venerdì 23 gennaio 2026

"La filosofia non è una barba", di Matteo Saudino, Vallardi editore

   

     Già molto tempo prima della pandemia da Covid-19, a Matteo Saudino, brillante professore piemontese, venne in mente di filmare le proprie lezioni di filosofia in classe e di caricarle su YouTube. Perchè? Beh, soprattutto per consentire agli studenti di recuperare le spiegazioni o comunque di avere sempre "sotto mano" gli autori sì mirabilmente trattati. Poi, si sa: quando la cultura viene veicolata come Dio comanda, con una passione e una competenza di prim'ordine che ha ben chiaro il compito dell'insegnante ("accendere fuochi piuttosto che riempire vasi"), l'esito è pressochè scontato: il prof Matteo Saudino e la sua filosofia sono diventati virali (libri, blog, podcast, programmi televisivi e radiofonici); e tutto questo, ovviamente, non solo per gli studenti che hanno la fortuna di essere suoi alunni, ma anche per chi, come il sottoscritto, ha da sempre un debito di riconoscenza e un senso di incompiutezza verso l' "amore per la sapienza". Ma veniamo a noi.
    L'espediente dell'opera (originale e accattivante) per affrontare la filosofia di 15 autori (da Talete su su fino a Friedrich Nietzsche), è quello dell'Eguagliatrice che numera le fosse; della morte, proprio così. Insomma, "dimmi come sei morto e ti dirò chi sei".  La fine, infatti, può dirci tante cose sulla vita e sul pensiero di un filosofo. Prendiamo, ad esempio, Pitagora: la scuola-casta del guru di Samo aveva diverse regole, tra cui anche quella di non cibarsi di fave (Pitagora soffriva di favismo?). E cosa ti apparecchia, dunque, il caso cinico e baro: un bel campo di fave. Attraversarlo e mettersi così in salvo dai democratici o restare fedele ai propri precetti? Ça va sans dire, farsi catturare e morire.
    C'è poi l' "oscuro" Eraclito, cantore, tra l'altro, del costante scontro tra gli opposti, che proprio per "asciugare" l'acqua che invade il suo corpo, non trova di meglio che farsi intombare in una buca cosparsa di letame per attirare ancora di più i raggi del sole. Peccato che alcuni cani randagi, affamati e irriverenti, non trovino niente di meglio da fare che sbranarlo.
    E come non deprecare il sandalo di Empedocle vomitato impunemente dall'Etna? "Che fine aveva fatto il Maestro? Aveva raggiunto gli dei (attraverso il cratere del vulcano) o era semplicemente morto, arso dalla lava dell'Etna?".
    Nel pantheon delle morti più stravaganti, c'è senz'ombra di dubbio quella del materialista Democrito che il mondo a caso pone, il quale, per rallentare il momento della dipartita e per "vedersi" sostanzialmente morire, si immerge nella vasca riempita di miele. In tal modo, gli atomi dell'anima, caldi e leggeri, lievitano dal corpo per poi finire col restare impigliati nel miele.
    Non si può chiudere la pagina dei filosofi antichi senza aver menzionato la proverbiale cicuta di Socrate, attestazione di una coerenza verso le Leggi di Atene portata fino alle estreme conseguenze. E Diogene "il Cane pazzo"? Decide di morire trattenendo il respiro divenendo, così, l'emblema dell'autodeterminazione, "sparagnandosi" pure "la condizione di dipendenza e di stanchezza normalmente legate al prolungarsi della vita".
    Altra epoca, altri filosofi: si va dal suicidio dalla Torre degli Asinelli di Pietro Pomponazzi, convinto assertore della mortalità dell'anima e dell'etica come scelta libera nelle mani dell'uomo, a Thomas More, che sacrifica la sua vita sull'altare dell'unità della fede e al cospetto di un borioso Enrico VIII e del suo Atto di Supremazia.
    Ci spostiamo, poi, nella mia adorata Campania felix: Giordano Bruno, bruciato in Campo de' Fiori dalla Santa Inquisizione. La colpa? Aver fatto discendere il Dio cristiano nel mondo della natura e, al contempo, aver innalzato l'uomo a creatura di dignità divina.
    Lo ammetto: per quanto riguarda Renè Descartes, il padre padrone del razionalismo, il filosofo che nella "morale provvisoria" ha suggerito uno stile di vita estremamente prudente e riflessivo, mi fa sorridere che la causa della sua morte sia da attribuire alla polmonite rimediata durante le lunghe passeggiate (all'alba) con la regina Cristina di Svezia. Una sorta di contrappasso dantesco?
    Il prof Saudino, e siamo quasi alla fine della stimolante rassegna, si attarda sul colera "nazionalista" del detentore del copyright dell'idealismo, Fichte, probabilmente trasmessogli dalla moglie accorsa al capezzale dei soldati prussiani feriti in guerra.
    A stroncare la vita di un autore sicuramente "XXL" come Schopenhauer, è una pleurite beffarda, degna conferma di quell' "ineludibile schiavitù (che attanaglia ogni uomo, dalla culla alla tomba) del triangolo desiderio-dolore-noia".
    La paralisi generata nell'uomo dalle innumerevoli possibili scelte di vita (tutte rigorosamente alternative), in Soren Kierkegaard, esce dalla dimensione esistenziale per trovare cittadinanza in quella fisica: è una paralisi, infatti, che spegne la vita del filosofo danese.
    Chiudiamo in bellezza: il filoso del Superuomo, il pensatore che ha incarnato meglio e più di tutti lo spirito dionisiaco, trova la morte a seguito di un viaggio troppo ardito sulla Luna che, stavolta, non restituirà alcun senno. La pazzia insana ottenebra la sua mente, e lo rende ostaggio di numerosi fraintendimenti, non ultimo quello di essere stato il precursore del nazismo. Stiamo, ovviamente, parlando del grande Friedrich Nietzsche, il secondo filosofo (dopo Marx) citato su Google.
    A raccontare il pensiero di tutti questi filosofi, l'ottimo Matteo, non disdegna (bontà sua!) sprazzi di lirismo e di prosa "alta", oltrechè di numerosi rimandi (cinematografici innanzitutto, ma anche letterari, sportivi, etc.).
    Per concludere, ottima prova letteraria, prof!

venerdì 2 gennaio 2026

"La pioggia fa sul serio", di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, Mondadori

     


    A Casedisopra, in un territorio sferzato da una pioggia da lavacro universale che continua a vomitare smottamenti, ci imbattiamo, nell'ordine, nel geologo Antonelli ufficialmente in paese per studiare le frane (ma per conto di chi?), nell'architetto Bill Holmes innamorato dell'Appennino toscoemiliano e, soprattutto, in sua nipote Betty su cui "Poiana", alias l'ispettore della forestale Marco Gherardini, ha messo (e ben a ragione!) gli occhi. 

    Al netto delle intemperanze della pioggia e degli squassi che provoca, a Casedisopra la vita scorre più o meno regolare. Ci si ritrova spesso alla trattoria-bar "Da Benito", dove si ha l'occasione, per i tanti singolari personaggi più o meno seivadghi (selvaggi), di confrontarsi sui (pochi) avvenimenti di stagione. Fino a che arriva il fattaccio: il geologo Antonelli sparisce e Amdi, il cameriere di Benito (marocchino? tunisino? sicuramente, però, senza permesso di soggiorno), lo vede allontanarsi nella notte dopo che il forestiero gli ha dato in consegna il suo pc. A poca distanza dalla sparizione, si ha l'uccisione dell' "appartato" Doardo e per poco, sempre con la stessa arma del delitto (uno sfollagente), quella di Nerina la tabaccaia: francamente troppo, per un borgo di poche pretese come quello.

    Poiana, malgrado la sua carica di ispettore sì, ma della forestale, è costretto a indagare sui singolari accadimenti, non foss'altro perchè il maresciallo dei carabinieri Stefano Barbara, pur essendo un giovane in gamba, è da troppo poco tempo a Casedisopra per raccapezzarsi tra i paesani e i posti ostici fin dalla toponomastica. Marco Gherardini, invece, è "nato, cresciuto e pasciuto" a Casedisopra, ed è efficacissimo interpetre dell'animo dei compaesani oltrechè conoscitore delle storie di ognuno di loro. 

    Sullo sfondo (ma manco poi tanto) ci sarebbe una Madonna incinta attribuita addirittura a Piero della Francesca poi trasformata, per scampare ai fumi eretici rinfocolati dal Concilio di Trento, nella Madonna col Bambino; così come un giacimento metanifero proprio a Casedisopra che potrebbe solleticare parecchi appetiti.

    La forestale e i carabinieri, molto spesso scambiandosi i ruoli, cercano di raccapezzarsi alla bell'e meglio, trovandosi non di rado impelagati nel più classico gioco degli specchi: il Gherardini e il Barbara infatti, anzichè concentrarsi su ciò che hanno davanti, vengono continuamente dirottati dagli avvenimenti (orchestrati ad arte) a guardarsi alle spalle. E ciò fino a quando Poiana, grazie anche alle dritte di Fonzo Vitali e Adùmas (l'ex bracconiere amante della montagna che deve il suo nome al frontespizio del romanzo I tre moschettieri scritto, per l'appunto, da A.Dumas), non scopre esecutori e mandante. 

    A indagine conclusa, un addio e un compleanno, rispettivamente da Poiana e di Poiana. Ma siamo proprio sicuri che l'addio sia definitivo?

    A Casedisopra, nulla è come appare. Da sempre.

martedì 23 dicembre 2025

"Miss Marple al Bertram Hotel", di Agatha Christie, Mondadori

 


Ci sono dei posti, nel caso specifico delle strutture, in cui ogni sforzo (della proprietà, di chi ci lavora, dei clienti) è volto a conservare il passato. Le migliorie, gli adattamenti, quando proprio è necessario che ci siano, devono e vogliono essere impercettibili. E il famigerato Bertram Hotel rientra proprio in questa casistica. Eppure, l'atmosfera ostentatamente "sotto naftalina", cela qualcosa di inquietante che lo stile edoardiano non ce la fa a racchiudere del tutto.

Manco a dirlo, l'arzilla Miss Marple si trova proprio qui, per trascorrere qualche settimana di svago sulle orme della propria gioventù. Oddio, l'intenzione di cullarsi nel tempo passato ci sarebbe pure, se non fosse che l'eco di alcune grosse rapine oltrepassa anche le vittoriane (?) mura del Bertram.

Tra gli ospiti, la scavezzacollo Bess Sedgwick la cui vita è un continuo colpo di scena tra mariti lasciati e presi, imprese che vengono portate a termine proprio quando si pensava che no, non sarebbe stato possibile condurle al capolinea. 

Superata la sorpresa di trovarla in un posto troppo stridente con la sua indole, ci si imbatte nella figlia di Bess, Elvira, accompagnata dal suo tutore, che si è voluto tenere lontano quanto più possibile dalle intemperanze della mamma. Ma perchè è qui al Bertram? E che ci fa il pilota scavezzacollo Ladislaus Malinowski che entra ed esce a suo piacimento dall'hotel? Se a queste presenze si aggiunge anche quella dello svampito canonico Pennyfather che scompare per poi ricomparire a distanza di qualche giorno più svampito del solito, qualche dubbio ci viene; soprattutto, viene a Miss Marple, decisa ormai a vederci chiaro oltre le cortine fumogene del Bertram Hotel. La famigerata vecchiettà, però, non è la sola che vuole saperne di più: papà Devy, l'ispettore dalla complessione contadinesca il cui fiuto è davvero apprezzabile, è sicuro che niente di ciò che accade tra le mura dell'albergo è davvero come sembra. Quando poi, tra le nebbie spesse di una serata inglese, partono un paio di spari che uccidono chi (forse) non avrebbero dovuto, la finzione azzimata del Bertram comincia a essere squarciata. E l'elegante hotel "dignitoso, privo di ostentazione, quietamente costoso", si rivelerà la migliore incarnazione del "senso di inquietudine" avvertito proprio dall'ineffabile Miss Marple. Prima di tutti, e con maggiore nitidezza degli altri.

mercoledì 15 ottobre 2025

"10 e non più di 10" #49

    



    All'ingresso, questuanti allampanati per associazioni moltiplicatrici di sensi di colpa.

    Si apre la porta automatica, e un quadrilatero di cibi fast assalgono narici e fomentano appetiti.

    Nel serpentone scandito da insegne lisergiche, pit-stop telefonici, luce-gas-acqua a prova, nell'ordine, di incontinenze verbali, deflagrazioni atomiche, fuochi vestali, diluvi biblici.

    Ai crocevia dei punto luce, un paio di auto medio/piccole (da guardare, da abitare) che non bramano altro che le tue "chiavi in mano".

    Dappertutto, caterve di sconti monstre, articoli che puntellano la tua esostruttura, puzzo "nonna inacidita" di plastiche&pezze.

venerdì 3 ottobre 2025

"10 e non più di 10" #48


 

    Quello che non si vuole (essere, diventare).

    La cancrena che ogni arto vuole evitare.

    L'oscurantismo vomitato dal rigurgito della Storia.

    "La donna dalla costola dell'uomo".

    "La Terra al centro dell'Universo".

    "Il malleus maleficarum".

    "L'assurdità dell'evoluzione della specie".

    "L'umanità divisa in razze".

    "Gli ebrei carnefici del Cristo".

    Gioco dell'oca: gli ebrei...e un ebreo che insudicia l'Olocausto; che desalinizza l'umanità.

    


venerdì 26 settembre 2025

"10 e non più di 10" #47

     



    "Uno vale diecimila": aforisma, questo, attribuito a Eraclito, a significare che la vita di un sapiente vale quella di diecimila persone mediocri. E ciò che vale per la vita, può valere benissimo per la morte.

    La morte di un bambino gazawi, con i suoi sogni intombati sotto macerie di disumanità, vale mille morti di chi istiga all'odio, al razzismo, allo sfregio dei diritti umani.

    Ci sono delle morti che straziano l'animo al netto delle quantità.

    Ci sono delle morti ascrivibili solo all'ordinario cordoglio. A prescindere dalla condanna per le modalità.

    Finchè ci saranno "ma" e "però" ci sarà discrimine.

    


mercoledì 17 settembre 2025

"10 e non più di 10" #46

    




    Su Gaza e la strage degli innocenti, non c'è discussione che tenga. Non ci può essere. La parola, da segno convenzionale per gli stoici, diventa il corpo e il sangue della mattanza.

    Silenzio, perchè ogni parola che non sia un gesto concreto di opposizione, non ha senso. E chi prova a introdurre qualche avversativa o a gettare il seme di un distinguo, che venga inchiodato mani e piedi alla croce dell'aberrazione.

    Non c'è nessuna mela di Adamo ed Eva: il peccato mortale, da cui nessun battesimo potrà mai mondarci, origina dal genocidio di Gaza. Come da quello avvenuto nei campi di concentramento.

    I martiri dell'Olocausto si arruolano nel Terzo Reich.

    Silenzio, e luce spenta sull'umanità.





sabato 13 settembre 2025

"10 e non più di 10" #45

    


    L'acino di Galilei se ne sta tronfio, irrorato dal sole e innervato dai nutrienti della vite. Ed è certo che il sole, i nutrienti sono lì unicamente per farlo crescere panciuto e dorato.

    Lui, l'unico acino dell'universo a dispetto delle decine di chicchi d'uva della stessa pigna; delle centinaia di acini del medesimo filare; dei milioni di chicchi d'uva dell'intero vigneto.

    Arriva il contadino. E se ne infischia dell'indispensabilità dell'acino di Galilei. Zac, e giù nella cassetta assieme agli altri; spash, e via negli ingranaggi della pigiatrice.

    Un solo, ininterrotto e indistinto flusso di vino. Con la memoria ridicola dell'acino di Galilei.

sabato 6 settembre 2025

"10 e non più di 10" #44

    


    «Dai, comunque tua figlia è un'altra cosa. Perchè? Ma l'hai sentita come parla? Mio figlio e il figlio di Pinuccia...vero Pinuccia?..alla sua età conoscevano la metà delle parole che conosce lei e l'altra metà le pronunciava pure male. Non per niente, i nostri, sono figli di muratori, casalinghe...»

    Mi incasso nelle spalle e provo a obiettare qualcosa. Inutilmente. 

    Sono amareggiato: la fatica del figlio del contadino mi appartiene fin nel midollo. La condizione della rincorsa perenne, i sudori sbeffeggiati della divisione in classe mi bruciano ancora sulla pelle. Per un istante, un istante solo, mi viene di odiare mia figlia. Poi mi scuso, abbracciandola fino a farle male. 

    Ho un cesso di mondo da farmi perdonare.

giovedì 28 agosto 2025

"10 e non più di 10" #43

    


     La trappola per topi è allestita: gli scatoloni con i pacchi di cibo che coprono la necessità di appena il 2% della popolazione, sono accatastati al centro.

    All'alba, la luce che s'accende segnala l'apertura dei cancelli.

    Chi non muore schiacciato dalla calca, si getta sugli aiuti ad accampar possesso.

    I droni che controllano la zona avvertono: ancora cinque minuti.

    Il tempo di cantinelare: "Un, due, tre...stella!", che il fucile israeliano falcidia i Cristi in fila per un pugno di farina.

martedì 26 agosto 2025

"Guerra e Pace" (libri I e II), di Lev Tolstoj, Garzanti editore, trad. Pietro Zveteremich

         


    Ferito e abbandonato durante la battaglia di Austerlitz (1805), al principe Andrej Bolkonskij capita di guardare il cielo come non l'aveva mai visto prima: in quello spazio di lirica religiosità, c'è tutto il senso delle guerre e delle paci non solo relative al mondo, ma anche quelle che si alternano nei nostri animi inquieti. Lui, il principe Bolkonskij, d'indole nobile e speculativa, ha da poco visto la moglie morire nel dare alla luce il loro unico figliolo. 

    Perso ogni interesse alle lusinghe della vita, nondimeno, dopo un confronto con Pierre Bezuchov, il principe si trova, quasi suo malgrado, a rendere effettive quelle riforme (la liberazione dei contadini, l'istruzione per i loro figli) intraprese da Pierre ma ben presto abbandonate: questione di superficialità e incostanza, ovvio. Ma il ricchissimo e bonario Pierre, già guarda oltre: dopo un matrimonio infelice con la bellissima e spregiudicata Helene Kuragina, si getta a capofitto nella massoneria. 

    Non durerà nemmeno questa esperienza: il tempo di scontrarsi con le miserie dei suoi adepti, che la massoneria è già bella e archiviata.

    La famiglia Rostov, che finisce, anche per una sostanziale incapacità di badare ai propri affari, per dilapidare l'intero patrimonio, vede emergere, tra tutti, la figura di Nikolaj, promesso sposo fin da piccolo della cugina Sonja...certo, ci sarebbe l'opposizione della contessa madre che ha puntato sul classico matrimonio d'interesse per rimpinguare le finanze familiari ma...come si fa ad aver seriamente qualcosa da ridire sul conto dell'irreprensibile Sonja?

    Per il momento ci pensano gli ussari dell'esercito a tenere occupato il generoso Nikolaj Rostov.

    Natasa Rostova, invece, dopo le lusinghe della fanciullezza, sembra aver trovato la felicità: Andrej Bolkonskij, dopo averla vista ballare, se ne innamora perdutamente, nonostante la contrarietà del principe padre e i timori della sorella Mar'ja. Andrej, però, per una serie di motivi (il bisogno di appianare il contrasto col padre, l'imminente partenza, etc.) pretende che la bellissima Natasa si senta comunque libera per un anno. Tempo sufficiente, questo, per lo scioperato Anatole Kuragin di insidiarla e infrangere così i suoi sogni d'amore...per sempre?

    Nel frattempo, i venti di guerra riprendono a soffiare. C'è la tracotanza di Napoleone che furoreggia, indomito e apparentemente invincibile, per le steppe della Russia.

    L'argine al demone corso (spesso chiamato "Buonaparte" a sottolinearne, con malcelato disprezzo, l'origine italica) potrà essere rappresentato dall'onnipotente zar Alessandro I?

    La guerra, come al solito, che succede alla pace, per poi, tra non molto, precederla: tempo circolare, siffatto, nel quale è aggrovigliata anche la nostra misera umanità; di cui, senza dubbio alcuno, Tolstoj resta uno dei massimi studiosi.


giovedì 7 agosto 2025

"10 e non più di 10" #42

     


    Manco a dirlo, sold-out: non una, non due, ma tre date nella stessa città, a distanza ognuna di quindici giorni.

    I fans, gli amatori, i curiosi e gli onnipresenti agli eventi che contano: tutti al concerto attraverso gli occhi del display più o meno alla moda, più o meno performante.

    Tonino il fisarmonicista, poichè deve suonare in una sola canzone, si piazza all'estremità del palco "dove non tramonta mai il sole": troppo all'estremità per essere ripreso dai milioni di cellulari branditi senza requie.

    Si accascia, Tonino, muore, perchè nella vita si muore.

    Due ore e mezza dopo ci si accorge della sua dipartita; troppo ai margini per la diretta che testimonia l'evento.

venerdì 1 agosto 2025

"10 e non più di 10" #41



    Impigliati nella manciata di giorni di mare:
    occhi acerbi sgriddati per la fame;
    ciocca argentea lucida e ostinata;
    gli olocausti di ritorno;
    resort in Albania...c'è qualcuno?;
    climate change arroventato;
    la rilettura "incarrata" di Guerra e Pace;
    il pianoforte che accorda l'animo;
    il sold-out a spese proprie;
    il tormentone che latita;
    Temptation Island rito collettivo;
    il turco Osimhen e "la pizza fa schifo".

 

mercoledì 23 luglio 2025

"Una Cosa sola", di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, Mondadori

   


 Nicola Gratteri (che non ha certo bisogno di presentazioni) e Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali analizzano, in questo saggio, tutte le sfaccettature del fenomeno criminale. La mafia, la camorra, la 'ndrangheta, oggi vere e proprie imprese globali (dalla Cina alla regione artica), si muovono con scioltezza e pretesa di impunità in tutti i gangli del vivere civile, dark web compreso anche grazie alle volatili criptovalute (che assumono, politica monetaria di Trump docet, sempre più capacità infiltranti). 

    La criminalità organizzata in tutte le sue declinazioni specistiche e geografiche appare ogni volta un qualcosa di nuovo perchè puntualmente se ne dimentica la genesi. E il dramma è che, centosessant'anni dopo la sua nascita e nonostante gli indubbi progressi fatti sul campo, è ancora così. 

    Le mafie sono diventate una cosa sola con ogni forma di potere deviato. L'uomo d'onore d'oggi, infatti, si rifà in tutto e per tutto all'uomo vitruviano di Leonardo, "radicato contemporaneamente alla base del quadrato e del cerchio, tra stabilità e dinamismo, fra tradizione e innovazione", in perenne tensione verso il moto perpetuo e infinito dei "piccioli". E come un rabdomante in grado d'intercettare la vena d'acqua del guadagno prima e meglio delle Istituzioni, il criminale si lancia all'acquisto dei crediti deteriorati anche per riciclare gli ingenti guadagni, sfrutta le società cartiere intestate ai soliti, stucchevoli prestanomi, e si prepara a farla da padrona, tra l'altro, ai Giochi olimpici invernali Milano Cortina del 2026. 

    Nell'ultimo capitolo del libro "il rischio dell'inazione", il duo Gratteri-Nicaso vuole scongiurare per l'appunto il rischio che, di fronte alla pervasività del potere criminale, il cittadino si senta indifeso e abdichi alla sua missione sociale di contrasto. Soluzioni? Ancora una volta la parola magica è "riforme", ma non certamente del tenore di quelle messe in cantiere o promesse dal Governo Meloni, verso il quale le critiche dei due saggisti non si risparmiano: ex multis, la separazione delle carriere dei magistrati stante solo l'1% delle toghe che passano dalla funzione giudicante a quella requirente o viceversa, il proliferare di norme penali che seguono le emergenze del giorno e dal chiaro intento punitivo, certamente non servono allo scopo quando non finiscono per avere, addirittura, effetti deleteri. Ci vogliono fondi per l'adeguamento dei mezzi di contrasto alla criminalità organizzata e per la formazione delle donne e degli uomini chiamati a combattere il fenomeno mafioso, una scuola aperta anche alle sollecitazioni della società civile, l'esaltazione degli esempi di chi non piega la testa e trova ancora il coraggio di opporsi ai soprusi.

    Serve, più di tutto, valorizzare i sacrosanti e sempre attualissimi principi consacrati nella nostra Carta. Solo così ci si può attrezzare contro l'apparente invisibilità delle mafie, il cui silenzio "è il nostro allarme più grande". Ignorarlo, precisano Gratteri e Nicaso, "significa cedere alla loro nuova e devastante forma di potere".

giovedì 17 luglio 2025

10 e non più di 10 #40

     

    


    Servizio: Genocidio? Ma c'è stato il 7 ottobre!

    Dritto: la Russia è l'invasore, gli artisti e gli sportivi russi devono essere banditi dal consesso civile, la Russia dev'essere sanzionata...Israele? Per sempre amici. Netanyahu? Gli stringeremmo la mano, se volesse onorarci della sua presenza.

    Rovescio: Trump? Il Nobel per la pace. Negazionismo climatico? Fa ottimamente gli interessi del proprio Paese.

    Volée: Sinner orgoglio nazionale. E apprezzamenti dal Governo, dalle opposizioni. Francesca Albanese...come no, il fratello è un comico stellare!

mercoledì 9 luglio 2025

"L'uomo che guardava passare i treni", di Georges Simenon (trad. Paola Zallio Messori), Fabbri editori

     


    "...perchè sapeva che se avesse ceduto su un unico punto, nulla lo avrebbe più fermato". E Kees Popinga, l'irreprensibile Kees Popinga, è stato facile profeta.

    Dopo una giornata trascorsa affaccendato nel solito, scontato copione, decide di andare a vedere se tutto è a posto a bordo della Ocean III. 

    Con annichilente sorpresa, Kees viene a sapere che la cisterna che avrebbe dovuto consegnare la nafta (lui in persona, in qualità di procuratore presso la Julius de Coster en Zoon, l'aveva ordinata), non è arrivata. L'unica è mettersi in cerca del titolare della ditta per denunciare l'accaduto. Caso vuole, però, che Popinga  incontri il suo capo proprio dove, a rigor di logica, Julius de Coster jr. non avrebbe dovuto essere: in un locale equivoco cioè, con la barba tagliata e intabarrato in un abito marrone di una taglia troppo grande, mentre lo invita a lasciarsi andare e a scolarsi con lui l'intera bottiglia di grappa di ginepro.

    Kees Popinga capisce, pur tra i fumi dell'alcool, che in uno con le sorti della ditta, anche la sua esistenza accomodante costruita tassello dopo tassello, sta per andare in frantumi: l'occasione giusta per assecondare il suo vero io sepolto da quarant'anni di sovrastrutture?

    Da questo momento in poi, Kees Popinga comincia a "cedere": sale finalmente a bordo del treno della mezzanotte e cinque (non è proprio il treno, specie quello notturno, a ricordargli la possibilità di una vita altra?) e abbandona per sempre quello che è stato fino a un minuto primo. 

    Lontano dalle paturnie di maman e dalla mediocrità dei due figli, è già pronto a possedere quella Pamela solo desiderata nel bozzolo piccolo borghese in cui aveva confinato la sua vita. Ora, però, non ci sono più freni inibitori nè alibi che tengano. Peccato che quella stupida, che pur l'avrebbe dovuto soddisfare fosse solo per mestiere, abbia avuto la balzana idea di deriderlo. Un cuscino premuto un po' più forte e...eccolo montato il caso del "satiro di Groninga".

    Kees Popinga è una mente brillante, conseguenziale. Riesce a darsi delle regole e a cambiarle a seconda della necessità. Ha sangue freddo da vendere e la presunzione che, finchè vorrà, nessuno potrà limitare la sua libertà, nemmeno l'ineffabile commisario Lucas. Eppure sembra ingaggiare, con la stampa e la polizia, un gioco che lungi dal riconoscergli l'indubitabile talento, sostanzialmente lo svilisce, relegandolo tra le "varie ed eventuali" della cronaca giudiziaria.

    Quando, però, commette un errore, l'unico errore della sua cavalcata trionfale (si fa derubare da "dilettante"...e questa è l'ennesima parola da annotare nel taccuino di marocchino rosso/voce della coscienza), capisce che un uomo che scappa, senza soldi, non può permettersi il lusso della autenticità. A meno che....ecco, c'è sempre l'ennesimo limite da superare: Kees Popinga, o quello che ne resta, si trova col capo piantato sul gelo del binario in attesa del treno che dovrà concludere tutto. Eppure, a volte, il caso!

    La diagnosi di pazzia è certa. E il Nostro vi si crogiola evidentemente compiaciuto della sua superiorità; su persone e cose, nonostante tutto.

     Certa è anche la volontà di mettere mano, una volta per tutte, alla sua "verità sul caso Kees Popinga". Ma poi, in fin dei conti... 

    ...«Non c'è una verità, ne conviene?».

mercoledì 2 luglio 2025

10 e non più di 10 #39

    


     Devo morire, perchè a volte si può decidere di morire anche a sette anni.

    Quando il cibo non viene distribuito e l'acqua è sequestrata sulle autobotti a 50 gradi all'ombra, il corpo si smaterializza, tassello dopo tassello. E allorquando realizzi che è la razza palestinese a dover essere espiantata dal lembo di terra che da sempre prega in arabo, o impazzisci o muori. 

    A sette anni, non so come si faccia a impazzire.

    Tra un'ora o poco più morirò. Prima, però, devo andare all'ennesima distribuizione corredata dal tiro al palestinese. È l'ultima immagine quella che foraggia la nostra immortalità.

    Rinascerò terrorista. In Palestina.

giovedì 26 giugno 2025

"Un nome da torero" di Luis Sepulveda (trad. Ilide Carmignani), ed. Ugo Guanda

     


    "Juan Belmonte", ed è proprio quando non puoi evitare di presentarti a qualcuno, che ti senti immancabilmente chiedere: "Come il famoso torero?". A parte la tigna, però, del torero non hai praticamente nulla. E lo sai bene, Juan Belmonte. 

    Vivi ad Amburgo, esiliato dal tuo Cile, eppure ogni marco che guadagni (da buttafuori di un locale equivoco, da ex guerrigliero che cerca ancora di capirci qualcosa nel tritacarne dell'ipercapitalismo), lo invii a chi si prende cura di Veronica, l'amore desaparecido riapparso miracolosamente da una discarica di San Bernando; i miracoli, però, a volte riescono solo a metà. Le torture patite sono state troppo, e troppo accanite, al punto da privare Veronica della parola e della voglia di vivere.

    Qualcuno di influente, però, ti racconta una storia alla quale tu devi necessariamente prendere parte: è la vicenda di due amici che, ai tempi del nazismo, intercettano le restanti monete d'oro della Collezione della Mezzaluna Errante. Fanno parte dei tanti tesori trafugati dal Terzo Reich agli ebrei. 

    I due amici capiscono che quella è la loro occasione per darsi una seconda possibilità. 

    C'è chi è costretto a restare, e viene subito intercettato e punito prima dai nazisti e poi dai soldati della Germania dell'Est, e chi riesce a portare le monete in salvo; guarda caso proprio in quel Cile, precisamente nella Terra del Fuoco, che ti aspetta come un destino a cui non si può sfuggire.

    Juan Belmonte, è il momento di sintonizzarsi sulle frequenze di una normalità ostentata, ma che nasconde ancora tutti gli orrori della dittatura. 

    Il ritorno è tra ex compagni e contro gli stessi tizi che, sia pure nella diversa divisa indossata per l'occasione, perpetrano uguali soprusi. 

    L'unica è portarsi via le monete restanti, allontanarli dal tuo Cile come una maledizione che continua a estorcere vite. 

    Sono state ben nascoste dal compagno di una vita, sotto le lamiere scintillanti al sole di una terra che non riesce ancora a trovare pace.

    Juan Belmonte, che fai ancora lì impalato all'angolo della strada? Veronica è nella casa di fronte, si tratta solo di attraversarla, questa strada, e chiederti, per l'ultima volta, "perchè abbiamo tanta paura di guardare in faccia alla vita, noi che abbiamo visto le auree scintille della morte?"


giovedì 19 giugno 2025

"Vita e destino", di Vasilij Grossman (trad. Claudia Zanghetti), Adelphi editore

     


    Questo monumentale romanzo di Grossman (ebreo russo ben presto deluso dal regime comunista), ambientato nell'Unione Sovietica durante la battaglia di Stalingrado (1942-43) contro la Germania nazista, è un'opera "dalla culla alla tomba": nelle sue mille e più pagine, infatti, le diverse esistenze dei personaggi affrontano tutte le tematiche che costellano l'esistenza umana: dal dramma bellico in cui l'Armata Rossa combatte la guerra non tanto contro un Paese nemico, quanto contro la barbarie del Terzo Reich (tra gli altri, i personaggi della casa 6/1); alle prese di posizione ostinate, come quella del professore Strum Viktor Pavlovicfisico e membro dell'Accademia delle Scienze, che si oppone alla volontà del Partito di subordinare l'empiricità della scienza all'ideologia imperante.

    Come non accennare poi all'Amore, scandagliato in tutte le sue infinite sfaccettature? C'è quello altro e "illegittimo" proprio del professor Strum per la moglie di un collega; c'è l'altro incommensurabile e inconsolabile di Ljudmila Nikolaevna per il figlio Tolja; vi è, infine, quello combattuto di Zenja tra il colonnello Novikov e l'ortodosso Krymov che pure verrà rinchiuso nella famigerata Lubyanka.

    Grossman affronta il tema della Politica, mettendo in risalto il ruolo egemone di Stalin, non di rado raffigurato come un despota volubile e terribile (il gran burattinaio di tutta l'Unione Sovietica). Lo sguardo, poi, dello scrittore "eretico" (il Comitato esaminatore, fin dal dicembre 1960, giudica il romanzo "anti-sovietico" e lo sequestra assieme alle "carte carbone, agli appunti, alle copie e persino ai nastri delle macchine da scrivere"), si sofferma, con pagine di una liricità e di una profondità sconvolgente, sui forni crematori e sulle disperate condizioni di tutti i prigionieri, di qualsiasi nazionalità essi siano.

    E qui mi fermo, proprio perchè da scrivere ci sarebbe ancora tanto. Troppo. 

    La verità è che provare ad abozzare una recensione appena sufficiente di "Vita e destino", è praticamente impossibile, tanti sono i personaggi e gli argomenti trattati; ma sempre con una scrittura limpida e con la vena ispirata del narratore di razza.

    È un'opera, il romanzo di Grossman, da leggere e da rileggere (a dispetto delle sue quasi mille e duecento pagine) e in cui cercare conforto specie in tempi come questi, dove il senso si è smarrito e l'umanità agonizza nelle pastoie di un mondo impazzito.

mercoledì 11 giugno 2025

10 e non più di 10 #38

    


     «Com'è 'sta storia? Io, da poco diventato italiano, ho votato al referendum; ovviamente sì al quesito sulla cittadinanza, per una solidarietà "di pelle" con quelli che ancora agognano di diventare italiani. E ho votato anche sì, sebbene sia un imprenditore, a tutti e quattro i quesiti sul lavoro. Perchè è giusto così».

«E quindi?»

«Mi sarei aspettato che almeno gli italiani da lavoro dipendente, si fossero recati in massa alle urne; e che poi, sulla casella della cittadinanza a 5 anni, avessero messo una bella ics».

«Perchè è giusto così?»

«Anche; ma pure per l'entusiasmante "proletari di tutto il mondo..."».

«...del tempo che fu».

«Ecco».







"La filosofia non è una barba", di Matteo Saudino, Vallardi editore

           Già molto tempo prima della pandemia da Covid-19, a Matteo Saudino , brillante professore piemontese, venne in mente di filmare l...