avventura, si sbriciolano i teatri,  gli amici raffinati se la svignano, le tue benemerenze s’involgariscono.
E non pensiate che non mi sia dato da fare per arginare il pericolo. Mi sono sbarazzato, come solo ci si può sbarazzare di un accidente, di tutte le foto su Facebook che richiamano quel periodo della mia esistenza. Sono arrivato addirittura a eliminare dagli amici l’amico di cui sopra. Eppure, il mio incubo non mi dà pace.
Una foto, c’è ancora una foto, testimone muta ma più ciarliera di mille pettegolezzi, che mi toglie il sonno e la ragione. Un’immagine dalle potenzialità devastanti, che io, pur tra mille e succulente blandizie, non sono riuscito a far eliminare dal Facebook di quello scemo del mio amico. Che in quanto scemo, ovviamente, è estremamente imprevedibile.
Teatro Verdi. Poco prima dell’ouverture, per la durata interminabile di un minuto, la mia schiatta di frac distinti e di violini aristocratici, guarda incredula il display del cellulare. Poi, quasi in ossequio a un muto intendimento, mi pianta all'unisono il nero e il mogano in cui è impresso il logo di Facebook direttamente negli occhi.
Passata la paura: è una innocua e deliziosa foto che la mia orchestra fa del proprio Maestro in ambasce!
E io, di rimando, li guardo grato, finalmente in grado di far perdere il pomo d’adamo in qualche binario morto delle interiora; in qualche passaggio segreto lontano mille miglia dalla foto di me adolescente, con un improbabile caschetto biondo platino, nell'inequivocabile omaggio al Nino D’Angelo di Nu jeans e 'na maglietta.