sabato 25 agosto 2018

A Capitignano, lo scrigno della Biblioteca “J. Frusciante”

In questo giorno appiccicoso di caucciù, di quelli a cui cerchi di scampare con il refrigerio della collina, sono venuto qui, a Capitignano.
È appena passato ferragosto. In attesa di riprendere il lavoro mai del tutto abbandonato, vago di ombra in ombra lungo la suggestiva piazza Giovanni Paolo II.
Mentre il retrogusto del caffè sorseggiato al bar “Nuovo Millennio” interroga l’amigdala sull’ultima volta in cui sono venuto a Capitignano, da un malchiuso portone, eccola la scritta tentatrice più delle settantadue vergini  del Corano: Biblioteca Comunale “Jack Frusciante.”
Mi affaccio sulla soglia. Al vedere tutti questi libri che se ne stanno impettiti, tronfi della loro indispensabilità, negli scaffali che tappezzano la sala, ho un attimo di esitazione.
Così, per evitare di sborsare le cinquanta lire al gelataio di Totò sceicco che poi si rivelerà un fottuto miraggio, mi do un generoso pizzicotto sul braccio.
Pericolo scampato: nonostante la controra e gli strascichi del chiuso per ferie, la biblioteca è proprio aperta e operativa.
Mi accoglie un sorriso incastonato in una faccia ispirata, di quelle che ha conosciuto il fuoco della passione.
Eccolo qui, il Sig. Giuseppe Melchiorre, gestore di questa biblioteca comunale “che vanta più di cinquemila titoli.”
“Badate bene, questi libri non sono stati sempre qui.” – ci tiene a precisare con cipiglio storico il Sig. Melchiorre – “Prima erano conservati in un sottoscala della sede comunale. Poi, negli anni 2014 e 2015, finalmente il trasferimento qui, in questa sala adiacente al circolo ricreativo.”
Grato alla lungimirante amministrazione comunale dell’epoca per aver salvato questo patrimonio dalla rodente critica dei topi, mi perdo a dare un’occhiata ai dorsi dei volumi ospitati nella biblioteca.
Narrativa, Letteratura Classica, Gialli, Thriller, Storia, Storia locale, Saggi…
“E questa biblioteca è in continua crescita.” – avverte con la stessa soddisfazione di quando, lui teatrante de I Senza Creanza, deve ragguagliare l’interlocutore sulle decine di personaggi messi in scena – “Oltre alle tante donazioni di libri dai privati, puntualmente il Comune di Capitignano, dietro mia segnalazione che cerca di intercettare i gusti dei lettori, provvede ad acquistare nuovi volumi.”
Sto per fargli la domanda dalle cento pistole, quella che se risposta in un certo modo, potrebbe sterilizzare del tutto questa promessa di riscatto per Capitignano e per i paesi vicini. Quando si parla di libri e cultura, infatti, il rischio di una vetrina messa lì solo per lavare la coscienza di qualche amministratore locale, è sempre dietro l’angolo.
Il perspicace Giuseppe interpreta correttamente il su e giù timoroso del mio pomo d’adamo.
“Dalle otto alle venti in cui è aperta questa biblioteca,” – mi guarda con l’occhio rassicurante – “le persone vengono. Certo,” – una leggera patina subito scacciata via gli vela lo sguardo – “non quante ce ne sarebbe bisogno per far andar meglio questo mondo impazzito, ma i lettori qui, alla biblioteca “Jack Frusciante”, non mancano mai. E poi la soddisfazione più grande, è che il maggior numero dei fruitori di questa biblioteca, è rappresentato dai ragazzi dai quindici ai venti anni.”
L’incontro è finito. Dopo essermi attardato a dare un’ultima occhiata alla sala: “Aspettate un momento, avvocato ” – rimpingua così il mio ritardo che m’imporrebbe già di tornare a Salerno, Giuseppe.
Dopo un minuto, eccolo riapparire come un folletto partorito dalle pagine di un libro.
Con la stessa sacralità con cui, nella notte dei tempi, il magio Melchiorre offriva il pomo contenente  l’oro per il Bambin Gesù, il nostro Melchiorre mi porge un libro, questa volta quello che lui sta leggendo.
“Non si può fare il gestore di una biblioteca senza amare i libri. La passione, innanzitutto la passione, avvocato.”

lunedì 6 agosto 2018

"I Pitard" di G. Simenon


Prendete un vecchio lupo di mare, il capitano Emile Lannec. Mettetelo nella condizione, dopo tanti viaggi e traversate a servizio di altri, di avere finalmente una nave sua.
Certo, ci sarebbe il particolare che la firma di garanzia per la restante somma necessaria all'acquisto, sia proprio quella della vecchia suocera, la signora Pitard, ma...l'essenziale è avercelo, un legno proprio, che ti possa far solcare i mari, non vi pare?
E allora via, barra a dritta, e il Tonnerre de Dieu...come? Ebbene sì, la nave si chiama proprio così, come la bestemmia preferita (Tonnerre de Dieu, per l'appunto) del capitano.
Se vi meravigliate del suo ardire è perchè non conoscete la burbera spontaneità di Emile Lannec.
Ma non meniamo il can per l'aia.
Mathilde Pitard, sua moglie, viene ben presto a scompaginare l'equilibrio sulla Tonnerre de Dieu. Non riesce ad accettare i modi spartani, le abitudini "alla buona" che governano fin dal romanzesco quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho, e una bottiglia di rum per conforto, la vita di ciurma.
Ma si sa, lei è una Pitard. Nonostante tutto, lei resta una Pitard. E sì perchè c'è proprio un modo di essere nel mondo, di mettere insieme ore e giorni, che è tipico della schiatta Pitard: la forma, l'etichetta, l'interesse.
Eppure Emile Lannec è felice come un bambino per la sua nuova nave. E continua a esserlo anche in seguito al ritrovamento di un biglietto: Non è il caso di fare il furbo. Uno che sa quello che si dice, t'annuncia che il "Tonnerre de Dieu" non arriverà a buon porto. Questa persona ha l'onore di salutarti insieme con la signora Mathilde.
"Un burlone!" - commenta, noncurante dell'avvertimento, Emilie Lannec.
Sta si fatto che dopo quel messaggio anonimo, le cose, a bordo, iniziano a peggiorare.
Oltre all'insolita, iniziale decisione della moglie di restare sul Tonnerre de Dieu (ma Lannec confida nelle asperità della vita marinaresca per farle cambiare ben presto idea), Mathilde impone che il pranzo venga servito dapprima a lei e a suo marito, e poi a tutto l'equipaggio, rompendo quella tradizione cameratesca che vuole che il capitano pranzi con tutto l'equipaggio.
"Ma si sa," - osserva, ancora una volta rassegnato, Lannec - "Mathilde è una Pitard!"
Quando però, in seguito a una sfuriata, la moglie confessa a Lannec che non ha sposato Marcel il violinista solo perchè la madre si è opposta, e che, ciononostante, ha tradito il marito proprio con Marcel, Emile Lannec non è disposto più a fare spallucce.
Uno schiaffo del capitano confina la moglie, orgogliosa e altezzosa come solo una Pitard sa esserlo, all'interno della cabina.
I giorni passano e finalmente eccolo, l'approdo ad Amburgo in grado, secondo Lannec, di far finalmente scendere dal Tonnerre de Dieu la moglie ("che vada pure a congiungersi con quel violinista da strapazzo!") e di classificare indiscutibilmente quel biglietto come uno scherzo di pessimo gusto: ormai, infatti, la nave è "giunta a buon porto."
Sceso dall'imbarcazione, Emile Lannec accetta la proposta di prendere a bordo del Tonnerre de Dieu un ingente carico di materiale ferroviario da trasportare fino in Islanda in tempi brevissimi.
Non potrebbe anche questo essere un pretesto per non pensare più a quella maledetta Pitard?
In procinto di intraprendere questa disperata avventura, scopre che la moglie è ancora sulla nave.
Perchè?
Mentre raccoglie la segnalazione della Françoise che è in balia di una tempesta di mare e di pioggia, quando è ormai convinto, proprio al vedere la faccia dei marinai che vengono falcidiati dalle onde, che non raggiungerà più in tempo Reykjavík, capisce ogni cosa.
Tutt'intorno è un inferno di lamiere, di uomini inghiottiti con l'illusione di una gomena che si perde nel fondo degli abissi, di bottiglie di Calvados scolate solo per ubriacare la consapevolezza di trovarsi ai titoli di coda.
Alla fine di tutto, quando la morte ha messo in cascina una buona scorta di poveri diavoli, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che il rozzo Lannec si fosse, adesso sì, innamorato perdutamente di sua moglie.
Nonostante fosse una Pitard.

giovedì 15 marzo 2018

"Numero Zero", di Umberto Eco


È una redazione raccogliticcia, un rassemblement di nuove e vecchie disillusioni, quella messa in piedi dal dottor Simei. Missione? Confezionare dodici "numeri zero", uno per ogni mese dell'anno, disposti a dire la verità su tutto. 
Piccolo particolare: il giornale verrà stampato in pochissime copie, quante ne basteranno al commendatore Vimercate, editore di "Domani", per dotarsi di una probabile arma di ricatto.
Secondo il suo convincimento, infatti, sarà sufficiente dimostrare di essere in grado di mettere in difficoltà qualche pezzo grosso, per entrare nel salotto buono della finanza, delle banche e dei grandi giornali.
Ovviamente, l'esperimento riuscirà solo se nessuno, a parte il Commendatore, Simei e Colonna, saprà che il giornale non vedrà mai la luce. Tutti, compresi i collaboratori, dovranno pensare che "le rotative scalpitano."
È un giornale, in soldoni, ricavato dalle notizie pubblicate su altri quotidiani e prontamente dimenticate (tutto si dimentica e sempre più in fretta). 
Il linguaggio dovrà essere quelle dell'uomo qualunque, che parla, per esempio, di "occhio del ciclone" per indicare il centro tumultuoso degli eventi, ignorando che è proprio lì, nell'occhio del ciclone, che c'è l'unico punto di calma perfetta.
E via dunque agli oroscopi, alle notizie che sembrano voler comunicare qualcosa ma che, in realtà, fomentano sospetti e retropensieri.
Colonna, la persona scelta da Simei per dirigere "Domani", è un perdente "compulsivo", abbandonato, a cinquant'anni suonati, sulla via della solitudine dopo pochi anni di matrimonio, che non si è mai laureato perchè sapeva il tedesco.
Potrebbe scrivere un libro, ma il suo continuo rimando a situazione letterarie glielo impedisce.
Un cielo nitido e terso? Nella mente di Colonna scatta subito, fino a non lasciar posto ad altra circonlocuzione, il cielo "da Canaletto." Addio, quindi, originalità, e buonanotte velleità da scrittore!
Poi c'è Maia (rimando al "velo di Maya" di Schopenhauer?), trentenne che è in disaccordo con il mondo perchè nessuno, almeno fino all'incontro con Colonna, riesce ad accordarsi con i tempi illuminanti delle sue intuizioni e dei suoi pensieri.
Tra gli altri personaggi di "Numero Zero", non si può non parlare di Braggadocio la cui mente ha come unico filo conduttore il complotto paranoico. Riesce a concatenare tra loro eventi apparentemente lontani e discordanti ricostruendo, così, una fantasiosa(?) storia di cinquant'anni d'Italia. Il fulcro della narrazione è il sosia di Mussolini (quello esposto in Piazzale Loreto) mentre il vero duce se n'è rimasto tranquillo e beato in Argentina fino al giorno della sua morte: il giorno stesso del fallito colpo di Stato di Junio Valerio Borgese. E poi Gladio, la P2 con il venerabile Gelli, l'assassinio di Papa Luciani, la Cia, le Brigate Rosse infiltrate, e via di questo passo.
Macchina del fango? E come mai un giornalista è stato ucciso? E perchè la trasmissione della BBC sembra dare ai fatti un'aurea di veridicità?
Qual è la verità, quale la menzogna?
Colonna, ormai fattosi persuaso del pericolo di morte imminente, vorrebbe scappare via lontano, in un posto dove anche il Male sia riconoscibile come tale e non nascosto tra le pieghe del perbenismo.
"E perchè andar via, allora?" - gli chiede sarcastica Maia (ed eccolo il velo del filosofo che, ormai squarciato, mostra la nuda verità!): l'Italia sta proprio diventando come il paese di sogno in cui Colonna vorrebbe esiliarsi, la nazione in cui non c'è più memoria. Ergo, - è l'amara conclusione di Maia - è inutile andarsene via.
Sarà, ma io non sento più la voce del personaggio del libro che dice queste cose. Quest'ultima frase, la parte finale del romanzo per chi avrà la bontà di leggerlo, è pronunziata con quello scoramento burbero, proprio del piemontese pronto a risalire in montagna per resistere alla barbarie, del Maestro.
Ancora una volta, Prof, c'ha visto giusto.

venerdì 9 marzo 2018

Se una notte d'inverno uno scrutatore




Eppure avrei dovuto intuirlo.
La mala parata allestiva il suo teatrino di cattivi auspici sul pollo strafocato da Gerardo il venerdì sera. Già, proprio il mio venerdì di passione.
Solo adesso, però, mi ricordo degli auspicia pullaria e del quattro tondo tondo rimediato al ginnasio per avermeli scordati.
Gli auspici che si prendono osservando il modo di mangiare dei gallinacei...
Allora come ora (e avrei dovuto ben capirlo, cazzo!), è proprio il modo di mangiare dei polli che rivela scenari.
Poco importa se, in questo marzo del duemiladiciotto, il mangiare da monitorare per trarre vaticinii non è quello dei polli ma di chi se li mangia, 'sti fetenti di pollastri: occorre avere la mente pronta a raccordare le diverse epoche storiche.
<Non puoi dirmi di no. Lo sai che ho bisogno di questi duecento euro. La provvidenza ("cazzi suoi no, eh?") ha fatto dare forfait al presidente nominato. Ora, in sostituzione, ci sto io. E senza il tuo prezioso aiuto...>
Una lama di luce qui, alla bocca dello stomaco, fa rivivere ustioni: cinque anni fa, segretario del presidente di seggio incarnato (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?) dalla figura dinoccolata di Gerardo Saggese. 
Una catastrofe.
Urlo, strepito, m'invento missioni da portare a termine di persona pirsonalmente.
La foto del figlio a suo carico tra l'appendice del portafogli e il palmo della mano, e capitolo ignominiosamente.
Sabato pomeriggio, giorno di allestimento del seggio.
Il luogo naturale dell'acqua, parafrasando il vecchio Aristotele, diventa la superficie della terra.
Una pietra, franata dal costone roccioso e imboscata sotto il pelo del fiume che scende verso Salerno, per poco non mi distrugge il sottopancia dell'auto.
Io, segretario del presidente, che dovrei coadiuvare una carica almeno consapevole del suo ruolo, intuisco che sono fottuto: quattro scrutatori, com'è di norma, assegnati alla sezione 124: un ragazzo con il braccio, quello buono, ingessato e perciò impossibilitato a scrivere. 
La donna cannone il cui diabete le impedisce di mettere a fuoco tutto lo scritto più piccolo del carattere 14. 
Il Casapound di turno che si catapulta a fare l'unica cosa che sa fare (!): scrivere, su due fogli protocolli, il genere "mascho" e "femina" degli elettori. 
Infine una ragazzina filiforme che, non appena vede più di tre persone che aspettano pazientemente il loro turno, si sente montare l'ansia e deve correre in bagno.
Torno a casa alle 20,15. Appena il tempo di sintonizzarmi su sky sport per la partita del mio Napoli, che mi ritrovo a imprecare contro la sconfitta che potrebbe costarci il campionato.
Alle sette meno un quarto della domenica mattina, sono al seggio. I bisogni del figlio del presidente m'impongono di offrire la colazione (caffè e cornetto) a tutta la squadra di giovani valorosi.
Voto nella sezione che mi ospita per ottimizzare i tempi. Sempre per lo stesso motivo, non salgo nemmeno a casa per mangiare.
Registro gli elettori con l'annotazione, a tempi alternati, in entrambi i registri. 
Compilo tutte le cartuscelle, rigorosamente in duplice copia. 
Tengo testa alle contestazione dei rappresentatnti di lista. 
Assegno e riporto i voti.
A un certo punto, una lacrima s'impicca per la disperazione.
Probabilmente questi 148 € di compenso per il mio tribolato ufficio di segretario, finiranno nella tasca di qualche strizzacervelli: la mia straziante approssimazione, soprattutto nella compilazione finale dei registri ("Che si vuole da me? Che madonna  di conteggio devo riportare, e dove?"), ha aperto una breccia almeno pari a quella di porta Pia nella mia autostima.
Come se non bastasse, Potere al Popolo ha accocchiato poco più dell'uno per cento dei consensi.
"Ma perchè - mi ritrovo a chiedermi alle 7 del giorno dopo, con l'allucinazione che fatica a riconoscermi qui, comatoso, in macchina - per passare la merce sul lettore ottico della cassa del supermercato, mi devo fare un corso con conseguente attestato e invece per decidere il futuro politico del mio Paese, posso tranquillamente non saper fare una beata minchia?"
Lo specchietto retrovisore mi rimanda il saluto riconoscente del Presidente. Incapace, come tutto il resto.

sabato 17 febbraio 2018

"La paura di Montalbano", Andrea Camilleri


Montalbano, macari l'Andreuzzo Camilleri, to' criatore, s'è addivertito a farti fare l'opira de' pupi.

Gli episodi in cui ti trovi a firriare capitolo appresso a capitolo, infatti, sono addirittura cinque, in questo libro!
In un vidiri e svidiri ti trovi assugliato, in Giorno di febbre, da una febbre malitta e da un termometro che, malgrado la tambasiata casa casa, non s'arrinesci a trovari.
L'unica è passare alla farmacia di Vigata. Ma qui, Montalbano mio, vai per attrovari un termometro e ti trovi a soccorrere 'na picciliddra colpita per sbaglio da un colpo di revorbaro.
Manco il tempo di catafotterti a soccorrerla che un barbone, agginucchiatosi allato alla nicareddra, con troppa perizia le dona adenzia.
E a te, Salvo Montalbano, affascinato dalla calma e dalla precisione dei movimenti del barbone, la cosa ti feta d'abbrusciato. Ti avvicini per spiargli qualcosa ma lui t'implora di farlo andare via, che vuole restare per tutti un barbone.
E allora, tra il paro e lo sparo, non ti resta che chiedergli, in assenza di 'sto fituso di termometro che non s'arrinesci a trovari, quanto, secondo la sua esperienza di medico, puoi avere di febbre.
In Ferito a morte, a causa del nirbuso causatoti da pagine scipite e splapite di un libro che non ti fa pigliare sonno, ti trovi a rispondere all'ennesima telefonata di Catarella. Un usuraio morto ammazzato. La nipote di Gerlando Piccolo che spara il presunto omicida.
Montalbano, la cosa non ti quatra. Te ne dovrebbe fottere picca e nenti di Dindò, il garzone del supermercato che non s'arricampa ma capisci che Dindò, spilungone con il ciriveddro di un picciliddro, ci trasi eccome con la morte dello strozzino.
Ancora una volta, Montalbano mio, c'inzertasti.
In Un cappello pieno di pioggia, per andare a cena da un compagnuzzo delle elementari, di quelli che, all'epoca, ti portavano sulla mala strata ma che adesso è diventato addirittura  proprietario di una catena di negozi fashion (di quelli che, per tre para di quasette, tre cammise, tre mutanni, tre fazzoletti, una cravatta, ti suca una bona metà del tò stipendio di sbirro), sbatti le corna in un cappello che, per lo sdilluvio, è pieno di acqua e di...mistero.
Ne Il quarto segreto, ammucciato dintra a un portone, ti arritrovi a seguire addirittura le mosse di Catarella. E mentre il tuo centralinista camina quatelosamente ranto ranto il muro, un colpo di revorbaro squarcia la notte.
Catarella, con una grossa macchia scura in mezzo al petto, t'assicura che è tutto tiatro.
E' un sogno, Montalbano, eppure al risveglio, ti scopri (e ti scanti, ah quanto ti scanti!) che pure Catarella strascina la gamma mancina. E poi due, tre, addirittura quattro segreti ti troverai ad avere in comune con il tuo agente.
In La paura di Montalbano, ci arrinescì la tò Livia a portarti in montagna, eh, Salvuzzo? Non lo sapi che tia, appena supra i cinquecento metri di altizza, principi a diventare grevio, pronto ad attaccare turilla a ogni minima occasione?
E con le botte di malinconia che, a questa altizza, puntualmente ti fanno addiventare mutanghero e solitario più del solito, come la mettiamo?
Eppure, anche sopra il cocuzzolo della montagna, ti scanti come un picciliddro di scinniri nelle  profondità dell'abisso umano.
Ne Meglio lo scuro, un parrino di quelli regolari, con abito nivuro e crocifisso, ti viene a scassare i cabasisi (come dice il detto, Salvù? Ah, sì: A monaci e parrini, sintitici a missa e stuccatici li rini) con una storia di cent'anni narrè coperta dal segreto del confessionale.
Ma tu, caro Montalbano, ci sciali, nevvero, a parlare con vecchiareddri che macari s'arricordano il prezzo del burro nel 1912 e si sono scordati, invece, come si chiamano?!
Adesso che ci sei, però, ora che ancora una volta sei arrinisciuto ad addrumare la luce nel buio fitto del mistero...non ti prioccupare, Salvo mio, meglio lasciare lo scuro del sonno e della memoria.
Cosa fatta, capo ha.

sabato 3 febbraio 2018

"La doppia vita dei numeri", Erri De Luca

Erri De Luca, irretito da due commedie di Eduardo (Le voci di dentro e Ditegli sempre di sì)  dalle quali "nessun napoletano può prescindere", si cimenta pure lui nel teatro

Si apre il sipario.
Siamo a Napoli dove ogni rituale è un'esibizione, il posto in cui perfino sulle navi borboniche veniva ordinato di "fare ammuina."
Un fratello, alter ego dello scrittore, che guarda disincantato dalla finestra la piedigrotta allestita per il capodanno.
La sorella, caparbia tessitrice di atmosfere, che costringe il fratello a fare pace con la sua napoletanità.
Al centro della tavola una tombola che, come per incantamento, prende vita.
Ci sono due giocatori per quattro cartelle ciascuno: due per il fratello che ne prende in consegna altre due per il padre; due per la sorella, che si sente in dovere di "guardarne" altrettante per la mamma.
E sì, perché la tombola è il contrario del sogno. Nella tombola si estrae dal panariello il numero che non deve cristallizzare un fatto, come nel sogno.
Nossignore, nella tombola avviene l'incontrario: è il numero che sollecita il racconto, che impetra di essere messo in contatto con tutti gli altri numeri, fino a dare vita a un carosello di fattarielli: la trama e l'ordito, cioè, di un intreccio magico capace di evocare presenze.
Mamma e papà, questi fantasmi!
È un dialogo surreale tra due universi (quello dei vivi e quello dei trapassati) che grazie alla doppia vita dei numeri, quella intrinseca e quella del rimando, arrivano a sfiorarsi e, per un attimo solo, a sovrapporsi e a condizionarsi a vicenda.
Dall'album di famiglia riemerge la pernacchia di papà, "arma contundente che si punta contro qualcuno". Manco il tempo di cimentarvisi, che ecco spuntare il capitone di mammà che puntualmente, ogni vigilia di capodanno, viene perso per casa fino a ricomparire sotto la cesta dei panni.
Ci siamo quasi, mancano due minuti alla mezzanotte.
<Tombola!> Mamma e papà hanno fatto tombola con lo stesso numero.
Fuori si scatena l'inferno. Adesso lo scrittore può osare.
<Quando vengo a stare con voi?>
Mamma con il sorriso, papà corrucciato, si trovano ancora una volta d'accordo:<Presto.>
Chi è nato a Napoli sa che la domanda è lecita ma anche che, una volta ottenutane risposta, il colloquio s'interrompe, la dimensione ritorna a essere unica, ogni canale si prosciuga nella banalità del reale.
Visione, una distanza ci divide.
Fuori esplode la poesia di Napoli.
Lo scrittore, adesso sì, si rasserena.
Può finalmente riaccogliere quella napoletanità dalla quale, suo malgrado, non può prescindere.
E il due ridiventa uno, il doppio definitivamente unico.

martedì 30 gennaio 2018

"L'età del dubbio" del Montalbano di Camilleri

Il dubbio è così, un pedi leva e l'autro metti, e te lo trovi a firriare come un satanasso nel ciriveddro.

Montalba', ormai hai cinquantotto anni.
E se il dottor Pasquano è in evidente malafede quando ti scassa i cabasisi ricordandoti la tua età necessariamente da 'ntordonuto; e se ancora il dottor Lattes ("quello con la esse in funno"), dall'alto della sua voce da parrino, non si fa pirsuaso che un uomo, squasi sissantino, non abbia famiglia (e certo che gliel'hai raccontata bene la farfantarìa del figlio malato, eh? A tal punto che pure Livia, se le fossi stato a portata di mano, ti avrebbe preso a pagnittuni), i dubbi restano, Montalbano.
Finanche sulla tua prisenza di pirsona pirsonalmente in questa facenna, ce ne sono, di dubbi.
Che dici? No, non ho gana di babbiare.
Questo libro inizia o non inizia con te che vorresti andare a Boccadasse e Fazio e Catarella che ti dicono che nonsì, che non è cosa possibile perche sei morto aieri a matino alle sette e un quarto pricise?
Va bene, è un sogno, siamo d'accordo.
Ma l'indagine che ti vede alle prese con lo yacht Vanna che si chiama allo stesso 'ntifico nome della piccotteddra con l'ariata da cani vagnato che poi si rivela tutt'altro da quella che appare?
Non è un dubbio che solo troppo tardi riesci a sciogliere, Salvu'?
E che cos'è, se non un altro dubbio che se ne aggiunge ai precedenti, quel nome, Emile Lannec che pur dovrebbe ricordarti qualcosa ma che, come la faccia fracassata ne impedisce il riconoscimento, così la tua vicchizza ormai conclamata non te lo fa collegare al protagonista de "I Pitard" dell'amato Simenon?
E tra l'ennesimo sbarco di clandestini che mannavano quell'aduri che feriva, quello dei "dolori del mondo offeso" del Vittorini e la presenza di un'altra Livia, questa sì, da dare addirittura in pasto (matre santa!), alla libidine mai doma di Mimì Augello, un miracolo: l'amore.
No, Montalbano, vatti a fare un altro giro sullo scoglio chiatto, addrumisciti l'ennesima sicaretta, e non ci pensare: stavolta macari a mia il confine tra il dubbio e la cirtizza appare cosa da mastro d'opira fina.
Ma poi, Salvo Montalbano, te la puoi permettere ancora la gioventù per un sentimento così funnuto? E la to' Livia?
Dubbi, e ancora dubbi.
Eccola, la cirtizza che t'apparalizza:un colpo di revorbaro sparato dal cruiser dell' "Asso di cuori."
Si è principiato con la morte, si finisce con la morte.
No, Montalba', la to', no. Anzi, fattelo dire: sarà stato la vista di Laura in difficoltà, ma hai mostrato coraggio e energia a tinchitè, altro che vecchiaia.
Tanto di cappello, commissa.'
Eppure, adesso che tutto è finito, ora che la morte ha sciolto ogni dubbio sulla tua capacità di amare come un picciotteddro, ti senti di umore nivuro assa'.
Talè, Montalbano, lassa perdiri.
In amuri, la ragione o si dimette o va in aspettativa, e quest'è quanto.