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lunedì 9 gennaio 2017

"L'oro di Napoli", di Giuseppe Marotta

L'oro, per rilucere, richiede una certa distanza: solo così l'occhio umano potrà saziarsi dei mille bagliori che vi si irradiano.

Già, proprio come accade con l'albero di limoni di Montale: è solo nelle città rumorose e, quindi lontano dalla campagna, che dal malchiuso portone possono scoppiare le trombe d'oro della solarità.
Giuseppe Marotta, da Milano, da una città e da una condizione economica per molti versi opposte a quella di vicoli e stenti di Napoli, riesce a catturare e a capire l'oro di Napoli dell'immediato dopoguerra.
L'oro è il pane con sale e olio a cui si ricorre quando tutto è perduto: finito il denaro, finito il credito, finite le avemarie, infatti, resta soltanto la poesia del pane con sale e olio.
L'oro!
E come non trovarlo pure nelle pizze a giorno a otto che don Rosario Pugliese prepara gonfie di fondente ricotta e non prive di qualche truciolo di prosciutto in Vico Lungo Sant'Agostino? Si mangiano adesso e si pagano solo fra otto giorni, circostanza, questa, che incoraggia, stimola e potenzia il consumatore. E sì perché, a ben vedere, in otto giorni possono accadere tante cose, non ultima la morte, senza eredi, dello stesso pizzaiolo.
E oro è pure il brodo di polipo di don Gennarino Aprile in cui c'è solo un frammento di polipo che sarebbe opportuno sputare prima di andare a letto ma che, all'occorrenza, si può ricominciare a masticare anche l'indomani mattina e per sempre, in saecula saeculorum: insomma, chiosa un divertito Marotta, il frammento di polipo è il verace antenato del chewing-gum americano.
E come, poi, non rivestire d'oro il culto dei napoletani per gli spaghetti? E già, perché, chi entra in paradiso da una porta, non è nato a Napoli dal momento che, il napoletano, il suo ingresso trionfante nel palazzo dei palazzi lo fa solo scostando delicatamente una tendina di spaghetti. Ma...
Ma l'oro di Napoli è anche il guappo che era un criminale e non lo era. Più che mettersi fuori dalla legge egli le opponeva una sua legge; e lo sberleffo di don Pasquale Esposito? D'oro, anch'esso, si capisce, soprattutto nella sua distinzione tra pernacchio (forte o debole, lungo o corto, massiccio o sdutto, aquilino o camuso ma è sempre maschio, ma è costruttivo e solerte, ma insomma lavora) pernacchia che è molle e pigra, tumida, bianca, sdraiata; insomma, come un'odalisca sui tappeti: femmina.
Aurea, di poi, è la nonna dello scrittore che, se le avessero fatto l'autopsia, le avrebbero trovato una spina dorsale fatta di grani di rosario, sette poste e misteri, così come la gobba di don Ignazio Ziviello che si vanta di tenerci, lì dentro, un angelo custode chiuso a chiave.
Ma anche l'amore a Napoli, capace di generare un figlio dalla prima guagliona con cui ci si è fatto l'amore ben tredici anni addietro, è d'oro; così come lo è la verde e accigliata Porta Capuana, palpitante tra i vapori diffusi dalle immense teglie delle friggitorie. E i Quartieri che Dio creò per sentirvisi lodato e offeso il maggior numero di volte nel minore spazio possibile? Certo che son dorati, ci mancherebbe!
L'oro di Napoli, inoltre, non risparmia nemmeno le divinità: la mamma schiavona di Montevergine, dove gli squarcioni, tra una preghiera e un voto, fanno a gara a chi ostenta più lusso; San Giuseppe, che nel mese di giugno,  siede con gli scugnizzi sul marciapiede o sulla stanga di un carretto di cocomeri o su una ringhiera o su niente.
Nella Napoli d'oro di Marotta, raccontata senza stereotipi o stupido folklore, senza pietismo e senza retorica ma solo con sentita partecipazione, è d'oro la stessa Morte perché ogni uomo, a Napoli, dorme con sua moglie e con la morte; in nessun paese del mondo la morte è domestica e affabile come laggiù tra Vesuvio e mare.

domenica 30 ottobre 2016

"La Camorra e le sue storie", Gigi Di Fiore

Ieri sera, alla libreria Feltrinelli di Salerno, per iniziativa dei Meridionalisti Democratici, è stato presentato il libro del giornalista e saggista Gigi Di Fiore, La camorra e le sue storie, UTET, 2016.

A moderare l'incontro, l'avvocato nonché responsabile provinciale dei Meridionalisti Democratici di SalernoGuglielmo Grieco, che ha avuto l'indiscusso merito di allestire un parterre di vero spessore e di profonda competenza. Oltre all'ottimo Gigi Di Fiore, cantore adamantino di un meridionalismo scevro da orpelli e mistificazioni vi è stata, infatti, la presenza del professor Marcello Ravveduto, storico e scrittore (anche del fenomeno camorristico) di indubbie capacità e quella del giornalista Antonio Manzo, firma di prestigio de Il Mattino.
A leggere i nomi che avrebbero animato la presentazione, almeno per chi non avesse avuto la fortuna di conoscere Gigi Di Fiore e gli illustri relatori di cui sopra, il rischio della discettazione pedante e autoreferenziale era dietro l'angolo. E invece, grazie alla vibrante e appassionata disamina del tema camorra, prima ancora che dell'ormai best-seller di Di Fiore (La camorra e le sue storie, in realtà, è una riedizione aggiornata dell'omonimo libro del 2005), la sala della Feltrinelli ha riesumato, tra le altre cose e suggestioni, lo stereo a cassette del Patrizio degli anni '80 che, dopo aver messo in guardia ' o Tribunale ("condannando me minorenne, non fai altro che condannare 'a miseria e Napule") purtuttavia, alla fine della canzone, rivolge un invito accorato allo stesso Tribunale affinché gli insegni a studiare.
Ed è proprio dal confronto con questa (comunque) voglia di riscatto, di affermazione sociale dell'ormai secolo scorso, che il videoclip dei giorni nostri ne esce svilito per la sua vacuità, il suo nichilismo sconcertante: il baby neo-melodico delle innumerevoli visualizzazioni su YouTube, infatti, non ha più nulla da chiedere. Alla mamma che lo invita a studiare, risponde una porta sbattuta (eccolo il rumore del colpo di pistola-colpo di grazia di ogni anelito di redenzione) che amplifica l'inutilità di qualsivoglia esistenza al di là e al di fuori della camorra.
Per tutta la lunghezza della sala Feltrinelli, poi, si materializza (e tutti  gli astanti col naso all'insù) una strada, via Nuova San Marzano di Scafati, che per decine di anni è stata la garanzia d'impunità del clan Galasso, almeno fino a quando qualche magistrato non ha trovato la voglia e il coraggio di attribuirle una competenza territoriale (nel caso specifico Napoli, ma poteva essere anche Salerno, data la natura di terra di confine fra le due province di Scafati) per rianimare una Giustizia al collasso da troppi lustri.
E ancora i "quartieri-Stato divenuti zone franche in cui il regime repubblicano è stato sostituito dall'autorità dei clan"i venticinque colloqui "istituzionali" con il boss Raffaele Cutolo che sembravano presagire una sua collaborazione svanita, però, non appena sono entrati in gioco pezzi deviati dello Stato.
La Camorra e le sue storie di Gigi Di Fiore è un saggio scritto con il pathos e la cadenza del romanzo. D'altra parte, è lo stesso scrittore a confermarci come alla base delle sue fonti non ci siano soltanto gli atti giudiziari, ma anche numerosi libri, film e rappresentazioni teatrali (come non citare, al proposito, Il Sindaco del rione Sanità di Eduardo De Filippo?), oltre che colloqui e interviste con persone facenti parte a vario titolo del mondo camorristico; il tutto, per dare a quest'opera il taglio accattivante (tentativo, ci sentiamo di dire, perfettamente riuscito)  in grado di tenere avvinta l'attenzione del lettore fin dalle prime pagine.
Alla fine di questa illuminante presentazione, lo scrittore ci confessa che una delle sue paure, nella redazione del libro, era quella di rendere fascinosi i personaggi di camorra fino a trasformali, così, in veri e propri modelli. Fortunatamente, però, come gli ha confermato un suo lettore in un precedente incontro (e qui gli occhi di Gigi Di Fiore ancora sorridono per lo scampato pericolo), tutti 'e malament fanno una brutta fine.
La sala ammaliata, quindi, va via con il ricordo dello scrittore di Petru Birladeanu, rom di nazionalità rumena, ucciso mentre suonava il suo organetto nella stazione di Montesanto (dopo la sua morte a lui intitolata nonostante il nostro tempo fatto di Gorino e Giungle di Calais) da proiettili vaganti sparati da pistole di camorra.
Gilles Vigneault diceva che la violenza (e la camorra è la massima espressione della violenza) è una mancanza di vocabolario. E allora, Di Fiore, sulla scorta del suggerimento di Paolo Siani, fratello di Giancarlo, ci invita a insegnare questo vocabolario fin dalle scuole materne: già alle elementari, ci mette in guardia lo scrittore, le parole della legalità e della coscienza civica potrebbero risultare troppo ostiche.

martedì 6 ottobre 2015

Maurizio Sarri e i calli del pianista


Maurizio Sarri…e lo so che mo voi, lettori assidui di questo scribacchino, volete sapere che c’azzecca l’allenatore del Napoli con i calli del pianista, ma se avete soltanto un briciolo di pazienza (cosa non si fa per generare un po’ di suspence!), il busillis “l’è bello” che chiarito.

Procediamo per gradi. La prima volta che sento associare il nome di Sarri al Napoli, è da parte di Pasqualino, napoletano pur residente ad Angri, avvocato nonostante  il suo cursus studiorum si sia incagliato nelle secche delle due procedure.

Ebbene il caustico Pasqualino così sentenzia alla ferale notizia: <Allenatore mediocre, squadra mediocre: chi si assomiglia, si piglia.>

Al mio cervello alternativo, invece, Maurizio Sarri evoca due aneddoti. Il primo, sicuramente vero perché raccontato da lui stesso, quando Samuel Eto’o, al termine della partita Empoli-Sampdoria, si dichiara onorato di conoscere il mister e Sarri, con quel brio toscano contaminato da franchezza tutta napoletana, chiede esterrefatto al giocatore se per caso non lo stia “prendendo per il culo” (“Lui è Samuel Eto’o!”).

Il secondo episodio che si affaccia alla mia memoria, non del tutto accertato ma comunque rivelatore dell’uomo Sarri, è la reazione che pare avesse suscitato in lui la raccomandazione di un giornalista:<Mister, se vuole fare colpo su Berlusconi, si presenti sulla panchina ben rasato (il cavaliere odia i visi trascurati) e in giacca e cravatta.>

Non so cosa abbia risposto Sarri. Mi piace immaginarlo mentre pianta lo sguardo sornione, inutilmente camuffato dalla montatura sgraziata, sulla faccia a culo di gaddrina del Pippo Ragonese di turno.

Com’è e come non è però, sta di fatto che alla partita contro il Milan, mister Sarri si presenta in tuta (cosa che, peraltro, fa sempre) e con una barba così lunga da far impallidire il fosco Barbanera.

E, anche da questo episodio, ecco farsi strada la vulgata dell’allenatore comunista. Diceria, quest’ultima, che troverebbe conferma nelle sue affermazioni oltreché nei suoi comportamenti.

A chi gli chiede, velenoso, se non sembra strano che molti allenatori, nonostante risultati più modesti dei suoi, guadagnino di più, lui risponde secco:

Non scherziamo veramente. Sono figlio di operai, ciò che percepisco basta e avanza. Mi pagano per fare una cosa che avrei fatto la sera, dopo il lavoro e gratis. Sono fortunato.

 Agli allenatori che imparano a menadito la dichiarazione per i momenti difficili, quella per il dì di festa e quella per i periodi sanza infamia e sanza lode stando ben attenti a non scivolare sull’insidia congiuntivo, Maurizio Sarri risponde con la passione per la lettura di autori del calibro, tra gli altri, di Bukowski, Fante e Vargas Llosa.

Ai colleghi che vanno in panca agghindati che manco la star del momento sul red carpet, mister Sarri oppone la tuta da operaio del calcio magari inzaccherata un attimo prima da uno sberleffo di Insigne.

Agli altri mister che diventano tali per naturale cooptazione dal sistema senza, in molti casi, aver mai conosciuto la panchina,  Maurizio Sarri risponde con una gavetta chilometrica partita su una panca di Seconda Categoria del paesello di Stia fino ad arrivare, alla rispettabile età di 56 anni, al Napoli di Higuain e Insigne.

Certo, a completare la disamina del personaggio, ci sarebbe l’intelligenza mostrata nell’abbandonare, dopo appena un paio di partite, lo schema di gioco che tanta fortuna gli ha procurato ad Empoli per sostituirlo con un altro, il 4-3-3, più rispondente al “materiale umano” a sua disposizione (Benitez, tanto per fare un esempio, che pure è una persona intelligente, non ha mai neppure preso in considerazione l’onta di disconoscere il suo credo tattico).

Come non parlare, poi, della personalità di mister Sarri che, al cospetto di un top player come Higuain, addirittura lo stuzzica dicendo che solo impegnandosi di più riuscirà a diventare (e Higuain lo fa!) uno dei migliori attaccanti del mondo.

Qualora tutto questo non fosse sufficiente per apprezzarlo (per me lo è stato fin da subito, checché ne dicesse l’altezzoso Pasqualino), c’è da registrare la risposta che Maurizio Sarri ha dato, non più di qualche settimane fa alle critiche, anche gratuite, di Maradona (“Giocando così, il Napoli non arriverà neanche a metà classifica.”):<Maradona resta il mio idolo, – ha precisato Sarri – può pensare e dire ciò che vuole.”. Una risposta, a ben vedere, figlia dell’intelligenza, della “cultura da libri” e di quell’essere, con tutto il rispetto possibile, figlio ‘e zoccola che solo il popolo napoletano può capire.

Ah, già, dimenticavo: e i calli del pianista?Tu guardi Sarri, le sue spalle strette, la sua tuta a mo’ di seconda pelle, e pensi, sulla falsariga di Pasqualino:”Allenatore perdente.”

Tu guardi una mano tozza, piena di calli, le unghie sporche, e pensi:”Mano da fravcatore.”

In entrambi i casi, sbagli. Il primo è un signor allenatore, il secondo, proprietario di quelle improbabili mani, è un valente pianista.


lunedì 5 gennaio 2015

Il respiro di Napoli (su Pino Daniele)

Il respiro di Napoli, arrochito dalla pietra lavica del Vesuvio, affannato dai miasmi dei roghi tossici, eternato dagli squarci di storia infinita…

…e ancora, il respiro di Napoli, cullato dall’ adda’ passà ‘a nuttata, raccontato dai vicoli stesi al sole, immillato dalla musica delle contaminazioni…: ebbene, il respiro di Napoli è venuto, ancora una volta, meno.

Nei polmoni abusati eppure capaci di sempre nuovi immagazzinamenti di vita, vi è stato un momento di pucundria. Una pausa che ha atrofizzato, sia pure solo per un attimo, gli alveoli che incamerano l’addore ‘e mare e lo trasformano in mille culure.

Il respiro di Napoli si è strozzato in gola. È morto Pino Daniele.

Per trenta secondi, la città si è cristallizzata in un dagherrotipo del tempo presente, eppure già imbrigliato nel passato di un’assenza.

Napule è ‘na carta sporca…

Ogge è deritto, dimane è stuorto, e chesta vita se ne và…

E nui passammo e uaie e nun puttimmo suppurtà e chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se magniano a città…

E ancora, perché i trenta secondi dei grandi si misurano in emozioni, il blues napoletano di un nero a metà, l’oggi è sabato, domani non si va a scuola di ogni ultima ora di religione, il quanto costa la felicità delle prime riflessioni sul senso della vita; infine, l’a me me piace chi dà ‘nfaccia senza ‘e se fermà’, rimuginato davanti a ‘na tazzulella ‘e cafè, quanno chiove e avresti voglia di mettere tutti ‘nfaccia ‘o muro.

Al respiro di Napoli basta anche solo questo primo universo di musica di Pino Daniele, per avvertire l’esigenza di fermare il cuore del suo microcosmo.

Come le era capitato di fare anche per Massimo Troisi, che aveva rivestito di immagini le semiminime e gli accordi della chitarra di Pino Daniele.

Il respiro di Napoli, però, inizia a insufflare aria non appena viene solleticato da un altro garage del Rione Sanità, dove un giovane cerca il riscatto tra le corde di una chitarra; quando viene pungolato da un ennesimo scugnizzo che imbraccia uno strumento troppo pesante di fatica per essere studiato nelle aule leggere del Conservatorio.

Il gorgoglio di vita chiede di poter sfociare in un rigurgito di aria allorquando assiste all’incontro tra un chitarrista e un attore che continueranno a declinare, servendosi di musica e celluloide, il genio di Napoli nel mondo.

Troppa aria viene immagazzinata nei polmoni. È giunto il momento di riattivarsi.

Il respiro di Napoli riprende ancora una volta a dare senso alla vita.

E cammina, cammina vicino ò puorto / e rirenno pensa a’ morte / se venisse mò fosse cchiù cuntento / tanto io parlo e nisciuno me sento…

Addio Pino, e quanto ti sbagliavi nel pensare che la morte potesse rendere afona la tua voce di chitarra e poesia!

martedì 16 dicembre 2014

“Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo”, di Luciano De Crescenzo

Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo”

Una vita dolce come il profumo della sfogliatella gustata al “Pallonetto” di Santa Lucia; anche chiassosa, però, al pari del sole di Napoli che allucca tra i vicoli scarmigliati della città.

Un’esistenza, infine, irriverente alla stregua dell’ingegnere regimental della IBM che si fa rivoluzionare la vita dai filosofi presocratici.

La vita di De Crescenzo ti esplode tra le mani come un carillon di musica e magia abbandonato tra i titoli di Borsa di Piazza Affari. E tra una piroetta della ballerina che da cinquant’anni si ostina a seguire quelle scarne, acute note metalliche e lo sguardo ammirato del rampante finanziere allevato a play station e virtualità, eccoti squadernare davanti agli occhi la serie di personaggi, a tal punto strabilianti da non poter essere altro che veri, della vita dello scrittore: la mamma, che dopo aver criticato un attimo prima l’esibizione in RAI di Ella Fitzgerald (“secondo me, i negri dovrebbero cantare per i negri e i bianchi per i bianchi”), risponde all’intervistatrice telefonica che le chiede un giudizio sull’artista che questa cantante le piace moltissimo perché “se io dicevo che non mi piaceva, quella poi la RAI la licenziava e questo non sta bene: chella è già accussì nera!”; il padre, anticonsumista sfegatato, che impone l’acquisto delle scarpe solo nel negozio di Stefanino Buontempo che, poiché quest’ultimo “aveva mollato, praticamente sull’altare” una loro parente, adesso è obbligato a praticare lo sconto del 30%, “vita natural durante, su tutti gli articoli del negozio”; e poi, ancora, come non citare zio Luigi, ‘o pallista, che giura e spergiura che Hitler non è tedesco, ma nato a Predappio come Mussolini (“…ma può essere che non t’accorgi che è un travestito! Hai visto i capelli che tiene? (…) E il baffetto posticcio dove lo mettiamo? Andiamo: (…) quello è na macchietta, a me me pare Charlot!”)?!

Ma la vita di Luciano De Crescenzo è ricca anche di aneddoti legati al sesso come il racconto della disarmante prima volta, nell’agognato bordello vagheggiato fin dall’adolescenza, in cui “le residue speranze di una già improbabile erezione svanirono di colpo” non appena la puttana di turno, “dopo un rapido sopralluogo per vedere se avessi piattole o altri insetti”, prese il flit “e mi stantuffò tra le gambe una fredda nuvola di disinfettante”; così come di frammenti di vita relativi al primo amore, anzi, ai “primi quattro amori” (da bambino, da adolescente, da giovanotto, da adulto) “e non quattro amori diversi (…), perché credo di essermi innamorato sempre della stessa persona”.

Sullo sfondo, poi, campeggiano, reclamando a gran voce cittadinanza in questo scritto, il paragrafo intitolato “il ventre della vacca” in cui anche trovare un paracadute, negli anni della Grande Guerra, può essere una fortuna (“a Napoli, la signora Santommaso, con la stoffa di un paracadute si è fatta ventidue camicie di seta”) e quello de “la fame” dove, sempre durante il conflitto bellico, ascoltando estasiati uno dei racconti mirabolanti di Zio Luigi, Luciano De Crescenzo e il cugino staccano i parati della cucina perché le carte da parati “si attaccano con la colla”; “e la colla come si fa?” “Con la farina.” E se Totonno ‘o Pizzaiuolo, come ha appena raccontato zio Luigi, impastò la polvere con l’acqua fino a ricavarne delle pizzette niente male, perché non possono provarci anche loro, Luciano e il cugino, a fare una cosa simile?

La vita dell’inclito scrittore prosegue con l’esperienza lavorativa in IBM e con lo scetticismo dei napoletani verso il futuro avveniristico promesso dalle macchine:

"Ma ti pare che a Napoli, con tutti i disoccupati che ci sono, quelli vanno a comprare le macchine tue? Secondo me, queste società sai che faranno? Chiameranno i disoccupati e gli daranno una moltiplicazione a testa, e quelli in quattro e quattro otto ti fanno tutti i conti. Secondo me era meglio se t’impizzavi nel Banco di Napoli!"

Dopo un breve accenno all’esperienza cinematografica, l’attenzione di De Crescenzo si sposta, non senza qualche timore per la complessità dell’argomento, sul “Dubbio positivo” che lo porta, da lì a poco, ad interrogarsi sull’eterna ed annosa quaestio del fine vita.  E, pur trovandosi necessariamente a suo agio perché approdato alla “preparazione alla morte” che i suoi amati filosofi praticavano fin dall’età della comprensione, l’arguto scrittore non può evitare di suscitare nel lettore un moto di disarmante dolcezza quando si richiama al finale del film “I clown” di Federico Fellini.

Tra le pieghe del bianco e nero di siffatta pellicola il pagliaccio protagonista, all’affermazione del direttore del circo circa la morte del compagno di numero Fru-Fru che gli deve ancora restituire dieci salsicce dall’anno scorso, obietta che “uno non può mica sparire così: da qualche parte deve pur stare.” E convinto di ciò, il pagliaccio prova a suonare la canzone del proprio numero: “ebbene, non appena attacco una nota, ecco che lui mi appare, come per incanto, e mi risponde suonando”.

Una vita in musica, anche quella di De Crescenzo, che pur nei limiti di questo libro (troppo trascurata, ad esempio, la svolta che l’ha portato ad abbandonare la professione di ingegnere per la fortunata carriera di scrittore), è stata capace di farci sorridere con ironica, intelligente e colta partecipazione.

E speriamo, infine, che la preziosa ballerina del carillon di cui sopra ce la faccia ancora una volta (è da troppo tempo ormai che, vuoi per le sue condizioni di salute, vuoi per un probabile prosciugamento della vena artistica, De Crescenzo non riesce a regalarci nuovi spunti letterari) a deliziarci con le sue poetiche e pregne di umanità piroette d’amore.

In questi tempi tristi, ne avvertiamo davvero il bisogno, come ugualmente sentiamo la necessità di aforismi del calibro di questo contenuto proprio in “Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo”: “La pubblicità sarà il veleno preparato dall’omologazione e la televisione il bicchiere dentro il quale ce lo fanno bere“.

Ad Maiora, Lucia’!

sabato 6 settembre 2014

Chi ama Napoli?


Il carabiniere al posto di blocco, di qualsiasi regione d'Italia ma anche di Napoli, avverte il freddo del grilletto che gli s'ingigantisce nell'animo.
Lui non ama Napoli perché chi è in servizio a Napoli, con i nervi tesi come lame di rasoio e i sensi pronti a deflagrare al primo barrito di marmitta, si convince che è lì per una colpa da scontare. E non si può amare una città che ti fa sentire colpevole.
Il ragazzo con lo zaino in spalla, asfissiato dalla rassegnazione di persone e strutture, cerca il senso del libro per le vie di fuga dei vicoli bui.
Lui non ama Napoli perché chi studia a Napoli, tra guadagni facili di vie diverse e difficoltà nel declinare la propria dignità, capisce che dovrà cullare i suoi sogni lontano da Napoli. E non si può amare una città che sai già che non avrà scrupoli ad espellerti dal suo seno.
Il disoccupato onesto, che non vuole seppellire la sua intelligenza sotto la coltre di mitra e di morti frantumati in polvere, forza le sue esigenze a pretendere sempre meno.
Lui non ama Napoli perché chi non ha lavoro a Napoli sa che potrebbe trovarlo da qualche altra parte. E non si può amare una città che pretende di tenerti senza lavoro per poi buttarti nel tritacarne dell'espediente.
L'avvocato non calcificato ancora dalla rassegnazione, laureatosi in legge per contribuire ad una società migliore, si scopre a dover chiudere lo studio perché, per quante direzioni possa giustificare la sua coscienza, le rette per giungere al punto devono essere sempre rette, non curve.
Lui non ama Napoli perché chi persegue un briciolo di legge a Napoli, con la conseguenzialità degli articoli e i dogmi dei tribunali, scopre che c'è sempre un amico degli amici al di sopra del diritto. E non si può amare qualcosa che sfugge ad ogni regola.
Il salernitano come me, rincoglionito dalla grandeur di Salerno dei miracoli ad ogni pie' sospinto, costruisce il suo bel muro perché "noi non siamo Napoli" (salvo, poi, inorgoglirsi per la storia, gli artisti, le tradizioni di Napoli).
Lui non ama Napoli perché, a passeggio schifiltoso lungo via Roma o sulla panchina stanca vista Crescent, "io sono di Salerno e a Salerno non abbiamo problemi". E non si può amare una città dalla quale ci si difende.
Chi ama Napoli?
La camorra, il cemento selvaggio, la mala politica, il grasso che deve sempre ungere le stramaledettissime ruote.
Insomma, molti di loro ma anche molta parte di noi.
 

 

mercoledì 11 dicembre 2013

Intercettazione di 2 particelle inquinanti nella Terra dei Fuochi.



A:<È la quarta volta che te lo ripeto, ma tu…>


B:<Sì, ma che posso fare?>

A:<E beh, a pensarci bene, semplici sostanze inquinanti siamo, mica possiamo decidere noi la destinazione?!>

B:<Per questo ti dicevo. Anche se il faccendiere napoletano…>

A:<Bingo!>

B:<Già, è venuto pure su in Trentino, non solo alla Per.Co., ma pure alla La.To. S.p.A.>

A:<Ah,ah,ah, lasciami indovinare:all’udire la somma che avrebbe risparmiato nello stoccaggio se solo avesse firmato il contratto, il dottor Giacchetti…ah,ah,ah, già me lo vedo con i polpastrelli sudaticci per l’emozione…oddio, che risate…>

B:<Eh,eh,eh. Quindi, se tanto mi dà tanto…>

A:<Oh, stanne pur certo, amico mio:anche tu e la tua famiglia farete parte degli eletti; pure a voi toccherà in sorte il privilegio di avere un ruolo da protagonisti nella contaminazione della Campania Felix.>


B:<Amen!>

A:<Sicuro come la morte. La presenza dell’avvocato napoletano è il passepartout per la mitica Terra dei Fuochi….tatààààààààà. Te l’avevo detto, no?>


B:<Sì, sì, solo che abituato a quei quattro trogloditi che a spiaccicare una parola d’italiano…!>

A:<Eh, bello mio:trattasi di rivoluzione copernicana. Si è passati dal guappo con la testa di Gesù Cristo affondata nella peluria del petto…>

B:<…all’avvocato con la cravatta di Marinella di un blu appena accennato.>

A:<Ah, vedo che stai già studiando gli usi e costumi, eh?>

B:<Eh,eh,eh, sai com’è, il desiderio di contaminare il paese del sole e del mare è tanto che…a proposito, ma davvero è una terra così bella questa in cui tu e i tuoi sgherri avete messo radice?>

A:<Porca puttana!>

B:<Che è stato?>

A:<Senti, patti chiari e amicizia lunga. Sono disposto a dirti tutto, ma ad una sola condizione: non usare più il termine "radice" con me, ok?>

B:<Ma…>

A:<Vuoi che ti descriva il posto o no?>

B:<Va bene.>

A:<Ecco. Io sono intombato qui, a poca distanza dal mare. Alla mia destra, c’è una distesa sterminata di campo di pomodori. A sinistra, diversi appezzamenti di terreni coltivati alcuni a zucchine, altri a broccoli, altri ancora a insalata. Ad una spanna dal mio capo, poi, l’aranceto.>

B:<Le Bucoliche!>

A:<E non è tutto. Ogni tanto, in particolari condizioni climatiche, anche da qui sotto riesco a sentire l’afrore d’o mare…>


B:<Romanticone! Ma non è che mi ti stai diventando un po’ troppo smielato?>

A:<Già, proprio come la diossina al cospetto di una masnada di corpi pronti ad ospitarne l’essenza…ahahahaha.>

B:<Che meraviglioso figlio di puttana! Ma sto’ fatto della radice?>

A:<Ahhhhhhhhh!>

B:<Dai, sono o non sono il tuo compare di contaminazioni?>

A:<Non puoi capire quanto solo parlarne mi dia sui nervi!>

B:<Suvvia!>

A:<Ma no perché è proprio ‘sta fottutissima radice di quercia, che non secchi in questo stesso momento, che impedisce alla nostra colonia di arrivare alle falde acquifere.>

B:<Addirittura?>

A:<Già. Hai voglia di sforzarci a sprigionare tutto il nostro potenziale inquinante. Niente da fare. E, se proprio t’interessa saperlo, è da lei che sento ‘ste cazzate del mare, del sole e via dicendo.>

B:<Ih,ih,ih, lo dicevo io che la cosa puzzava!>

A:<Eh, ci vorrebbe solo….>

B:<Ma che è sto’ rumore?>

A:<Aspe’…sì, sì, vai. Ancora. Di più. Urrà!>

B:<Caspita…>

A:<Che goduria, mi sa che con quest’ultimo carico…>

B:<Ma ancora scaricano?>

A:<È il terzo sversamento da stanotte alle due.>

B:<Eddai, speriamo che anch’io ti possa venire al più presto a darti una mano.>

A:<La dobbiamo bruciare fin nelle nervature più profonde, ‘sta zoccola di quercia.>

B:<E una volta raggiunta la falda acquifera….>

A:<Zitto. A parlarne, le cose belle non si avverano.>

B:<E allora non diciamo niente! Si sta così bene nel corpo dei napoletani!>

A:<Peccato il soggiorno duri troppo poco.>

martedì 4 giugno 2013

A Massimo Troisi


Sul display del PC, appollaiato sulla scrivania, occhieggia una mail. 
Mittente: Ananke. 
Oggetto: cessazione attività. 
Cloto, contenta di non essere costretta a filare un altro Fuso (quel giorno, le nascite erano state fin troppe), inoltra frettolosamente la mail a Lachesi. Quest’ultima, che a forza di avere a che fare con i numeri ( misura difatti, la lunghezza del Filo ) ha diluito ogni emozione nel calcolo, destina la mail, indifferente, alla diretta interessata. Atropo, dal canto suo, richiamata al PC dal borbottio triste della posta in arrivo, dopo aver soffocato in gola un impercettibile sospiro, apre la mail e legge la seguente sigla: 191953MTxy. Si reca mesta, nella stanza dell’archivio: 191950…191953L…eccolo lì. Prende il Filo.  Quasi mai legge il nome del predestinato e anche stavolta non è intenzionata a farlo; tuttavia, nel momento in cui s’accinge a incolonnarlo per ordine di chiamata, il Filo le cade a terra. La targhetta identificativa si sgancia e rivela il nome: MASSIMO TROISI. Un’angoscia profonda, una fitta al cuore. Atropo allora, fa catapultare nel suo ufficio Cloto e Lachesi.  Gli rivela, affranta, l’identità del morituro.  Nella mente scossa delle Moire, a sentire quel nome, affiora un caleidoscopio sterminato di battute, di gags, di sketchs. A loro non è concesso il lusso di commuoversi eppure, al ricordo del “tormentato” Gaetano di Ricomincio da tre, del “dubbioso” Vincenzo di Scusate il ritardo e di tanta semplice ma, nello stesso tempo, grande umanità rappresentata nei suoi films, non possono sottrarsi a quella disperazione sorda, sottile che attanaglia le viscere e semina nell’animo immalinconito, frange di sconforto. <E pensare che proprio tra due giorni esatti - chiosa Lachesi costernata – avrebbe terminato Il Postino…!><Già - di rimando, Cloto – proprio quel film pregno di poesia che avrebbe consentito al nostro Massimo di raggiungere l’acme del suo genio!> La recisione del Filo è prevista alle h 14,56’e 35”. Mancano più di tre ore. Quel tempo che divide Atropo dall’ingrato compito, le tre Moire,  decidono di impiegarlo nel ricordo tutte le gags più esilaranti del mitico Massimo, iniziando dalla Smorfia. A causa di contrasti sulle esatte parole utilizzate in alcuni sketchs, Lachesi propone di proiettare la summa delle sue opere sull’immenso schermo troneggiante in mezzo alla sala. Ovviamente, la proposta è accolta  E allora, ben presto, dimentiche della sciagura che loro malgrado avrebbero contribuito a creare di lì a poco, vengono pervase da un moto di ilarità dolce e profondo. E così, ammaliate dalle gesta dell’antieroe Massimo, le tre Moire, finiscono col dimenticare le loro incombenze; a tal punto che, per un po’, non ci sono nuove nascite né morti novelle. Questa situazione di stallo però, è destinata a durare poco. L’inflessibile Ananke, avvertita con colpevole ritardo ( per questo, il controllore responsabile viene folgorato vivo ) della situazione che si è venuta a creare, decide di recarsi di persona nell’ufficio delle Moire, per conoscere le cause di quell’insubordinazione. Alla vista della terribile Ananke, i dipendenti sprofondano in un tremendo stato di prostrazione. Ella, la cui rabbia è appena mitigata dal sottile piacere dell’esemplare punizione che di sicuro avrebbe inflitto alle Moire, s’accinge a percorrere, con passo sicuro e ineluttabile, il lungo corridoio che la separa dall’ufficio. Man mano che si approssima alla meta, sente provenire, sempre più nitidi, i risolini di gioia delle tre sorelle entusiaste. Sta per aprire la porta rimasta socchiusa, quando decide di fermarsi: ha proprio voglia di conoscere la causa di tanto irritante buonumore! Sguinzaglia allora, lo sguardo tra la fessura e lo rende spettatore di quegli spezzoni di films. Alla scena dei complessi di Robertino, si trova ad abbozzare un mezzo sorriso; a quella della pioggia torrenziale in cui Vincenzo cerca di consolare l’amico lasciato, le estremità delle labbra finalmente si sollevano fino a poi sbocciare in una vera e propria risata nel momento in cui Ananke osserva la scena della lettera a Savonarola in Non ci resta che piangere. All’improvviso, quel clima di divertita spensieratezza, è interrotto da Lachesi: <Per Zeus, le Nascite…le Morti…i Fili…!> Basta mezz’ora di lavoro frenetico, per rientrare nei parametri fissati per quell’ora. 14,53. 14,56. Atropo ordina mestamente a Lachesi di misurare il filo, impugna le lucidi forbici e appena biascica, in un profondo sospiro:<Peccato, bastavano soltanto due giorni per consentirgli di finire il Postino, l’ultimo suo capolavoro… 14h, 56’e19”: la grande Ananke, ancora accarezzata dall’ironia composta e geniale del Nostro, eccezionalmente intenerita dalla sua verve comica, decide. Con un accenno di sorriso, ripercorre il lungo corridoio verso l’uscita. 14h, 56’ e 34”: Atropo chiude gli occhi. Soffoca l’amarezza. Divarica le cesoie. Taglia…no! Il Filo resiste.  Uno scampanellio. Una mail: causa disguido, morte posticipata al 4 giugno 1994; 14h, 56’e 15”.   
Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;
è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.
E quanno s’è stutata ‘a lampetella 
significa ca ll’opera è fernuta 
e ‘o primm’attore s’è ghiuto a cuccà                                                                     
 ( A. De Curtis )