In una torre di guardia abbarbicata sulla scogliera del Mediterraneo, l'ex fotoreporter di guerra Falques decide di averne abbastanza. Nonostante i trent'anni di professione sempre in prima linea, tra messe a fuoco, velocità di otturazione e diaframma, la fotografia non è in grado di dire più niente.
Le "agghiaccianti simmetrie" degli scenari di guerra, da quelle dell'antichità fino a quelle dei giorni nostri, parlano un linguaggio che l'obiettivo (necessariamente parziale) della macchina fotografica non riesce a cogliere nè a decifrare. Falques, allora, ricorre alla pittura: un affresco circolare lungo tutte le pareti della torre, in cui rappresentare il metodo e le nascoste nervature di ogni conflitto, di ciascun cataclisma.
Chi l'ha detto, infatti, che le battaglie sono governate dal caos?
Ritiratosi in una edificante solitudine, l'ex fotoreporter dipinge anche per dare consistenza agli spettri che hanno incrociato la sua esistenza. Tra i tanti, quello di Olvido Ferrara, la donna che un giorno ha deciso di seguirlo, lasciandosi dietro una vita di agi e di passerelle; la parte bella della sua anima che Falques, in una foto che non ha mai pubblicato, ha immortolato un secondo dopo l'esplosione della mina. Avrebbe forse potuto salvarla, ma Olvido ormai era già inesorabilmente lontana da lui. Come e perchè sopravviverle, sapendola magari felice con un altro?
Dalle nebbie del passato riemerge Ivo Markovic. L'ex militare croato, la cui immagine in ritirata è stata catturata dall'obiettivo famelico di Falques, è venuto fin sulla torre per vedere, per capire, ma soprattutto per vendicarsi: con quella sua foto finita sui giornali, il pittore di battaglie gli ha indirettamente rovinato la vita; quella stessa vita che dopo la vicenda familiare occorsagli, ha investito unicamente nella sua ricerca.
Frattanto, l'inquietante affresco continua a impegnare le giornate di Falques, intervallate dalle discussioni e dal confronto con l'ospite inatteso. Eppure l'ex fotoreporter capisce, anche attraverso le riflessioni di Markovic, che non occorre affannarsi oltre: non c'è infatti, bisogno, di dipingere tutte le pareti della torre, perchè il senso della precarietà umana, le proiezioni e gli stilemi di ogni tragedia del mondo, sono già racchiusi nel lavoro portato avanti da Falques.
Passano i giorni e Markovic si fa persuaso di una indiscutibile verità: non si può togliere il fio a chi è sostanzialmente un sopravvissuto.
A Falques non resta altro, allora, che piazzarsi la moneta di Caronte sotto la lingua, e nuotare verso la fine che gli è stata già assegnata.
Dell'affresco, già crepato, si conserverà quello che il tempo deciderà di conservare.
Quando (...) il lettore chiude il libro, si ritrova diverso, con il cuore gonfio, ma forse più pronto a vivere con intensità i suoi pochi minuti, ad attraversare con dignità l'indifferenza dell'Universo che lo circonda. (Bruno Arpaia, Il Sole 24 Ore)