martedì 4 novembre 2014

“Dotto’, ‘e cazettin?!”

Un ticchettìo di dita sul finestrino. Ti giri in direzione del rumore perché pensi a lei che finalmente è scesa dal treno e ti ha raggiunto. “Dotto’, – un ghigno da impunito stampato su lineamenti beffardi‘e cazettin?”

Non riesci manco a trovare il tempo di opporti che già la frangia granata (non è che per mezzo che stiamo a Salerno tutti i calzini devono essere di colore granata, no?!) s’insinua nel rettangolino del finestrino lasciato colpevolmente aperto.

“Ma io… – cerchi di accampare ‘na fetente di scusa che ti possa sottrarre all‘invasione del cazettino selvaggio…no….”

Troppe cose aperte e/o sospese: il finestrino, i puntini sospensivi fatti apposta per essere riempiti dal nylon dei calzini, la volontà morbida come il ventre caldo dell’Ubalda.

“Dotto’, ‘e cazettin!”

Imparpagliato, con i calzini granata sopra il cruscotto, metti mano al portafogli e paghi.

La fase due è quella di trovare una giustificazione all’ennesimo paia di calzini granata che regalerai al nonno, magari assieme alle brache rigorosamente nere, per riprodurre i colori sociali della Salernitana. Sempre, ovviamente, sperando che il vecchio in questione non perda la pazienza come il personaggio di Io speriamo che me la cavo (“Oh Maronna mia, nata vot o piecr! Ma che cazz o puort a fa ognj’ anno stu piecr comm a te si nun tien mai o curagg ro scannà?!? Ije te scannas ije a te!”)

E mentre pensi che “È meglio che facciano questo piuttosto che rubare o spacciare”, sopraggiunge la tua ragazza.

Ti appioppa un bacio e scorge i calzini sul cruscotto. Inizia a ridere: “Un’altra volta – osserva mentre si sganascia dalle risate ‘e cazettin?”

E tre: ti sei riempito il cruscotto di nuances granata per aspettare lei, hai “cacciato” tre euro per farti fare fesso e sei passato pure per coglione.

Piglia, impacca e porta a casa!

La settimana dopo, sempre alla stazione di Salerno e sempre ad aspettare lei.

Chiudi i finestrini e continui a spingere sul bottoncino per circa due minuti dopo la chiusura. Non pensi di controllare la venuta di Angela (“Deve cercarmi lei, l’uomo-cazettino è più importante!”) e lasci rigorosamente accesa l’auto.

Ne viene uno a destra con i calzini di spugna (granata). Innesti la prima e ti sposti due metri più in là.

Eccone un altro a sinistra, con una mappata di calzini (granata!) che cerca un varco nel tuo finestrino. Godendo come un criceto in calore, abbandoni di nuovo il cambio in folle, ingrani la marcia, e ti parcheggi, sempre col motore acceso, dall’altra parte della strada.

Viene la tua ragazza. Apre la portiera. Da destra e sinistra arrivano due ondate di stoffe granata pronte a sfruttare l’apertura alare dello sportello.

Ti avvinghi alla sua borsa, e il tirarla dentro l’abitacolo e il dare gas al motore, è tutt’uno.

E tre: ti sei risparmiato l’ennesimo paia di calzini granata sul cruscotto, non hai sborsato manco un cent, hai acquistato il rispetto della tua bella.

Fieramente impettito come il nostro ZON che vende più copie de Il Corriere della Sera, parcheggiata l’auto, te ne vai passeggiando con il tuo amore, decisamente fiero di te.

Arrivi all’altezza del palazzo della Provincia e… a destra: “Dotto’, e cazettin!”; a manca: “Dotto’, ‘nu bell’ cazettin granata, jamm!”.

Li guardi annichilito, a tal punto che la tua ragazza si sente in dovere di venirti in aiuto: “Ma che dobbiamo fare con tutti ‘ste calze e calzini, ‘na rapina?”

“Dottore’ (per normale associazione di genere), ma vi pare che se ci fosse qualcosa da rapinare, nuie stessimo ancora cca a vendere ‘sti maronn e cazettin, per di più granata (visto ca simm tifosi do Napule)?”

Tu e la tua metà vi scambiate uno sguardo di prostrata rassegnazione.

Il tornarsene a casa, tu con cinque paia di calzini lunghi, lei con altrettanti paia di cazettini di spugna (ça van sans dire, tutti di colore granata), ha qualcosa di più deprimente della Waterloo napoleonica.

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